APOCALYPSE

Capitolo cinque

Dopo l’incontro con quella strana ragazza, continuammo a camminare per cercare nuove persone disposte ad aiutarci. Io, come sempre, camminavo dietro Aesira. Ogni volta che mi ritrovavo a fissarla pensavo sempre che un giorno, magari alla fine della pandemia, sarei riuscito a camminare affianco a lei, mano nella mano, in un parco pieno di fiori colorati come quello che era vicino a casa mia quando ero piccolo: mi ricordo quando passavo le mie giornate a passeggiare in quel piccolo parco colorato, ero così spensierato. Mi chiedevo se anche lei prima della pandemia fosse stata mai spensierata. Aesira era una ragazza forte, ma doveva aver subito molti traumi nel corso della sua vita. Si notava dalla sua freddezza, dalla paura di socializzare con gli altri, di perdere di nuovo le persone che amava. Era molto bella, aveva i capelli corti che variavano dal castano chiaro al biondo scuro ed era parecchio alta, considerando che io sono un metro e ottantacinque e lei mi arrivava alla mascella; per non parlare dei suoi meravigliosi occhi marroni, con i quali lanciava degli sguardi così intensi da farmi venire le farfalle nello stomaco solo guardandoli; per esempio, adoravo quando ci ordinava di fare qualunque cosa rivolgendosi a noi con il suo sguardo impenetrabile. Quando l’addocchiai per la prima volta, lei correva verso di me rischiando la vita per proteggermi dagli infetti: in quell’istante mi si illuminarono gli occhi! Anche se non si sarebbe detto, aveva un grande cuore, altrimenti non avrebbe mai salvato né me né Kikka. Non tutte le persone avrebbero messo la propria vita al secondo posto per aiutarne un’altra, o almeno io non l’avrei mai fatto. Quando appoggiò la sua schiena contro la mia per difendermi dagli infetti da tutte le possibili angolazioni, sentii una scossa attraversare tutto il mio corpo: credo che fosse un segnale d’amore…

“James, sei di nuovo nel mondo delle nuvole?” – chiese proprio la persona a cui stavo pensando, quella che come sempre camminava davanti a me.

”Stai attento, lo sai benissimo che possono spuntare infetti da qualunque parte” – continuò. “Sì, scusa. Stavo solo pensando… – arrossii di colpo, sentendo il suo sguardo proprio su di me; per questo cercai di interrompere il nostro contatto visivo girando la testa da ogni parte e coprendo la faccia con la mano sinistra.

“Moccioso, stai bene? Ti vedo più pensieroso del solito” – Mi chiese avvicinandosi lentamente. Io tenevo lo sguardo basso, come uno stupido, perché in qualunque direzione guardassi mi sentivo osservato. Lei, arrivata abbastanza vicina a me, si chinò per cercare di scrutare la mia faccia, che però era coperta dal mio braccio sinistro. Nel cercare di guardarmi il volto, mi afferrò il braccio allontanandolo sempre di più dalla mia faccia. “Moccioso,” – disse lei lasciandomi il braccio e rialzandosi, mentre io cercavo di ricompormi – “forza che ci hanno superato!”

Come ho già detto, ero un po’ più alto di lei, di poco, quel poco che bastava per farla sembrare ancora più bella… a vederla lì, così vicina a me, ripresi ad arrossire.

“Sì, muoviamoci! Non possiamo farci superare!” – Le risposi non guardandola in faccia e afferrandole il braccio mentre iniziavo a accelerare il passo per raggiungere Kikka e Sayu, che oramai si erano perse in chiacchiere e che per fortuna non avevano notato cosa stava succedendo alle loro spalle.

“James, mi puoi lasciare il braccio? Posso camminare anche da sola, non sono ferita!

Ero così imbarazzato: avevo continuato a tenere quel braccio attirandola verso di me senza neppure accorgermene… La lasciai subito e senza dire niente mi allontanai, cercando ancora una volta di raggiungere Kikka e Sayu.

