APOCALYPSE – CAPITOLO TERZO


Abbandonare quella che era stata per più di sei anni la mia casa fu davvero doloroso, per non parlare delle fatiche che avevo fatto per “arredarla”.
Dopo qualche giorno di cammino l’accampamento dove Kikka era stata inseguita da quelle schifose guardie era ormai lontano. Chissà perché era stata inseguita, cosa poteva aver combinato?
Ci stavamo dirigendo a Nord dell’accampamento. Mentre Kikka parlava di questioni di cui non mi importava assolutamente niente, per esempio di come era stata la sua vita prima della pandemia o di cosa era abituata a fare il sabato mattina, ad un certo punto sentimmo degli spari. Erano vicini, sembrava provenissero da dietro alcuni alberi.
“Cosa è stato?!” – gridò Kikka preoccupata, appoggiando la mano su un albero e cercando di capire da dove venisse il suono.
“Erano spari! Qualcuno ha incontrato degli infetti e sta cercando di eliminarli! Forza aiutiamolo!” – risposi io, dirigendomi esattamente verso l’albero da dietro il quale avrei giurato fosse partito il colpo di un fucile. Era la nostra occasione per trovare compagni che ci potessero aiutare. Kikka mi seguì con il fucile carico. Arrivate all’albero, i nostri occhi si soffermarono su un ragazzo alto e bruno che stava sparando con una K-4 a degli infetti. Alcuni contagiati stavano per assalirlo alle spalle ma io, dopo aver fatto cenno a Kikka di sparare agli infetti più lontani, corsi verso di lui e sparai contro tutti gli zombie che erano alle sue spalle. Il ragazzo si girò di scatto verso di me.
“Chi sei tu?” – mi chiese mentre continuava a sparare. Non mi sembrava il momento più adatto alle spiegazioni, quindi lo zittii tagliando corto:
“Taci e spara, ti spiego dopo!”
Ripresi fiato per chiamare Kikka:
“Ehi! Vieni qui e spara alla nostra destra!”
Lei iniziò a correre verso di noi, stando attenta a schivare gli attacchi degli Infetti. “Signorsì!” – esclamò entusiasta.
Dopo aver ucciso tutti gli infetti che avevamo attorno, mi girai verso il ragazzo.
“Ciao, io sono Aesira Nardon e lei e Kikka Sances. Tu?”
Lui mi guardò dritto negli occhi e mi mise il braccio attorno alla vita.
“Mi chiamo James.”
Cercai di allontanarlo da me togliendo bruscamente il “suo” braccio dalla “mia” vita. Era ufficiale: quel tizio non mi piaceva! Kikka intervenne prima che gli potessi tirare uno schiaffo:
“Sai James, io e Aesira stiamo cercando nuove persone per creare un accampamento”.
James la guardò stupito.
“Un accampamento?” – disse sorpreso, portando la mano vicino alla bocca per poi grattarsi il mento.
“Sì, proprio un accampamento. Vuoi unirti a noi?” – risposi io tagliando di nuovo corto.
Lui si avvicinò per la seconda volta a me, mi prese la mano portandola alle labbra e la baciò. “Se ci sei tu, come faccio a non esserci?”
In quel momento fui davvero sul punto di tirargli uno schiaffo, ma fui nuovamente interrotta da Kikka che mi spinse lontano da James.
“Allora, ti unisci a noi?” – chiese, mettendosi davanti a me per cercare di attirare l’attenzione di James.
“Sì, certo che mi unisco a voi. Non è chiaro quello che ho detto prima?”- replicò lui con uno strano ghigno felice. Tirai Kikka al mio fianco e le mise una mano sulla spalla, mentre chiedevo a quell’individuo:

