I TRAUMI DI UNA VITA

“Resilienza” è un sostantivo che identifica una capacità molto importante, che tutti dovrebbero avere tra le proprie caratteristiche. La resilienza non riguarda infatti solo i giovani, ma tutti gli individui.

Il mondo non è tutto “rose e fiori”, anzi, è un posto misero e sporco in cui è facile imbattersi in situazioni spiacevoli e difficili, che possono condizionare un’adolescenza o addirittura una vita.

Personalmente ritengo di essere una persona poco resiliente, ed è una cosa che odio di me. Ho vissuto tante situazioni difficili… la mia bocciatura, l’infarto di mio padre e le tante delusioni che, ingenuamente, consideravo tutto. Purtroppo nulla di tutto ciò mi ha reso resiliente, complicando anche le cose.

Con la resilienza non si nasce, ma si diventa più forti per i molti episodi difficili che ci si ritrova a dover affrontare. La mia bocciatura è stata il punto più basso della mia adolescenza. Serviva tanta forza, ma soprattutto voglia si ripartire. Gran parte del merito, se ce l’ho fatta, è stata dei miei genitori, che mi hanno spronato a cercare di rifarmi, e di questo sono loro grato.

L’infarto di mio padre è stato un vero e proprio trauma per me, e lo è ancora oggi, poiché ci sono momenti in cui mi ritrovo avvolto da tutti i pensieri negativi.

Questo episodio, però, mi ha insegnato tanto: mi ha insegnato che non dobbiamo dare per scontata la presenza di una persona, ma bisogna, invece, dedicarle del tempo, prima che sia troppo tardi, e per me, per fortuna, non lo è stato.

Magari da come ne parlo o dai miei comportamenti, sembra che io abbia superato questi episodi, ma la verità è che non è cosi, in quanto ancora oggi mi trovo a combattere, ogni giorno, con i cosiddetti “fantasmi del passato”.

Spero di riuscire al più presto a superare gli ostacoli legati a questi episodi, perché vivere con questi “bagagli emotivi” non è facile. Molti dicono che il tempo sia la miglior cura: spero tanto di poterlo dire anche io, in modo tale da iniziare finalmente a godermi l’adolescenza. Questo tema è la prova per capire quanto poco resiliente sia, ma con la speranza di diventarlo .

Concludo questi miei buoni propositi con le parole di Ernest Hemingway: “Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c’è”.

Biagio P. (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

SCEGLIERE LA SPERANZA

L’essere umano, dalla nascita fino alla fine del suo percorso di vita, si trova ad affrontare sicuramente dei problemi; quando succede, egli spesso è giù di morale e cammina accasciato con la testa china, senza voglia di fare e continuamente concentrato su ciò che lo assilla. Ma questa reazione non è la più adatta, poiché non porta ad alcuna via d’uscita.

A tal proposito Pietro Tabucchi, noto psicologo conosciuto in tutta Italia per i suoi interventi sulla motivazione e sulla gestione dello stress degli atleti, afferma che la resilienza (ossia la forza nell’affrontare un problema) si può imparare e accrescere durante la vita, proprio come un’asticella che va dal rosso al verde: chi è al rosso ha poca forza nell’affrontare un problema, chi è al verde ha la forza necessaria per superarlo. Altri studiosi ritengono, invece, che la resilienza sia presente in noi fin dalla nascita e che la possiamo accrescere attraverso le esperienze che affrontiamo, costruendoci nel tempo una specie di corazza.

Se ci guardiamo intorno, possiamo osservare come ognuno affronti le esperienze traumatiche in maniera diversa: alcuni non vedono via di scampo ai problemi, altri li affrontano senza preoccupazioni e senza pensarci troppo, continuando in maniera normale la loro vita. Tra questi due gruppi di persone, sembra che la percentuale delle prime sia molto più alta.

Va detto che la reazione dipende anche dal tipo di difficoltà che deve essere affrontata; ad esempio, un problema comune è la morte di una persona cara: c’è chi sta malissimo e quasi smette di vivere, e c’è chi invece cerca di esorcizzare il senso di perdita pensando in modo positivo, distraendosi, comportandosi come se nulla fosse accaduto. Un altro esempio molto diffuso è quello di un’insufficienza grave a scuola: come purtroppo spesso si legge sui giornali o si sente dai telegiornali, qualche studente arriva addirittura a suicidarsi (reazione davvero assurda e incomprensibile), altri pensano tra sé e sé “I professori ce l’hanno con me” o “Mi va tutto storto”, altri provano a confrontarsi con gli amici, altri ancora si chiudono in camera e si mettono ad ascoltare la loro musica preferita a tutto volume pur di reagire e di superare il momento senza farsi travolgere dalla negatività.