“Certo che sei proprio un ragazzo strano!” – sentendo quelle parole dalla sua bocca avrei voluto sparire sotto terra: si era fatta un’idea completamente sbagliata di me e di come avrei apparirle!

Dopo quell’imbarazzante avvenimento, ci fermammo per la notte dentro un trullo che trovammo per caso passeggiando per la campagna. Quella sera cercai di ignorare il più possibile Aesira ed evitai di fare qualsiasi cosa avrebbe potuto attirare l’attenzione su di me. Il trullo non era molto grande, ma per fortuna ci stavamo perfettamente tutti e quattro. Kikka accese un piccolo fuocherello e intorno ad esso cominciammo a parlare delle nostre vite prima della pandemia. Prima che tutto iniziasse io avevo solo 10 anni; i miei genitori lavoravano in un laboratorio scientifico, lo stesso dove avevano creato quelle maledette medicine che avevano dato inizio a tutto. Ricordavo benissimo il giorno in cui al telegiornale fu annunciato il lockdown per affrontare “il virus”: lo slogan ricorrente diventò “Andrà tutto bene”, ma alla fine si andò di male in peggio. Visto che Aesira e soprattutto Kikka si stavano aprendo molto nel raccontare il proprio passato, decisi di farlo anche io.

“Ragazze, posso confessarmi con voi?”

Tenni il braccio stretto al petto, sapevo che dovevo dire alle ragazze che i miei genitori avevano collaborato alla creazione delle “medicine”… Cioè, io non c’entravo niente, loro erano stati solo i miei genitori. Ma forse le mie nuove amiche non mi avrebbero capito, avevo troppa paura che non avrebbero creduto alla mia innocenza in tutta quella sporca faccenda, ma era troppo tardi ormai per ritirare la mia domanda, a cui la risposta di tutte era stata un sì convinto.

“Ec-c-co, ehmm… io, prima della pandemia…”

Mi fermai; avevo troppa paura della loro reazione, così decisi di optare per una bugia.

“… ero davvero un bambino fastidiosissimo, e inoltre porto gli stessi occhiali da quando avevo 8 anni”.

Mi guardarono e scoppiarono tutte a ridere: a quanto pare la mia bugia improvvisata aveva funzionato.

“Guarda che sei fastidioso anche ora, ma ti vogliamo bene lo stesso” – disse Kikka mentre le altre due stavano ancora ridendo. Beh, la mia bugia aveva pure funzionato, ma in quel momento avrei voluto morire, che imbarazzo!

“Ragazzi…” – disse Aesira ancora con il sorriso sulla bocca – “chi fa la guardia oggi?”

“La assegniamo alla nuova arrivata? Così tu puoi stare vicino a me!” – risposi, già sapendo che mi sarei beccato uno schiaffo, ma senza questa mia battuta credo che le ragazze si sarebbero preoccupate per me, visto che fino ad allora non avevo ancora fatto il cretino come al solito.

“Ok, però Kikka le deve prestare il suo fucile”.

Non ci potevo credere e anche Kikka ne rimase colpita: non avevo ricevuto né un pugno né uno schiaffo e neanche uno sguardo omicida?!. “Sarà uno scherzo” – pensai. Cos’era tutta questa dolcezza, ora?

“Co…me? – le chiesi.

“Ho detto che va bene: dormo vicino a te, così mi lasci stare una volta per tutte e poi oggi sono stanca non ho voglia di fare la guardia”.

Diventai rosso come un peperone. Kikka, ancora incredula, diede il suo fucile a Sayu, che ci guardava con un’espressione del tipo: “Vi shippo molto, stareste bene come fidanzati”.

Kikka accompagnò Sayu fuori e iniziò a spiegarle cosa avrebbe dovuto fare in caso di un attacco improvviso. Quella procedura non aveva nulla di difficile: bisognava solamente sparare agli infetti più vicini e svegliare tutti in tempo per scappare.

Aesira intanto aveva appoggiato il suo fucile a terra e cominciò ad avvicinarsi a me. Non riuscivo ancora a crederci, aveva accettato sul serio! Possibile che iniziasse a provare qualcosa per me? Forse mi stavo facendo troppi film mentali?

