Vi siete mai chiesti cosa dovevano sopportare i soldati durante la prima guerra mondiale? Noi ragazzi di terza, lunedì 23 febbraio, grazie all’associazione Biancofiore, lo abbiamo scoperto.
La vita al fronte era durissima e si svolgeva quasi interamente nelle trincee, dei lunghi fossati che diventavano la loro casa per mesi interi.
Queste trincee venivano spesso scavate sul momento dai soldati stessi. Per proteggersi dal fuoco nemico, facevano dei fori sulla pala con la quale scavavano: in questo modo, questa diventava uno scudo improvvisato che permetteva di vedere cosa succedeva intorno senza esporsi troppo.
I soldati “vivendo” per un lungo periodo nelle trincee, si abituavano a condizioni terribili. Non avevano quasi mai l’occasione di curare l’igiene personale: mancava l’acqua pulita e il fango era ovunque. A causa di questa sporcizia, molti uomini si ammalavano gravemente e spesso morivano di malattia ancora prima di combattere.
Per poter resistere a queste fatiche, i poveretti avevano bisogno di tantissime calorie. Il loro pasto principale era il “rancio”, composto da pane, pasta o riso e carne. Questo cibo veniva consumato nelle gavette, dei contenitori di metallo che bucherellavano per trasformarle in grattugie: il pane, infatti, conservato anche per molti giorni, diventava durissimo e, riducendolo in briciole, potevano aggiungerlo alla zuppa rendendola più sostanziosa.
Infine, c’era il “cibo d’emergenza” da mangiare di corsa in casi estremi durante la battaglia: le scatolette. Queste erano costituite principalmente da salumi, sardine o alici sott’olio, ovvero quelli che oggi consideriamo dei semplici antipasti, ma che per loro rappresentavano l’unica risorsa nei momenti più critici sotto il fuoco nemico.
Parlando dell’aspetto più “umano” dei soldati, quello legato alle emozioni, non si può non pensare alle lettere. Durante la prima guerra mondiale la posta mandò oltre 4 miliardi di lettere: scrivere era l’unico modo per restare in contatto con casa. Tuttavia, ogni singola lettera veniva verificata prima di essere spedita. I superiori dovevano assicurarsi che, se il nemico l’avesse intercettata, non avrebbe scoperto informazioni segrete. Se una lettera conteneva troppe informazioni, i generali avevano tre opzioni: la tenevano senza spedirla, la ridavano al soldato per farla riscrivere oppure la censuravano cancellando le parti pericolose.
In questo contesto, anche i piccioni viaggiatori erano fondamentali: i soldati, stando lontani dalla famiglia, avevano un forte bisogno di prendersi cura di qualcuno per sentirsi ancora umani, e così si affezionavano a questi animali. I piccioni non erano solo “compagni” di trincea, ma venivano utilizzati attivamente in guerra per mandare messaggi rapidi tra i reparti, diventando dei piccoli eroi piumati.
Infine, abbiamo scoperto che molti detti che usiamo ancora oggi sono nati proprio durante la Prima Guerra Mondiale.
La famosa frase “meglio vivere una notte da leoni che cento da pecora” viene proprio da quel periodo e significava che era meglio vivere, e magari anche morire, combattendo con coraggio e onore, piuttosto che vivere una vita lunga ma da codardi, senza aver mai affrontato le proprie paure.
Vania Maina