Per quanto riguarda in particolare i giovani, dipende da ognuno di noi se l’asticella della nostra resilienza si alzi o rimanga invariata con il passare dell’età; è opportuno crearsi una corazza, uno scudo che renda pronti ad affrontare altri problemi.

Migliorare la resilienza è una questione di tempo e d’esperienza. E’ stato accertato, infatti, che la resilienza è sempre migliorabile, mentre non può peggiorare; al massimo rimane invariata… Se si guardasse un problema sempre dalla stessa prospettiva, senza reagire, si avrebbe la forza di affrontare lo stesso problema in modo diverso? La seconda volta va meglio solo se si è reagito in precedenza: in questo caso quella che è sembrata in passato una grande difficoltà, non è più tale, diventa piuttosto un piccolo ostacolo che sbatte contro una serie di rocce. A volte anche i genitori possono spronare ad affrontare un problema con esempi di quando erano ragazzi, oppure motivando i figli ad essere un “muro”. Quasi sempre le urla dei professori e le raccomandazioni dei genitori servono solo a stimolare i giovani, perché reagiscano e procedano a testa alta per affrontare le prove della vita. Tutto è risolvibile, bisogna solo ascoltare molto l’istinto e i consigli, così da rafforzare la propria corazza e trasformare un problema che sembra un enorme Cerbero in una piccola e innocua formica.

Gabriele S. (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

UN IMMENSO DOLORE

Valerio Mazzei è un cantante, tiktoker e YouTuber seguito soprattutto dai più giovani.

Il giovanissimo cantante ha subito purtroppo un dolore tremendo, il peggiore che un ragazzo possa subire: la perdita di un genitore. A solo 11 anni è stato costretto a rinunciare per sempre all’affetto della sua giovane mamma Alessia. Non potendo più abbracciarla, baciarla e farle dei regali, come invece fa la maggior parte dei suoi coetanei con la propria madre, ha deciso di dedicarle una canzone, una vera dedica d’amore eterno, intitolata “12 luglio” – data che il cantante ama particolarmente perché era il giorno del compleanno della sua mamma. Nelle sue parole è chiaro il desiderio di conservare intatto il suo ricordo, nulla potrà mai fargli dimenticare l’amore VERO che prova nei confronti di sua madre.

In questa canzone viene descritto con estrema dolcezza il dolore che è costretto ad affrontare un giovane adolescente quando purtroppo affronta la perdita di un genitore. Non sono infatti pochi coloro che perdono un genitore in giovane età e con esso una guida, un riferimento, un porto sicuro dove trovare rifugio nei momenti più difficili. Il dolore prodotto da questa importantissima assenza sicuramente non viene alleviato dal tempo, anzi, il tempo che passa non fa altro che rafforzare la nostalgia, e le ferite subite contribuiranno a creare una corazza che sarà d’aiuto ad affrontare le situazioni anche più dure della vita.

La presenza degli amici, soprattutto nel periodo adolescenziale, diventa essenziale per attraversare un periodo così tormentato: essi infatti sono gli unici che possono distrarre dal tormento, non dimenticando però che quelli veri si contano a malapena sul palmo della mano. Ovviamente perdere un genitore quando si è così giovani rende tutto il percorso di crescita difficilissimo, ma la strada rimane sempre illuminata da quel genitore che, se pur scomparso, rimarrà sempre presente nel cuore del figlio e con i suoi insegnamenti lo guiderà e lo sosterrà essendo sempre luce negli inevitabili momenti di buio della vita. L’unica cosa che si può fare è vivere ogni attimo cercando di rendere il proprio genitore orgoglioso, farlo continuare a vivere nei propri sorrisi, nelle esperienze fatte, nei ricordi e in ogni avventura che si affronta, nella speranza che da lassù lui possa vedere e, chissà, un giorno possa riabbracciare in Paradiso i suoi e parlare di nuovo con loro.