Senza che quasi me ne accorgessi lei si era già seduta vicino accanto a me.

“Contento ora?” – mi disse, mentre appoggiava la sua testa sulla mia spalla. Stavo quasi svenendo, ma mi calmai velocemente.

“Sì, sono davvero contento” – le risposi cingendole la vita con il braccio (meglio approfittare del momento…!). Appoggiai la mia testa accanto alla sua e presi sonno.

Gaia Brunetti

APOCALYPSE – CAPITOLO TERZO


Abbandonare quella che era stata per più di sei anni la mia casa fu davvero doloroso, per non parlare delle fatiche che avevo fatto per “arredarla”.
Dopo qualche giorno di cammino l’accampamento dove Kikka era stata inseguita da quelle schifose guardie era ormai lontano. Chissà perché era stata inseguita, cosa poteva aver combinato?
Ci stavamo dirigendo a Nord dell’accampamento. Mentre Kikka parlava di questioni di cui non mi importava assolutamente niente, per esempio di come era stata la sua vita prima della pandemia o di cosa era abituata a fare il sabato mattina, ad un certo punto sentimmo degli spari. Erano vicini, sembrava provenissero da dietro alcuni alberi.
“Cosa è stato?!” – gridò Kikka preoccupata, appoggiando la mano su un albero e cercando di capire da dove venisse il suono.
“Erano spari! Qualcuno ha incontrato degli infetti e sta cercando di eliminarli! Forza aiutiamolo!” – risposi io, dirigendomi esattamente verso l’albero da dietro il quale avrei giurato fosse partito il colpo di un fucile. Era la nostra occasione per trovare compagni che ci potessero aiutare. Kikka mi seguì con il fucile carico. Arrivate all’albero, i nostri occhi si soffermarono su un ragazzo alto e bruno che stava sparando con una K-4 a degli infetti. Alcuni contagiati stavano per assalirlo alle spalle ma io, dopo aver fatto cenno a Kikka di sparare agli infetti più lontani, corsi verso di lui e sparai contro tutti gli zombie che erano alle sue spalle. Il ragazzo si girò di scatto verso di me.
“Chi sei tu?” – mi chiese mentre continuava a sparare. Non mi sembrava il momento più adatto alle spiegazioni, quindi lo zittii tagliando corto:
“Taci e spara, ti spiego dopo!”
Ripresi fiato per chiamare Kikka:
“Ehi! Vieni qui e spara alla nostra destra!”
Lei iniziò a correre verso di noi, stando attenta a schivare gli attacchi degli Infetti. “Signorsì!” – esclamò entusiasta.
Dopo aver ucciso tutti gli infetti che avevamo attorno, mi girai verso il ragazzo.
“Ciao, io sono Aesira Nardon e lei e Kikka Sances. Tu?”
Lui mi guardò dritto negli occhi e mi mise il braccio attorno alla vita.
“Mi chiamo James.”
Cercai di allontanarlo da me togliendo bruscamente il “suo” braccio dalla “mia” vita. Era ufficiale: quel tizio non mi piaceva! Kikka intervenne prima che gli potessi tirare uno schiaffo:
“Sai James, io e Aesira stiamo cercando nuove persone per creare un accampamento”.
James la guardò stupito.
“Un accampamento?” – disse sorpreso, portando la mano vicino alla bocca per poi grattarsi il mento.
“Sì, proprio un accampamento. Vuoi unirti a noi?” – risposi io tagliando di nuovo corto.
Lui si avvicinò per la seconda volta a me, mi prese la mano portandola alle labbra e la baciò. “Se ci sei tu, come faccio a non esserci?”
In quel momento fui davvero sul punto di tirargli uno schiaffo, ma fui nuovamente interrotta da Kikka che mi spinse lontano da James.
“Allora, ti unisci a noi?” – chiese, mettendosi davanti a me per cercare di attirare l’attenzione di James.
“Sì, certo che mi unisco a voi. Non è chiaro quello che ho detto prima?”- replicò lui con uno strano ghigno felice. Tirai Kikka al mio fianco e le mise una mano sulla spalla, mentre chiedevo a quell’individuo:

