DIBATTIAMO SU UN PEZZO DI STOFFA…

Noi esseri umani dibattiamo spesso su un pezzo di stoffa. Avete capito bene, stoffa. Perché in fin dei conti il continuo confronto sulla mascolinità tossica relativa all’abbigliamento, si riduce a questo. Le maglie di cosa sono fatte? I pantaloni? Le giacche? Le camicie? Le gonne? I vestiti? C’è un’unica risposta a tutto ciò: stoffa. Allora che senso ha continuare a discutere, che senso ha restare irremovibili nella convinzione che gli uomini non possano indossare gonne o indumenti simili? Perché sono indumenti da donna. Già, da donna… E allora io vi chiedo, chi lo ha deciso? Noi esseri umani, la risposta è ovvia, perciò gli stessi esseri umani potrebbero cambiare le cose. Riflettete un attimo: supponiamo che io fossi una stilista di fama mondiale, che avessi i soldi, il potere e influenza mediatica; bene, basterebbe una mia decisione e vi assicuro che nel giro di 10, 20, forse 30 anni le sorti della moda cambierebbero e le gonne sarebbero bandite dal guardaroba di ogni donna. Ma sapete cosa? Io un cambiamento l’ho già visto, ed è anche sotto i vostri occhi quotidianamente! Difficile da cogliere, la similitudine? Spostiamo un po’ l’occhio del mirino e per pochi secondi concentriamoci su un altro soggetto (non ho intenzione di sviare il discorso, voglio ampliarlo, collegarlo, srotolare questa pergamena di infinite nozioni dinanzi ai vostri occhi, nel modo più veloce e semplice possibile): 1874. Questa data vi basterà, non narrerò la storia intera malgrado vi consigli di andarvela a leggere; potreste pensare che non sia qualcosa di eclatante, e per come viviamo oggi forse lo è, però quello fu l’anno in cui le donne poterono iniziare a indossare i pantaloni. Il frutto proibito per quell’epoca, una mela alternativa. Noi donne abbiamo sfidato il sistema quella volta e ogni giorno per le più disparate ragioni continuiamo a farlo, siamo noi che abbiamo aperto la strada a concetti sbagliati o giusti su cui riflettere. Perciò mi sembra che non ci siano problemi nel permettere agli uomini di indossare indumenti “prettamente femminili” (infondo nei tempi antichi gli uomini indossavano vesti, pensiamo ai greci o i romani, o ancora prima perfino pelli di animali legate in vita). Ma no, a quanto pare per la società i problemi ci sono, e vi spiego perché. Partiamo dal concetto patriarcale che vede le donne come deboli e inferiori all’uomo: in tale prospettiva non è difficile capire che consentire la “mescolanza” di elementi considerati femminili con il concetto stesso di “uomo” porterebbe a mettere in discussione o addirittura ad annullare l’immagine della superiorità maschile. Espressioni legate al “mondo maschile” denotano forza, potere, predominio: pensiamo a frasi come “portare i pantaloni”, o anche alla semplice generalizzazione grammaticale per cui il soggetto viene volto al maschile quando in un gruppo di donne c’è anche un solo uomo. E poi c’è il “mondo femminile”, caratterizzato da oggettificazione, discredito, oppressione, dovuti alla generica percezione delle donne come troppo emotive, fragili, “le principesse da salvare”, magari anche non abbastanza capaci (“donna schiava zitta e lava”) – e potrei continuare: tutto ciò urla debolezza, una debolezza, però, imposta. L’uomo forte e potente, il maschio alfa, se viene associato a un oggetto “femminile”, rischia di perdere la sua credibilità, il suo castello di carte costruito su pregiudizi e menzogne crolla inesorabilmente. Perciò non è possibile un cambiamento, perché si abbatterebbero quelle barriere fondate proprio sulla tradizionale divisione tra i due generi, perché in tal modo certi uomini avrebbero la sensazione di dover condividere con le donne i loro privilegi e perché gli esseri umani sono alla continua egoistica ricerca di potere, un avido potere che non cede spazio agli altri. Non sono qui per farvi la morale e per contemplare la povertà delle vostre anime, a quello ci penserà il karma o un qualsiasi dio – e io sono atea quindi vedete un po’ voi -, ma voglio solo cercare di farvi capire come la nostra evoluzione e il continuo progresso tecnologico e scientifico non ci rendono una specie avanzata. E lo dimostra il fatto che continuiamo a dibattere su quel pezzo di stoffa.