Luca Minieri (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

AMARE QUALCUNO SIGNIFICA…

Credo che mai, come in questo momento difficile per la società, sia fondamentale discutere sull’immensità dell’amore. L’amore è un sentimento che non necessita di parole per essere definito, è quella continua empatia che unisce due o più persone rendendole complici. Amare significa desiderare il meglio dell’altro; è quella forza emotiva che nasce dalla volontà di donarsi e offrirsi completamente. Amare è una dote innata, è fondamentale dunque essere di supporto anche quando il dolore prevarica e lo stato di sofferenza emerge determinando sconforto nell’individuo. Dare amore è sinonimo di speranza, di accettazione e di equilibrio psicofisico. Imprescindibile è considerare questo sentimento un elemento essenziale; puoi essere innamorato di ciò che si fa, di una persona, di un animale o di qualsiasi altra cosa, in maniera incondizionata, ma sempre con la consapevolezza di concedersi pienamente e senza pregiudizi. Ho una visione abbastanza ampia dell’amore, so di donare e allo stesso tempo provo contezza nel ricevere. Amo la vita in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, amo chi mi circonda: i miei genitori, i miei compagni, i miei parenti; insomma, apprezzo tutto ciò che mi fa stare bene e che mi rende felice. La serenità che percepisco è fondamentale per accogliere chi vorrà far parte del mio mondo. Con l’amore si possono di sicuro vincere grandi battaglie ed instaurare grandi amicizie; percepire questa vibrazione con innocenza e purezza indubbiamente rende l’individuo più consapevole e meno avverso nei confronti del prossimo.

L’amore è un impulso capace di provocare una moltitudine di emozioni, che hanno tutte un ruolo rilevante per la crescita e la maturità di ciascuno di noi. È fondamentale non soffermarsi mai sulle apparenze, credere sempre in questo valore inestimabile capace di regalarci brividi ed emozioni continue. Evitiamo la violenza, il disprezzo e il dolore, che in realtà provocano solo tanta sofferenza. Se tutti potessimo capire il valore di ogni singolo battito del nostro cuore, sono convinto che saremmo protagonisti di un mondo migliore, di un mondo ricco di gioie!

Leonardo Calabrese (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

LA 59ESIMA EDIZIONE DELLA BIENNALE DI VENEZIA

All’insegna della riapertura e dell’innovazione nel mondo dell’arte, il 23 aprile è stata inaugurata la 59esima edizione della Biennale di Venezia, l’esposizione internazionale dell’arte che rimarrà aperta al pubblico fino al 27 novembre 2022.

Saranno presenti padiglioni da tutto il mondo, ma a causa della recente guerra in Ucraina, il curatore della Russia si è dimesso dal suo incarico in segno di protesta, appoggiato anche dagli artisti connazionali; purtroppo questo è un segno di come neanche l’arte sia immune alla guerra.

Sarà indubbiamente un’edizione dai numeri stupefacenti, come afferma la responsabile Cecilia Alemanni, prima donna a ricoprire l’incarico di direttrice artistica. “Mi riprometto di dare voce ad artiste e artisti per realizzare progetti unici che riflettano le loro visioni e la nostra società”, ha affermato la curatrice.

La Mostra si articolerà tra il Padiglione Centrale, i Giardini e l’Arsenale, includendo 191 artiste e 22 artisti provenienti da 58 nazioni. Sono 26 gli italiani, 180 le prime partecipazioni nella Mostra Internazionale, 1.433 le opere e gli oggetti esposti, 80 le nuove produzioni.

La narrazione della biennale ruota attorno a temi universali, dall’identità di genere al rapporto tra individuo e tecnologia, che sono sempre più presenti nelle nostre vite. Lungo il percorso espositivo il pubblico può inoltre visitare cinque piccole mostre (o capsule) a tema. Degna di nota è l’opera intitolata “The Witches’ Cradle” (in italiano “La culla della Strega), che ospita dipinti di artisti storici all’avanguardia, tra cui Remedios Varo e Leonora Carrington, la cui immaginazione ha ispirato il nome della Biennale 2022, dal suo libro “Il latte dei sogni”.

C’è grande attesa per questa mostra, dato che è stata a lungo rinviata a causa della pandemia. “Ci si aspetta una Biennale di ripartenza”, questo l’auspicio espresso dal ministro della Cultura, Dario Franceschini.

Emma Di Bari (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

LA BELLEZZA. RIFLESSIONI IN LIBERTA’.