“Senti, ma tu non hai dei genitori?” – glielo chiesi non tanto per curiosità, quanto per cercare di dissuaderlo dal cercare di “toccarmi “ o guardarmi in modo “strano”.
“No, sono stati uccisi quando ero piccolo”. Non mi meravigliai della sua risposta, lo avevo già intuito, ma Kikka evidentemente no, infatti si avvicinò a lui con area triste e compassionevole cercando di confortarlo.
“Mi dispiace tanto… ci siamo noi ora! Resteremo insieme!” – gli disse appoggiandogli la mano sulla spalla”
“Grazie…” – rispose James in tono quasi seccato, come se gli avessero fatto la stessa domanda e lo avessero compatito già mille volte. Probabilmente non doveva essergliene importato molto dei suoi genitori…
“E i vostri? Sono morti anche loro?”
Ma che razza di domanda era questa?! Mi accorsi che Kikka stava per ricominciare a piangere, così mi affrettai a rispondere di sì con la mia solita aria fredda; poi, per alleggerire l’atmosfera, aggiunsi:
“Si sta facendo sera, dobbiamo trovare un rifugio per la notte. Seguitemi!”
Kikka e James si guardarono negli occhi, poi guardarono me e infine mi seguirono senza fiatare. Credo che finalmente quel ragazzino avesse capito chi comandava.
Li portai vicino a un piccolo accampamento abbandonato dove giacevano delle tende usate probabilmente da qualche bandito tempo prima.
“Ragazzi, staremo qui per la notte”
Dissi indicando le tende. Kikka si avvicinò ad esse e ne afferrò una di colore rosa.
“In questa dormo io!”
James invece ne afferrò una verde ed esclamò:
“In questa dormiamo io e Aesira!”
Gli sferrai un pugno sulla nuca, visto che ero vicina a lui.
“Io faccio da guardia – ribattei. Lui mi afferrò il polso e disse sogghignando:
“Va bene, tanto prima o poi dormirai con me”
Che cretino…
Feci cenno a Kikka e a James di andare a dormire.
Mi chiedevo cosa passasse nella mente di quel ragazzo. James era alto e devo ammettere che aveva un certo fascino; portava degli occhiali blu oltremare e anche lui era vestito con abiti militari.
Passai la notte a pensare a quello che avremmo fatto la mattina dopo, e a come ci fossi finita a cercare di costruire un accampamento.
La mattina dopo svegliai James e Kikka e riprendemmo il cammino per cercare nuove reclute. Ci dirigemmo verso nord-ovest, perché sapevo che lì c’erano molti ragazzi che avrebbero potuto unirsi a noi ed esserci utili. Lo sapevo grazie a mia madre, che me lo aveva rivelato anni prima nel caso mi fossi trovata in stato di emergenza. Camminammo per circa tre giorni, durante i quali imparai a conoscere meglio sia Kikka sia James, soprattutto James. Devo ammettere che non era niente male: era simpatico e molto divertente, anche se ai miei occhi appariva sempre come un cretino.
Alla fine arrivammo in una piccola città piena di palazzi altissimi, di alberi, di muffa e, ovviamente, di infetti. Sbucavano da ogni dove: nei vicoli, per le strade, dai tombini o da luoghi da cui nessuno si sarebbe mai aspettato; alcuni, addirittura, si lanciavano su di noi dai palazzi sentendo l’odore di carne fresca. Per fortuna trovammo rifugio proprio in uno di quei palazzi altissimi.
“Ragazze, ma siete sicure che qui ci siano persone disposte ad aiutarci?” – disse James, dubbioso come sempre.
“Certo che sì! Qualcuno da queste parti ci deve pur essere!” – intervenne Kikka con la sua solita positività. Tutto quel suo ottimismo mi disgustava: come si può pensare che il mondo ti riservi sempre cose belle? Il mondo è crudele, questa è la verità…
“Probabilmente la maggior parte delle persone di questa città sono morte, o sono state mangiate dagli infetti, o sono diventate esse stesse infetti, ma è possibile che qualcuno di loro si sia salvato” – dissi – “Anche se le probabilità sono poche e poi non sappiamo se ci voglia aiutare… la persona che forse troveremo, intendo.”.
Kikka non demorse e continuò:
“Chi non vorrebbe fare in modo di vivere in un posto senza pericoli e con degli amici e…” James la interruppe con aria scherzosa ma allo stesso tempo seria, con l’obiettivo di farmi innervosire:
“Aesira. Giusto?”
Mi sorpresi, ma non dissi niente e gli feci finire il discorso.
“O forse persino a te farebbe piacere stare con le persone a cui vuoi bene in un posto sicuro?” Devo ammettere che quel ragazzo riusciva sempre a farmi riflettere. Restai in silenzio. Poi però risposi, visto che quei due continuavamo a fissarmi.
“Ovviamente anche a me piacerebbe, peccato sia impossibile. Non esiste un luogo sicuro”. Ancora una volta Kikka non desistette e cercò di convincermi che quello che avevo detto era sbagliatissimo e pessimista.
“Non ti senti al sicuro con noi? E poi, non sei mai stata in un luogo senza pericoli? Magari prima della pandemia… A casa tua non ti sentivi protetta? Al sicuro?” – mi chiese nel tentativo di distogliermi dai miei soliti “pensieri negativi”, come li chiamava lei. Io non dissi nulla, mi sentivo molto a disagio a rispondere a quelle domande. Anche se mi fecero pensare più del solito: forse esisteva davvero un posto sicuro, forse io mi ero semplicemente dimenticata la sensazione che si provava a sentirsi al sicuro…
“Kikka, lasciala perdere, sai come è fatta. Ora terrà il muso e resterà pensierosa per tutto il giorno” – disse James con il suo solito sorrisetto.
Giuro che in quel momento gli avrei dato un calcio nei gioielli di famiglia, se non fosse che ero molto lontana da lui e che ero anche seduta e non avevo nessuna voglia di alzarmi.