Ci sono poche cose al mondo che ci permetterebbero di raggiungere un livello di realizzazione tale da renderci “avanzati” e una di queste è l’informazione. Sì, ci vorrebbe più informazione. Finora invece ci sono state soltanto tante domande e poche risposte: se parliamo di femminismo spesso ci imbattiamo in fraintendimenti sul termine, anacronismi e gente che pensa di essere tagliata fuori. Per una volta ho voluto cambiare il soggetto, non ho ribadito, come sempre, quanto ancora le donne abbiano bisogno di ottenere ma come gli uomini debbano agire e cooperare con noi donne, perché la gabbia l’hanno costruita anche intorno a se stessi, solamente che la loro gabbia è di cristallo, una dolce illusione che non sempre consente di vedere l’abisso in cui si sta sprofondando. Siamo un’unica realtà, un unico essere: quello umano. Quindi ribaltiamo i pregiudizi a partire da quel famoso pezzo di stoffa che ancora usiamo per dividere i due generi.

Carmen Capece

SENZA LE DONNE NON SE NE PARLA. La provocazione di Luisa Torsi a Log@Ritmi

Gli scienziati che hanno fatto la storia della scienza? Einstein, Newton, Galilei… Tutti uomini. E le donne? Luisa Torsi, professoressa ordinaria di chimica all’Università di Bari, vincitrice di numerosi e prestigiosi premi, è chiara: Senza le donne? Non se ne parla.

Durante Log@Ritmi – La provocazione della scienza, festival di divulgazione scientifica arrivato alla sua sesta edizione, Luisa Torsi ci propone la sua prospettiva sulla questione della disparità di genere, soprattutto in ambito accademico.

Le statistiche comunicano l’urgenza e la drammaticità della situazione: dall’inizio del percorso universitario fino alla laurea, la popolazione studentesca è costituita per metà da donne e ciò può essere verificato in tutti i corsi di laurea, tranne che per i percorsi di facoltà STEM (acronimo con cui si indicano le facoltà scientifiche: Science, Technology, Engineering, Mathematics) in cui le studentesse non superano mai il 50%.Con l’avanzare della carriera e l’innalzarsi del ruolo, però, il gender gap aumenta esponenzialmente. La curva decrescente nei grafici corrisponde al periodo della maternità, ancora percepita come una condizione invalidante per la donna. Di tragica rilevanza è anche il problema del gap salariale, presente ancora in moltissimi ambiti del lavoro.

Ma perché le donne hanno ancora difficoltà a raggiungere ruoli apicali, o addirittura la parità rispetto agli uomini? Ciò è dovuto a un retaggio culturale caratterizzato da stereotipi, false credenze e ignoranza, che influenza l’opinione pubblica e il modello di società in cui viviamo.

Negli ultimi decenni, anche grazie alle passate battaglie del femminismo e alle sollecitazioni venute dall’Unione Europea, la condizione femminile è lentamente migliorata, ma la parità di genere non è stata ancora raggiunta: il processo di emancipazione femminile e liberazione della cultura dai modelli maschilisti sta, anzi, rallentando.

Per questo sono necessarie veloci ed efficaci soluzioni – non solo in campo sociale, ma anche politico e giudiziario – che possano far ricredere le menti più ostinate. Ne è un esempio la legge Golfo-Mosca, che introduce un minimo del 22-30% di componente femminile nei consigli di amministrazione delle imprese. “Incredibilmente”, con questa legge, moltissime aziende hanno avuto una grande crescita economica e finanziaria.

Le quote rosa sono poi declinate in ogni ambito della vita e della società: per le scienze, ad esempio, è necessario un aumento della rappresentanza femminile nei convegni (di qualsiasi rilievo), oggi minima, quasi insufficiente. È questo, per esempio, l’obiettivo della campagna No women no panel, portata avanti dalla Commissaria Europea Mariya Gabriel e abbracciata da Luisa Torsi nella sua relazione.

Il sistema delle quote rosa potrebbe apparentemente minare i principi della meritocrazia: si potrebbe pensare che una donna abbia rilevanza politica o sociale o scientifica solo in quanto tale. In realtà si tratta di un modo per far sì che vi sia sempre una eguale rappresentanza di entrambi i generi, che rispecchi la composizione della società civile e contrasti l’anomalia della disparità di questa rappresentanza, riscontrabile a tutti i livelli, dai congressi scientifici ai dibattiti fino alle posizioni apicali ed ai ruoli decisionali in campo lavorativo o politico.

Le donne scienziate (o politiche o giudici…) sono tante e danno importanti contributi al sapere scientifico, ma spesso, proprio perché meno rappresentate pubblicamente, a loro è attribuita minore importanza rispetto a un uomo.

Potrebbe sembrare una disparità di genere al contrario, ma in realtà è il rimedio per riportare in equilibrio i piatti della bilancia.