Dovremmo ammettere tutti che spesso, nella società odierna, la bellezza viene vista come un prerequisito senza il quale tutto è più difficile. Un po’ come gli enzimi, che catalizzando le reazioni le velocizzano, la bellezza facilita i rapporti sociali e quelli lavorativi. Sarebbe da ipocriti dire che una persona di bell’aspetto ha le stesse possibilità di chi non ne è dotato…

La bellezza è un concetto “libero”, che, se ridotto a canoni, risulta intrappolato e banalizzato. Vorrei che i miei coetanei imparassero che l’aspetto delle persone che frequentano non è rilevante e che sono altri i valori da apprezzare in chi li circonda. La cultura è bellezza, nulla può farmi cambiare idea; i lineamenti non sono un nostro merito, mentre coltivare se stessi è la miglior cura che si può avere della propria anima.

È prevedibile che alla nostra età si è superficiali, ma ciò non ci giustifica.

Dovremmo andare oltre l’omologazione e trovare nuove parole per poter descrivere ciò che vediamo, tutto può essere bello se esprime o suscita emozione.

L’estetica del mondo è imperfetta ed è proprio per questo che è meravigliosa.

La bellezza, nonostante sia relativa, dovrebbe invitarci a riflettere. Tutto ciò che ora troviamo attraente cambierà con il tempo, perché l’esteriorità è effimera.

Bellezza è realizzare se stessi. Tutto è fin troppo standardizzato; appena si esce dallo “schema” si è considerati diversi e ciò non viene visto in modo positivo, anche se in questi anni la situazione sta finalmente migliorando. Essa infatti aggiunge dettagli e particolarità ed è ciò che dà carattere all’individuo. La sicurezza fa apparire le persone molto più belle.

Non sempre la perfezione attrae e sicuramente il modo in cui si appare agli altri non deve essere l’unico nostro interesse. Questi sono i messaggi che dovrebbero essere trasmessi soprattutto ai giovani, che si trovano in un mondo di finte apparenze, dove è difficile spiccare per altre qualità.

Talvolta ci si mostra come non si è per riuscire a rientrare in un gruppo di persone “attraenti”, sfoggiando vestiti di marca, nuovi e costosi; tra le mie coetanee c’è poi chi si veste e si trucca in modo più appariscente per il proprio compiacimento e viene vista come colei che cerca attenzioni…

Esprimere se stessi in modo autentico è la chiave per acquisire sicurezza.

In questa società ci sentiamo in dovere di giudicare sempre, anche solo perché abbiamo il diritto di parola. Bisognerebbe comprendere che, per distinguersi dalla massa, occorre essere autentici e che ridicolizzare il prossimo che magari non si conforma, non significa esprimere un’opinione ma demolirne l’autostima.

Il concetto di bellezza viene spesso associato a quello di perfezione e questo è un grave errore.

La bellezza può essere ravvisata in qualsiasi cosa, luogo, persona; è varia e soggettiva; costringerla in standard e considerarla solo nel modo “tradizionale”, accettato dal collettivo, la banalizza, svuotandola del suo autentico significato.

Irene Marino (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

VENTOTENE, L’ISOLA DELLA PACE

A largo delle coste laziali e campane, tra l’isola d’Ischia e l’isola di Ponza, c’è un’altra isola, quella in cui Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrissero “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”, il documento che noi oggi conosciamo come “Manifesto di Ventotene” e che viene indicato come unica soluzione per la salvezza della civiltà europea. Ed è proprio con questo spirito di Europa unita che dal 21 al 24 Aprile 2022, l’istituto Marconi-Hack di Bari ha mandato a Ventotene una sua delegazione di seconde liceali e una più piccola delegazione di classi terze, quarte e quinte dell’istituto tecnico. I pullman sono partiti da Bari la sera del 20 Aprile e da allora fino al ritorno, il 24 aprile, gli alunni hanno trascorso quattro giorni intensi, tra impegno di delegati parlamentari nelle simulazioni e puro divertimento, così come accade in una normale gita scolastica. Subito dopo lo sbarco sull’isola, infatti, gli studenti delle varie classi hanno partecipato ad una simulazione del parlamento Europeo, divisa in quattro sessioni e durata per 12 ore, al termine della quale hanno scritto una raccomandazione parlamentare. Il tema dibattuto riguardava lo spreco alimentare e ogni studente ha dovuto mettersi nei panni del rappresentante di uno stato a lui assegnato e argomentare sulle possibili strategie da proporre, senza però fare alcun torto al partito politico europeo di appartenenza. A seguito di molteplici dibattiti moderati e non dalla presidenza e gestiti direttamente dai parlamentari, i partiti politici hanno creato due schieramenti, ossia due alleanze politiche, nel cui nome sono state scritte le raccomandazioni “passate”, poi riportate nuovamente in parlamento per la delibera ufficiale. Un “gioco” di ruolo che ha fatto ben comprendere cosa significhi far parte di una comunità europea che non bada alle esigenze del singolo stato, bensì bada alle esigenze di tutti gli stati che ne fanno parte.