Gaia Brunetti

Apocalypse

Capitolo secondo

Dovevo aiutarla… dovevo aiutare quella sconosciuta… non so perché, ma dovevo farlo. Lanciai una corda verso il condotto dell’aria che, per fortuna, era davanti a me e le feci cenno di affiancarsi a me; appena arrivò dalla mia parte, ci buttammo tutte e due nel condotto e così fuggimmo dalle guardie.

Decisi di portarla al sicuro nella mia piccola grotta. Mentre correvamo, notai i suoi capelli biondi raccolti in una lunga traccia ondeggiare al vento e i suoi occhi color nocciola chiudersi al leggero tocco dell’aria.

Ci addentrammo nella selva oscura, non molto distante dal campo, e camminammo lungo un sentiero che io stessa avevo tracciato anni prima, circondato da alti alberi che ormai avevano perso quasi tutte le loro foglie a causa dell’autunno che se l’era portate via. Quel sentiero conduceva a casa mia… Lungo il cammino guardai spesso il volto spaesato della giovane e qualche volta mi accorsi che anche lei guardava me. Arrivate alla fine del sentiero, ecco comparire la mia piccola dimora: una grotta con l’entrata bloccata da numerose liane che avevo messo lì apposta. Le feci strada fino alla fine della cava, disseminata di trappole di tutti i tipi che servivano in caso di pericolo. Le dovetti ripetere più d’una volta di stare attenta a dove metteva i piedi, anche se non sembrava ascoltarmi: dovetti liberarla più volte da buche, reti, lacci e tagliole. Arrivate infondo alla grotta le feci segno con la mano di sedersi. Era un po’ sconvolta dalla situazione e iniziò a tempestarmi di domande.

“Scusa se te lo chiedo, ma come ti chiami?”

Io con tutta calma presi due scodelle di brodo e mi sedetti; mentre gliene passavo una le risposi:

“Mi chiamo Aesira Nardon. Tu?”

“Io sono Kikka Sances.”