Luisa Torsi propone, come soluzione più rapida ed efficace alla condanna culturale della società, le donne e le iniziative che le promuovono come immagine e modello di una società femminista: Shefigures è il manifesto delle grandi donne, promosso dall’Unione Europea, che invita tutti i cittadini, uomini e donne, a disinnescare gli stereotipi radicati nelle menti e nella cultura, per creare insieme un nuovo mondo di uguaglianza e diversità, di unicità e collettività.

Miriana Alfonsi

8 MARZO: GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELLA DONNA O FESTA DELLA DONNA?

Vi ricordate che ricorrenza si festeggia l’8 marzo? Per tutti “La Festa della Donna”. Ma è proprio corretto chiamarla così? Sono in pochi a sapere che dietro la superficie (ma anche superficialità) della festa si nasconde qualcosa di molto più profondo, ovvero la Giornata Internazionale dei Diritti della Donna. Ed allora festeggiamo, ma anche, e soprattutto, riflettiamo!

Se oggi, in molta parte del mondo, le ragazze possono indossare pantaloni, andare a scuola, votare, lavorare ed essere indipendenti, è proprio grazie alle ribellioni che alcune donne del passato hanno portato avanti per spezzare i modelli sociali e culturali in cui non si riconoscevano.

Ed allora l’8 marzo diviene il momento per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche, ma anche, purtroppo, le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in ogni parte del mondo.

Perché è stata istituita questa ricorrenza?

Già dall’inizio del XIX secolo le donne di molti paesi iniziarono a lottare contro lo sfruttamento dei datori di lavoro nei confronti delle operaie (sia per quanto riguardava il basso salario che per l’orario di lavoro), contro le discriminazioni sessuali e per ottenere il diritto di voto. 

Le donne, specialmente quelle appartenenti al partito socialista, sia negli Stati Uniti che in altri paesi, iniziarono a lottare con tutte le loro forze, organizzando diverse manifestazioni per ottenere il diritto di voto . A New York, già nel 1910, fu istituito il Woman’s Day. Così, anche in altri paesi, si decise di istituire la Giornata Internazionale dei Diritti della Donna e il 16 dicembre 1977 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose a ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all’anno come la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale.

In questo modo l’Assemblea delle Nazioni Unite iniziò a riconoscere il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe la necessità di porre fine ad ogni discriminazione e di assicurare alle donne una partecipazione paritaria alla vita civile e sociale del loro paese.

Non so se siete curiosi anche voi, ma io lo sono tanto e, alla ricerca di notizie per scrivere questo articolo…

Ho scoperto che dopo la Seconda Guerra Mondiale cominciarono a circolare fantasiose versioni sulle origini di questa ricorrenza, versioni secondo le quali l’8 marzo ricorderebbe la morte di centinaia di operaie in un incendio avvenuto nel 1908, a New York, in una fabbrica di camicie. La suddetta fabbrica pare non sia mai esistita e, probabilmente, la tragedia si sarebbe in realtà verificata (sempre a New York) il 25 marzo del 1911, quando, nella fabbrica Triangle, morirono 146 lavoratori tra cui 123 donne, in gran parte giovani immigrate di origine italiana ed ebraica.

Nonostante le ricerche effettuate da diverse femministe tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta del XX secolo abbiano dimostrato l’erroneità di alcune ricostruzioni, come quella sopra riportata, le stesse vengono ancora oggi ancora diffuse sia dai mass media che dai social network.

Perché l’8 marzo?

L’8 marzo 1917 tantissime donne manifestarono a San Pietroburgo contro la guerra: fu così che la Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia» e la decisione fu seguita da molti paesi dopo l’istituzione della ricorrenza da parte dell’ONU.

In Italia invece la Giornata Internazionale della Donna fu celebrata per la prima volta soltanto nel 1922.

Perché la mimosa?

Ogni anno in inverno c’è sempre un fiore che rompe con i suoi colori il grigiore della stagione e fa venire l’allergia…

La mimosa, meravigliosa pianta dall’acceso colore giallo e l’inconfondibile profumo, è il simbolo della Festa della Donna perché è associata a forza e femminilità. Il vero significato del nome mimosa sembra fare proprio riferimento alla personalità femminile: candore non bianco.

Certamente il suo significato di forza e femminilità può indicare il carattere femminile, così come la morbidezza e la delicatezza dei suoi fiori. Però esiste un momento storico in cui la pianta è diventato il simbolo della Giornata internazionale dei diritti donna: nel 1946 le donne dell’UDI (Unione Donne Italiane), cercavano un fiore per celebrare la prima Festa della Donna dopo la seconda guerra mondiale. Fu così scelta la mimosa perché era uno dei primi fiori a sbocciare a inizio marzo e aveva il vantaggio di essere poco costosa!

SIAMO DONNE… OLTRE LE GAMBE C’E’ DI PIU’….

Greta Feroni