Ovviamente questa esperienza non poteva non essere corollata da visite storico-naturalistiche sulla meravigliosa isola di Ventotene, il cui vento (di qui il nome) è parte integrante delle sue bellezze; né potevano Non potevano mancare le fantastiche serate passate tutti insieme: studenti e docenti hanno reso questa visita formativa produttiva anche a livello sociale, permettendo di rafforzare o di iniziare piacevolmente la conoscenza di persone appartenenti a sezioni diverse e dando la possibilità a tutti gli alunni di vedere i propri docenti da un punto di vista diverso, sotto un’altra veste e fuori dal ruolo istituzionale, rendendo più forte e vicino il rapporto studente-docente.

Gli alunni che hanno vissuto questa “avventura” ormai hanno, seppure a malincuore, lasciato le rive dell’isola, ma, rileggendo per l’ultima volta la frase

Per l’Europa di Ventotene

Isola della pace

che si vede dal mare, saranno felici di cedere la staffetta ad altri alunni dell’Istituto, che presto sperimenteranno e vivranno la stessa affascinante e formativa esperienza.

Mario Recchia (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

IN LOVE OR ALONE?

Ho una domanda da porvi. Perché chiedere sempre: hai un* partner? Vuoi un* partner? Stai cercando un* partner? Ti interessa qualcun*? Sembra un questionario, vero? Eppure il concetto di base rimane uno: alla gente non importa come ti va. Nessuno ti chiede: sei felice? Ti senti bene con te stess*? A tuo agio con le tue idee, i tuoi pensieri, il tuo corpo? È tutto dato per scontato, oppure passa in secondo piano; l’obiettivo principale della vita di un essere umano, a quanto pare, consiste nel riuscire a intraprendere una relazione amorosa, meglio se duratura. Lo so che molt* in questo momento penseranno che sto dicendo assurdità, ma allora perché credete che i cenoni in famiglia siano tra gli eventi più temuti per noi adolescenti? Beh, per la fatidica domanda: “Ce l’hai *l* fidanzatin*?” Farebbe scappare anche i più temerari: una ventina di persone che ti fissano mentre stai mangiando e che aspettano una risposta, e tu che speri compaia magicamente qualcuno per salvarti (magari è per questo che si continua la tradizione di Babbo Natale, ma forse neanche lui col suo spumeggiante ingresso dal camino riuscirebbe ad attirare abbastanza l’attenzione).

Siamo tutti un po’ stufi, ammettiamolo: avere come standard di vita una relazione non è proprio il massimo. Davvero agli occhi del mondo saremmo completi solo con un’altra persona? Perché per essere felici bisogna essere in due? Perché ci viene sempre mostrato il fatidico lieto fine, o un amore straziante e indimenticabile che durerà oltre la morte? Perché una persona non può essere felice con se stessa? Ma soprattutto, perché non abbiamo una risposta?

Si pensa all’altra metà della mela, un cuore spezzato che si unirà. Ma non si pensa che per unire qualcosa bisogna dividerlo,i prima. E lo so che magari a voi non interessa, che una soluzione più facile e indolore potrebbe essere evitare di incontrare i parenti e tagliare qualsiasi rapporto con amici e conoscenti che fanno un dramma del vostro voler rimanere da sol*. La mia potrebbe essere una visione complottista, di sicuro non è La Verità Suprema, però far concepire a qualcuno l’idea di non essere abbastanza per se stesso, di avere un pezzo mancante, può creare un enorme vuoto, e non parlo di anima ma di autostima. Siamo persone, abbiamo un valore e delle capacità, non siamo dei pezzi di un puzzle che combaceranno in un unico grande disegno perfettamente organizzato, non siamo oggetti perciò non possiamo romperci, quindi non c’è nulla da aggiustare, da completare, da riunire. Abbiamo dei sentimenti, che possono essere feriti; non è giusto precludere a qualcuno la felicità per un qualche concetto idealisticamente corretto. Sono solo domande le mie, solo osservazioni, solo pensieri, sbagliati o giusti. Ma vorrei arrivare ad una conclusione: l’amore è una cosa fantastica, un sentimento bellissimo, ma stare da soli non è così male, non ti rovina la vita. Non hai bisogno di qualcun* che ti faccia sorridere quando sei triste, o di chi ti faccia sentire meglio se stai male, basti tu. Solo e soltanto tu. Perché se mai vorrai aggiungere qualcos’altro alla felicità che avrai già creato da sol*, sarà una tua scelta, e sarà una scelta bellissima. Altrettanto bellissima se vorrai vivere con te stess* e goderti la tua compagnia. Perché non abbiamo bisogno di qualcun* che ci salvi, o da salvare, abbiamo bisogno di capire chi siamo e cosa vogliamo. Focalizzarsi sui propri obiettivi è giusto e altrettanto giusto è avere obiettivi diversi.