Si guardò intorno come se stesse cercando qualcuno che evidentemente non trovava e poi mi chiese ancora:

“Ma dove sono i tuoi?”

A quella domanda abbassai la testa: non mi piace parlare di quello che è successo ai miei genitori. Mi ferisce anche soltanto pensare a loro.

Per questo decisi di tagliare corto:

“Io vivo da sola. I miei sono morti quando avevo otto anni”

Dovette sentirsi in colpa per avermi fatto quella domanda perché si scusò, o almeno cercò di scusarsi.

“Mi dispiace, non pensavo che…”

La guardai; non volevo iniziare a conoscere una persona in quel modo.

“Non ti preoccupare. Anche tu da sola?” – Le chiesi, sempre con quel tono freddo che mi contraddistingue.

Kikka mi fissò con i suoi occhi trasparenti, nei quali riuscivo persino a specchiarmi. Cominciò a piangere silenziosamente.

“E’ da due settimane ormai… che…. loro… non ci sono più”.

Mi fece compassione, so bene come ci si sente e quanto sia difficile da accettare. Fu per questo che, quasi senza pensarci, decisi di prenderla con me, un pò come si fa con un cagnolino abbandonato; e poi avevamo già qualcosa in comune…

“Non ti preoccupare, se vuoi puoi restare qui con me”.

Lei mi guardò e si asciugò le lacrime sfoggiando un grande sorriso; ne dedussi che riusciva a cambiare umore molto velocemente, cosa che mi sembrò alquanto strana. Mi si avvicinò lasciando la scodella di brodo vuota sul pavimento e poi esclamò incredula:

“Davvero posso?!”

Le rivolsi un mezzo sorriso, cercando di mantenere sempre un pò di freddezza, e la rassicurai:

“Certo che puoi”.

Mi lanciò uno sguardo che non riuscii a decifrare: un misto di felicità, tristezza, stupore…

Non capivo dove volesse andare a parare

“ Perché non costruiamo un accampamento? Potremmo farlo insieme!”

Me lo disse così, di punto in bianco. Ma se non ci conoscevamo neanche! Comunque la sua strana e inaspettata richiesta non mi sembrò del tutto insensata… poteva anche farmi comodo per sopravvivere un altro pò di tempo. No, non era affatto una cattiva idea.. Ma come potevano fare due ragazzine a costruire un accampamento? Pareva una di quelle idee che vengono in mente ai bambini delle elementari, come scrivere una canzone o comporre una poesia. Solo che al primo intoppo i bambini si ritirano dall’impresa, rinunciano senza problemi. Noi, invece… Però, nello stesso tempo, sarebbe stata una salvezza per noi e per altre persone alla ricerca di protezione e sicurezza…

Per non smorzare la felicità e l’entusiasmo di Kikka, decisi di accontentarla e di condividere questo suo proposito.

“Perché no? E’ un’ottima idea, potremmo anche essere utili ad altre persone e sopravvivere ancora per molto. Ma abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti…”.

Dopo qualche minuto di silenzio, la guardai dritta negli occhi. Lei sostenne il mio sguardo con gli occhi più lucidi che avessi mai visto in vita mia.

“Sì… abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti… e magari… se fossimo abbastanza forti… potremmo anche provare a fermare il virus!”

La guardai incredula: adesso si era spinta un po’ troppo oltre… Per questo, mentre mettevo via la mia scodella di brodo ormai vuota, le dissi sospirando:

“Ora non correre troppo. Per il momento pensiamo all’accampamento: ti assicuro che non è un’impresa facile, credimi”.

Lei mi rivolse uno sguardo deluso, come se il suo entusiasmo si fosse quasi del tutto spento. Io continuai a parlare facendo finta di non essermene accorta.

“Domani lasceremo la grotta e andremo in cerca di altre persone”.

“Ma davvero saresti disposta a lasciare casa tua?” – mi chiese perplessa.

Accidenti, ci conoscevamo da pochissimo tempo e già mi dava fastidio!

“A volte nella vita bisogna fare dei sacrifici, abbandonare le proprie cose” – affermai pazientemente – “Ma sono sicura che altre persone verranno ad abitarci”.

