Giovedì 12 febbraio 2026, siamo andati in auditorium per vedere lo spettacolo Qui non si
vendono più bambole tratto dal libro Per questo mi chiamo Giovanni, che abbiamo letto in
classe in questo periodo.
L’opera parla della storia di un ragazzo di dieci anni, di nome Giovanni nato nello stesso
giorno in cui è morto Giovanni Falcone e costruisce un legame tra la sua vita quotidiana e la
mafia. Infatti Giovanni frequenta le scuole elementari e nella sua classe c’è un bullo di nome
Tonio, che va in giro per la scuola chiedendo soldi ai suoi compagni. Nessuno ha il coraggio
di dire alla maestra o alla preside ciò che succede, perché temono ritorsioni da parte di
Tonio che li ha più volte minacciati. Il padre di Giovanni racconta a suo figlio che la mafia fa
questo “su larga scala”. Essa parte dalle attività commerciali a cui chiede il cosiddetto
“pizzo”, e come succede nella scuola, nessuno ha il coraggio di denunciare tali fatti alla
polizia, perché la criminalità minaccia di distruggere negozi e di vendicarsi sui familiari.
Nello spettacolo emergono tre personaggi, Tonio Giovanni e suo padre, mentre gli altri attori
interpretavano voci narranti che spiegavano a Giovanni ciò che la mafia faceva e fa tuttora.
A Giovanni vengono raccontate diverse storie come quella di Giuseppe un bambino che
faceva parte di un’altra famiglia mafiosa che a seguito di un regolamento di conti tra gli
uomini d’onore ha dovuto scontare una lunga prigionia terminata con la morte. Si fa
riferimento anche al magistrato Rocco Chinnici che andava in giro per le scuole per parlare
di legalità ai ragazzi, ma siccome questo alla mafia non andava bene, è stato ucciso. Il
padre si sofferma sulla storia di Giovanni Falcone che fin da quando era bambino aiutava
sempre gli altri e di come ha lottato contro la mafia attraverso il maxiprocesso di Palermo ai
boss mafiosi.
Verso la fine dello spettacolo viene descritta la morte di Falcone, assassinato in un attentato
con esplosivo sull’autostrada che collega Catania Palermo all’altezza di Capaci. Rimasero
coinvolti nella strage sua moglie e diversi uomini della scorta. Infine il padre di Giovanni
rivela al figlio che lui aveva un negozio di giocattoli e ogni mese doveva dare alla mafia più
di 1000 € come pizzo impacchettandoli in scatole e fingendo che fossero bambole. Quando
un giorno si oppose ai delinquenti pronunciò la frase “Qui non si vendono più bambole!”
ricevendo in cambio minacce di morte per suo figlio e la distruzione del negozio.
Fortunatamente però il suo atto di coraggio permise di arrestare il mafioso.
La mia scena preferita è stata quella che fa riferimento alla morte crudele del piccolo
Giuseppe, che rappresentava lo scioglimento del suo corpo nell’acido attraverso un’aspirina
in un bicchiere e i movimenti convulsi degli attori sul palco. Inoltre di questo spettacolo mi
hanno particolarmente sorpreso gli oggetti scenici che erano pochi ma significativi. Oltre al
bicchiere, le scarpe venivano usate in diversi modi. A volte erano un coltello nelle mani del
bullo Tonio o dei criminali che chiedevano il pizzo. I lacci erano come tentacoli per
simboleggiare che la mafia arriva in tutto il mondo, in tutte le scuole, in tutte le attività e non
lo lascerà mai finchè qualcuno come Giovanni Falcone non si opporrà a questa oppressione.
Infatti sul palco le scarpe venivano anche impilate per simboleggiare la quantità di mafiosi
nel mondo che è stata abbattuta nel Maxiprocesso.
Infine il libro e lo spettacolo mi sono piaciuti molto, perché è un argomento che ritengo
importante e attuale e mi sembra giusto che nelle scuole venga affrontato con attenzione.
Questa attività mi ha coinvolto molto e la consiglierei a tutti coloro che vogliono crescere con
coraggio e sognano di cambiare il mondo.
Marco Tripoli