Goditi la vita. Goditi te stess*. Goditi la tua compagnia.

Carmen Capece (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

STORIA DI UN DCA

“I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Questo tipo di disturbo insorge prevalentemente durante l’adolescenza, colpendo nella maggior parte dei casi, con un rapporto di 9:1, il sesso femminile. I comportamenti tipici che manifesta un soggetto affetto da un disturbo dell’alimentazione sono diversi; tra i più frequenti troviamo: ridurre notevolmente il quantitativo di cibo ingerito, digiunare (anche come forma di compensazione dopo un’abbuffata), avere crisi bulimiche (che portano ad ingerire una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo), vomitare per controllare il peso, usare lassativi o diuretici, praticare un’eccessiva attività fisica. In alcuni casi, il soggetto affetto da DCA può ricorrere ad uno o più di questi comportamenti. I principali disturbi dell’alimentazione che incontriamo sono l’anoressia , la bulimia nervosa e il disturbo dell’alimentazione incontrollata, anche detto binge eating disorder (BED).” Questo è ciò che riporta la rete regionale dei centri per la cura dei disturbi alimentari.

Ma cosa significa davvero vivere un DCA?

Soffrire di un disturbo alimentare ti sconvolge irrimediabilmente la vita, non scegli tu di entrarci, ci entri e basta. Comincia tutto con il voler perdere “qualche chilo” e si finisce per essere schiavi della propria mente. Vivere un DCA significa imparare a convivere con il proprio peggior incubo, essere controllati da qualcosa che tu stesso alimenti, qualcosa che ti controlla. Quando entri in questo circuito, improvvisamente ti sembra che il mondo intero ruoti attorno al cibo e al terrore di ingrassare; anche la cosa più banale si trasforma in qualcosa di terrorizzante e in un motivo di ansia e stress. Inizi a “organizzare” ogni singolo momento e anche un semplice caffè comincia a farti tremare le gambe e a farti sudare freddo, a far vacillare quel briciolo di sicurezza in te stesso che il “mostro” ti lascia. Spesso i pensieri sul cibo cominciano ad assillarti, non solo quando sei a tavola, ma anche a scuola o in palestra… nella testa sembra esserci posto solo per cibo, calorie, peso, grasso etc… Tutto il tuo mondo si sgretola riducendosi all’ossessione per un corpo perfetto.

Ma da dove nasce un disturbo alimentare?

Ho provato a cercare su internet quali siano gli eventi scatenanti più comuni e diffusi, e ciò che ho trovato mi ha lasciato senza parole: “Sono svariati i motivi per i quali una persona può cominciare a soffrire di un DCA. La presenza di obesità nell’infanzia è un fattore molto comune per chi soffre di un disturbo alimentare”; spesso chi viene identificato come ex-obeso, è molto più esposto al rischio di ammalarsi di DCA, questo perché fin dall’infanzia e soprattutto nel periodo pre adolescenziale, è stato vittima e oggetto di prese in giro per il proprio peso o per le forme del proprio corpo. Vivere queste situazioni di continue prese in giro per la propria forma fisica, porta ad un odio verso se stessi e verso il proprio corpo, ci si comincia a vedere sempre più piccoli e sbagliati e si cominciano a giustificare quelle “prese in giro” cercando di cambiare per accontentare gli altri. “Quasi sempre, infatti, chi soffre di un disturbo alimentare tende a vedere la propria immagine corporea alterata, il modo in cui nella sua mente si forma l’idea del suo corpo e delle sue forme influenzano la sua vita più della sua immagine reale.” Per chi soffre di questa malattia, lo specchio diventa il suo peggior incubo, ci si passano ore davanti a vedere i “progressi” fatti, ci si pesa di continuo per tenere sotto stretto controllo il peso, anche 4/5 volte nell’arco della giornata . “L’immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una ragazza coi fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo grande.” Come detto in precedenza, chi soffre di un disturbo alimentare è alla costante ricerca della perfezione, che in una persona affetta da DCA si racchiude in un unica parola: magrezza. L’ostinata ricerca di questa “perfezione” porta a fare ricorso a diete frequenti per arrivare alla magrezza tanto agognata. “La causa scatenante di disturbi del comportamento alimentare come l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa è proprio una dieta iniziata in età adolescenziale.” Bisogna stare molto attenti a cominciare una dieta: le diete, nella maggior parte dei casi, portano a pensare che esistano cibi “buoni” e cibi “cattivi” e che sia necessario aspettare un determinato giorno per effettuare uno “sgarro”, ossia per mangiare quello che viene ritenuto un cibo “cattivo”; questo scatena l’ossessione per un’alimentazione sempre più ristretta che tende ad evitare cibi ricchi di grassi o di calorie e a vedere in quello “sgarro” l’unico momento nel quale concedersi cibi più calorici. La conseguenza è un controllo costante di ciò che si mangia nell’arco della giornata, ossia una vera e propria ossessione per chi soffre di DCA.