Dopo aver ascoltato la mia risposta, Kikka si stese a terra e mi rivolse un sorrisetto esclamando:

“Ah, bene! Allora.. io mi metto a dormire: buonanotte!”

“Ma che tipa strana” – pensai – “Deve essere una di quelle persone che vedono il mondo sempre rosa e fiori.” Mi stesi nell’angolo opposto e per educazione le restituii la buonanotte, anche se subito dopo mi resi conto di aver parlato invano, poiché si era già addormentata. Meglio così…

Non ci misi tanto ad addormentarmi anche io, visto che ero molto stanca per quanto era appena accaduto. Non sapevo ancora che quell’incontro avrebbe segnato la mia vita.

La notte passò velocemente; ovviamente mi alzai prima di Kikka.

Kikka, che nome strano…

Iniziai a raccogliere tutto ciò che avrebbe potuto servirci in quell’assurdo viaggio, se così si poteva chiamare. Di sicuro non sarebbero potuti mancare né cibo né bevande, così presi un grande zaino che prima della pandemia usavo per andare a scuola… Chissà quanti dei miei compagni erano morti…

Mentre sistemavo tutto quello che poteva servirci nello zaino, mi capitò davanti agli occhi una collana d’oro appartenuta a mia madre. La misi al collo senza esitare neppure un secondo. Mia madre me l’aveva data in punto di morte… era stata attaccata da un infetto e non era riuscita a difendersi; era stato proprio in quel momento che mi aveva lanciato disperatamente la collana gridando:

“Scappa! Se scappi ti salverai! Scappa! E ricorda che ti ho sempre voluto bene!”

Io ero fuggita in lacrime con la collana di mia madre nelle mani, sapendo che non l’avrei mai più rivista. Non avevo potuto fare nulla, avevo avuto troppa paura per aiutarla, ero rimasta quasi paralizzata. Le uniche parole che ero riuscita a stento a balbettare erano state “mamma”, “aiuto”, “salvateci”. Dopo aver vagato per un tempi infinito confusa e affranta, avevo trovato la “mia” grotta e mi ci ero rifugiata…

Mentre la mia mente si riempiva di ricordi che avrei preferito dimenticare, continuai ad aggiungere oggetti, armi e provviste nello zaino, che fortunatamente era molto capiente.

“Buon giorno, Fulmina!”

Mi girai e vidi Kikka dietro di me che cercava di capire cosa stessi facendo.

“Buongiorno anche te, ti sei alza di buon’ora!” – le risposi rivolgendole un rapida occhiata per poi ricominciare a infilare oggetti nello zaino. Lei poggiò la mano dietro la nuca e iniziò a ridacchiare; io, che oramai avevo finito di preparare lo zaino, mi girai verso di lei mettendomelo sulle spalle.

“Muoviamoci, mettiamoci in viaggio”.

Kikka mi guardò meravigliata:

“ Te ne vuoi andare così presto?!! Ma che fretta c’è?”

Con aria seccata le ripetei:

“Muoviamoci!”

Usciti da quella che ormai sarebbe stata la mia ex casa, ci mettemmo in viaggio per cercare nuove “reclute”.

APOCALYPSE

Capitolo 1

Era una giornata di sole nella mia città, me lo ricordo come fosse ieri. Eravamo nell’anno 2776. Più precisamente era il 2 novembre 2776… il giorno in cui era iniziata l’apocalisse…

La scienza si era spinta troppo oltre; gli scienziati erano alla ricerca della cura per una rara malattia, ma quando finalmente vi erano risaliti qualcosa era andato storto. I pazienti che si erano offerti di provare la cura sotto forma di pillole avevano avvertito molti effetti collaterali, per fortuna non pericolosi… o almeno era questo che gli scienziati avevano detto alla popolazione. In realtà le cose erano andate in modo completamente diverso da come ce le avevano raccontate per rassicurarci. Infatti, nel giro di poco tempo, i pazienti che avevano fatto riscontrare gli effetti collaterali della pillola erano diventati dei veri e propri zombie e avevano cominciato a trasmettere la loro malattia alle persone mordendole; in questo modo gli infetti avevano assunto il controllo di tutto ciò che li circondava. Anche se il governo aveva messo a disposizione della gente celle di sicurezza in cui rifugiarsi, queste non avevano resistito alla forza dei contaminati, che avevano cercato in tutti i modi di forzarle. Solo alcuni fortunati si erano salvati, purtroppo: oramai la terra era un posto destinato solo ai più forti.