“Questo tipo di disturbi occupano uno spazio molto particolare nell’ambito della psichiatria, questo perché oltre a colpire la mente, provocando un’intensa sofferenza psichica, questi disturbi coinvolgono anche il corpo con delle complicanze fisiche talvolta molto gravi, una di queste è l’amenorrea nelle donne. I disturbi alimentari talvolta portano con loro altre patologie psichiche, come la depressione, i disturbi d’ansia, il disturbo ossessivo-compulsivo ecc…”

Solo poche persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione scelgono di chiedere aiuto, chi per vergogna, chi perché non se ne accorge, chi semplicemente perché non accetta di essere malato. Spesso, infatti, chi è affetto da DCA non si rende conto di avere un problema, anzi, all’inizio la perdita di peso ti fa sentire meglio, più magra, più bella e più sicura di te stessa; inizi a ricevere complimenti e questo rinforza la sensazione di stare facendo la cosa giusta. Poi, però, quando le cose cominciano a degenerare perché la perdita di peso è eccessiva o comunque comporta un cambiamento importante della persona, ormai è troppo tardi: il “mostro” si è radicato in te e non sembra voler andar via. Spesso anche quando i familiari, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va, non è facile intervenire. Soprattutto, non bisogna colpevolizzare chi soffre di questo disturbo: inizialmente non si ha la piena consapevolezza di avere una malattia e poi, quando la consapevolezza arriva, si prova un forte senso di vergogna e un terribile senso di colpa nei confronti di chi ti circonda.

Non è facile uscire da un disturbo del comportamento alimentare, ma non è impossibile, e il primo passo per farlo è quello di chiedere aiuto, senza avere paura di essere giudicati.

Aurora Bottalico (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

INTERCULTURA: VI PRESENTIAMO ALPER

Alper è un ragazzo che frequenta la classe terza del nostro istituto, il Marconi-Hack di Bari, ha una passione per i viaggi e ha già avuto occasione in passato di visitare l’Italia in tutta la sua bellezza; suona il violoncello, gli piace il jazz ed è femminista. Quest’anno ha deciso di partecipare a Intercultura partendo dalla Turchia per arrivare da noi.

Ma cos’è Intercultura? Si tratta di un progetto che permette agli studenti di svolgere, per un tempo limitato, il loro percorso di studi in un altro stato. Esso affonda le sue origini nel periodo della seconda guerra mondiale, quando nacque quella che adesso chiamiamo Croce Rossa, grazie alla quale ogni cittadino disponibile si poteva mettere all’opera per aiutare chi era bisognoso, eliminando per la prima volta barriere culturali e discriminatorie; le conseguenze “virtuose” di quell’iniziativa si notano ancora oggi, in quanto con gli scambi interculturali si dimostrano appunto accoglienza e disponibilità.

Il sistema di Intercultura si basa su famiglie ospitanti che accettano i ragazzi che aderiscono al progetto all’interno del proprio nucleo familiare come veri e propri figli, in modo da far loro vivere la nuova esperienza sentendo anche un po’ meno la nostalgia di casa. Tutto ciò non è solo un metodo alternativo e più efficace di imparare una nuova lingua, bensì un’avventura da vivere, un’occasione di imparare cultura e abitudini di altri Paesi.