C’eravamo divisi in gruppi. I più forti avevano costruito accampamenti, i più deboli si erano limitati ad aspettare la morte. Io ero una delle poche persone sopravvissute a quella che ormai tutti definivamo “apocalisse”, ma non ero stata così fortunata da aver costruito un accampamento o da far parte di una comunità… No, io ero sola. E, sinceramente, me la cavavo benissimo da sola: vivevo in una piccola grotta e andavo in giro munita di un fucile da caccia per uccidere quei maledetti infetti. Loro erano delle creature senza scrupoli e avevano il solo intento di infettare altre persone.

Mi chiamo Aesira Nardon, e ancora oggi sono una dei sopravvissuti alla pandemia. Avevo solo undici anni quando uccisi il mio primo infetto e ora ne ho diciassette: è passato molto tempo dall’inizio di questo inferno. Sei anni… molti, vero?

Sì, me la sono cavata da sola per sei anni ma, visto che sono sempre cresciuta da sola fin da quando ero piccola, non mi sono mai fatta troppi problemi a vivere in solitudine. Ho avuto dei genitori, ma erano sempre impegnati con il lavoro; erano proprietari di numerose aziende molto note e non avevano tempo per me, anche se mi volevano molto bene e facevano tutto il possibile per stare un pò con me. Prima che tutto questo succedesse.

Un giorno, poiché avevo esaurito le scorte di carne e di acqua ed erano ormai due giorni che non mangiavo, decisi di andare a caccia di provviste ma non mi andò troppo bene, così andai a rubare in un accampamento vicino. Non era un campo molto grande ma era largo abbastanza per ospitare molte guardie. Per entrare dovetti distrarre le guardie che controllavano il cancello principale servendomi di fumogeni lanciati all’ingresso: così, mentre loro sparavano nel punto dove erano caduti i fumogeni, io mi intrufolai all’interno senza alcun problema. Poi, grazie ad una corda abbastanza resistente trovata qualche settimana prima in un accampamento abbandonato a sud della mia grotta, mi arrampicai sul tetto secondario del campo e calai nella sala delle provviste.

Da allora, ogni volta è stato sempre più facile entrarci. Vado sempre lì a prendere, anzi a rubare le provviste che mi servono, nessuna di quelle stupide guardie si accorge di me, mi so mimetizzare tra i fumogeni e ideare piani come poche persone sulla terra. Sapete, mi sono procurata così il mio fucile, il mio M16: l’ho rubato, sì, proprio da questo accampamento. E pensare che nessuno si accorge di me.

Una mattina mi infiltrai come al solito nella sala delle provviste per prendere del cibo; mi infilai tutto il possibile nelle tasche: c’era carne a volontà, acqua e addirittura del brodo caldo! Stavo per uscire dalla base, quando sentii dei fucili sparare. Per un attimo temetti che mi avessero scoperto, così caricai subito il mio M16. Solo dopo mi accorsi che una ragazza stava scappando nella mia direzione: era una ragazza alta e magra, con i capelli biondi molto lunghi e avvolti in una treccia; era vestita con normalissimi abiti da militare e dietro la schiena aveva un fucile da caccia quasi uguale al mio M40, o comunque simile ai fucili da cecchino. Non mi andava di lasciarla da sola, tanto più per il fatto che era inseguita da quelle schifose guardie – si capisce che le guardie non mi stavano affatto simpatiche, vero? Beh, credo sia normale, visto che quando avevo provato a cercare “regolarmente” rifugio in quell’accampamento mi avevano cacciato via, senza neanche ascoltarmi.

Gaia Brunetti