Nei diversi stati ci sono programmi di studio diversi perciò, al ritorno da questo percorso, è necessario effettuare un colloquio di “riallineamento” relativo al programma nel frattempo svolto dai propri docenti nella scuola di origine, sul quale ci si deve preparare adeguatamente in modo tale da non avere lacune. Per questo Intercultura non è per tutti: non a caso, prima di essere ammessi, si deve sostenere un test psicologico per valutare il livello di capacità nel riuscire ad affrontare un progetto di tale portata.

Ogni scuola ha un coordinatore o una coordinatrice che si occupa di tutto ciò che è necessario allo svolgimento del progetto, e che aiuta il ragazzo ospitato nelle eventuali difficoltà che si possono incontrare durante la permanenza nella scuola ospitante. Nella nostra scuola la coordinatrice è la professoressa Montrone, che crede fortemente in questo progetto in quanto ammira la capacità degli esseri umani di potersi aprire al mondo e a ciò che li circonda, senza restare chiusi nel proprio io. Lei ci ha permesso di andare oltre un nome e capire più a fondo cosa sia Intercultura.

Alper è un ottimo esempio di questa esperienza: ha imparato a parlare molto fluidamente in italiano in soli 5 mesi, ha vissuto varie “avventure” soprattutto culinarie, a volte un po’ particolari – quasi obbrobriose, come la pasta con ketchup e maionese o la pizza con l’ananas (in Italia!) -, ma per fortuna ha scoperto il nostro buon cibo (dopotutto l’Italia è il luogo per eccellenza della dieta mediterranea); inoltre ci ha raccontato che, mentre noi Italiani consideriamo il pranzo un momento sacro della giornata, in Turchia i pasti giornalieri sono colazione e cena. Inizialmente ha avuto qualche problema con i membri della famiglia ospitante, dato che c’era un bambino piccolo che interrompeva spesso la quiete: per Alper era già difficile trovarsi in un Paese nuovo non conoscendone bene la lingua; una distrazione come questa avrebbe sicuramente complicato la situazione e, perciò, ha deciso di effettuare uno scambio, riuscito senza troppi problemi.

Ci ha raccontato le differenze tra i diversi sistemi scolastici. Per esempio, la scuola in Turchia è molto rigida, ma ha un punto forte: nei primi due anni delle superiori tutti gli allievi studiano le stesse materie, esattamente come noi, ma dal terzo anno in poi si può scegliere quali materie studiare in modo che ci si concentri maggiormente su quelli che sono i propri obiettivi e non si venga ostacolati e confusi. Inoltre, dopo le lezioni, studenti e insegnanti passano due ore insieme svolgendo i compiti che quindi, ebbene sì, vengono svolti a scuola e non a casa, in modo che chi ha difficoltà può subito essere aiutato.

Alper ha voluto aderire al progetto di Intercultura in seguito alla precedente partecipazione di una sua parente che, andando a studiare in Svizzera, ha vissuto una bella esperienza. Lui aveva visitato l’Italia varie volte e sin da subito l’ha trovata un posto magnifico: paesaggi, cucina, tradizioni, arte, cultura lo avevano già colpito e questo ha facilitato molto la scelta del Paese in cui attuare lo scambio culturale. E poi, lui non è stato l’unico ad imparare: anche noi abbiamo imparato qualcosa riguardo il suo Paese e la sua cultura, così come sicuramente la sua famiglia ospitante e i suoi amici hanno soddisfatto tante curiosità.

È arrivato in Italia a settembre in aereo; all’inizio ha avuto qualche dubbio, ha avuto paura che sarebbe stato escluso, che non si sarebbe abituato e altre varie paranoie di questo genere, che però sono facilmente scomparse subito dopo l’inizio della scuola: infatti si è adattato abbastanza rapidamente, anche se ogni tanto sente la mancanza della sua cultura, della sua famiglia e della sua lingua. Fortunatamente, grazie alle applicazioni di messaggistica, sente i suoi cari e i suoi amici ogni giorno, e anzi ci ha rivelato quali sono le cose più belle dello scambio culturale: si hanno amici in tutto il mondo, ci si rende conto delle infinite possibilità, risorse e informazioni che l’uomo possiede e soprattutto si esce dalla propria comfort zone. Insomma, oltre al suo innegabile valore socio-culturale, bisogna evidenziare che l’esperienza di Intercultura è divertente ed è umanamente utile, sia per il ragazzo che la vive sia per la comunità ospitante.

Grazie Alper! Arrivederci o, come si dice in turco,

görüşmek üzere!

Carmen Capece e Eugenia Lanzellotto (Liceo Scienze Applicate Margherita Hack)