“Senti, ma tu non hai dei genitori?” – glielo chiesi non tanto per curiosità, quanto per cercare di dissuaderlo dal cercare di “toccarmi “ o guardarmi in modo “strano”.
“No, sono stati uccisi quando ero piccolo”. Non mi meravigliai della sua risposta, lo avevo già intuito, ma Kikka evidentemente no, infatti si avvicinò a lui con area triste e compassionevole cercando di confortarlo.
“Mi dispiace tanto… ci siamo noi ora! Resteremo insieme!” – gli disse appoggiandogli la mano sulla spalla”
“Grazie…” – rispose James in tono quasi seccato, come se gli avessero fatto la stessa domanda e lo avessero compatito già mille volte. Probabilmente non doveva essergliene importato molto dei suoi genitori…
“E i vostri? Sono morti anche loro?”
Ma che razza di domanda era questa?! Mi accorsi che Kikka stava per ricominciare a piangere, così mi affrettai a rispondere di sì con la mia solita aria fredda; poi, per alleggerire l’atmosfera, aggiunsi:
“Si sta facendo sera, dobbiamo trovare un rifugio per la notte. Seguitemi!”
Kikka e James si guardarono negli occhi, poi guardarono me e infine mi seguirono senza fiatare. Credo che finalmente quel ragazzino avesse capito chi comandava.
Li portai vicino a un piccolo accampamento abbandonato dove giacevano delle tende usate probabilmente da qualche bandito tempo prima.
“Ragazzi, staremo qui per la notte”
Dissi indicando le tende. Kikka si avvicinò ad esse e ne afferrò una di colore rosa.
“In questa dormo io!”
James invece ne afferrò una verde ed esclamò:
“In questa dormiamo io e Aesira!”
Gli sferrai un pugno sulla nuca, visto che ero vicina a lui.
“Io faccio da guardia – ribattei. Lui mi afferrò il polso e disse sogghignando:
“Va bene, tanto prima o poi dormirai con me”
Che cretino…
Feci cenno a Kikka e a James di andare a dormire.
Mi chiedevo cosa passasse nella mente di quel ragazzo. James era alto e devo ammettere che aveva un certo fascino; portava degli occhiali blu oltremare e anche lui era vestito con abiti militari.
Passai la notte a pensare a quello che avremmo fatto la mattina dopo, e a come ci fossi finita a cercare di costruire un accampamento.
La mattina dopo svegliai James e Kikka e riprendemmo il cammino per cercare nuove reclute. Ci dirigemmo verso nord-ovest, perché sapevo che lì c’erano molti ragazzi che avrebbero potuto unirsi a noi ed esserci utili. Lo sapevo grazie a mia madre, che me lo aveva rivelato anni prima nel caso mi fossi trovata in stato di emergenza. Camminammo per circa tre giorni, durante i quali imparai a conoscere meglio sia Kikka sia James, soprattutto James. Devo ammettere che non era niente male: era simpatico e molto divertente, anche se ai miei occhi appariva sempre come un cretino.
Alla fine arrivammo in una piccola città piena di palazzi altissimi, di alberi, di muffa e, ovviamente, di infetti. Sbucavano da ogni dove: nei vicoli, per le strade, dai tombini o da luoghi da cui nessuno si sarebbe mai aspettato; alcuni, addirittura, si lanciavano su di noi dai palazzi sentendo l’odore di carne fresca. Per fortuna trovammo rifugio proprio in uno di quei palazzi altissimi.
“Ragazze, ma siete sicure che qui ci siano persone disposte ad aiutarci?” – disse James, dubbioso come sempre.
“Certo che sì! Qualcuno da queste parti ci deve pur essere!” – intervenne Kikka con la sua solita positività. Tutto quel suo ottimismo mi disgustava: come si può pensare che il mondo ti riservi sempre cose belle? Il mondo è crudele, questa è la verità…
“Probabilmente la maggior parte delle persone di questa città sono morte, o sono state mangiate dagli infetti, o sono diventate esse stesse infetti, ma è possibile che qualcuno di loro si sia salvato” – dissi – “Anche se le probabilità sono poche e poi non sappiamo se ci voglia aiutare… la persona che forse troveremo, intendo.”.
Kikka non demorse e continuò:
“Chi non vorrebbe fare in modo di vivere in un posto senza pericoli e con degli amici e…” James la interruppe con aria scherzosa ma allo stesso tempo seria, con l’obiettivo di farmi innervosire:
“Aesira. Giusto?”
Mi sorpresi, ma non dissi niente e gli feci finire il discorso.
“O forse persino a te farebbe piacere stare con le persone a cui vuoi bene in un posto sicuro?” Devo ammettere che quel ragazzo riusciva sempre a farmi riflettere. Restai in silenzio. Poi però risposi, visto che quei due continuavamo a fissarmi.
“Ovviamente anche a me piacerebbe, peccato sia impossibile. Non esiste un luogo sicuro”. Ancora una volta Kikka non desistette e cercò di convincermi che quello che avevo detto era sbagliatissimo e pessimista.
“Non ti senti al sicuro con noi? E poi, non sei mai stata in un luogo senza pericoli? Magari prima della pandemia… A casa tua non ti sentivi protetta? Al sicuro?” – mi chiese nel tentativo di distogliermi dai miei soliti “pensieri negativi”, come li chiamava lei. Io non dissi nulla, mi sentivo molto a disagio a rispondere a quelle domande. Anche se mi fecero pensare più del solito: forse esisteva davvero un posto sicuro, forse io mi ero semplicemente dimenticata la sensazione che si provava a sentirsi al sicuro…
“Kikka, lasciala perdere, sai come è fatta. Ora terrà il muso e resterà pensierosa per tutto il giorno” – disse James con il suo solito sorrisetto.
Giuro che in quel momento gli avrei dato un calcio nei gioielli di famiglia, se non fosse che ero molto lontana da lui e che ero anche seduta e non avevo nessuna voglia di alzarmi.

Gaia Brunetti

APOCALYPSE

Capitolo 1

Era una giornata di sole nella mia città, me lo ricordo come fosse ieri. Eravamo nell’anno 2776. Più precisamente era il 2 novembre 2776… il giorno in cui era iniziata l’apocalisse…

La scienza si era spinta troppo oltre; gli scienziati erano alla ricerca della cura per una rara malattia, ma quando finalmente vi erano risaliti qualcosa era andato storto. I pazienti che si erano offerti di provare la cura sotto forma di pillole avevano avvertito molti effetti collaterali, per fortuna non pericolosi… o almeno era questo che gli scienziati avevano detto alla popolazione. In realtà le cose erano andate in modo completamente diverso da come ce le avevano raccontate per rassicurarci. Infatti, nel giro di poco tempo, i pazienti che avevano fatto riscontrare gli effetti collaterali della pillola erano diventati dei veri e propri zombie e avevano cominciato a trasmettere la loro malattia alle persone mordendole; in questo modo gli infetti avevano assunto il controllo di tutto ciò che li circondava. Anche se il governo aveva messo a disposizione della gente celle di sicurezza in cui rifugiarsi, queste non avevano resistito alla forza dei contaminati, che avevano cercato in tutti i modi di forzarle. Solo alcuni fortunati si erano salvati, purtroppo: oramai la terra era un posto destinato solo ai più forti.

C’eravamo divisi in gruppi. I più forti avevano costruito accampamenti, i più deboli si erano limitati ad aspettare la morte. Io ero una delle poche persone sopravvissute a quella che ormai tutti definivamo “apocalisse”, ma non ero stata così fortunata da aver costruito un accampamento o da far parte di una comunità… No, io ero sola. E, sinceramente, me la cavavo benissimo da sola: vivevo in una piccola grotta e andavo in giro munita di un fucile da caccia per uccidere quei maledetti infetti. Loro erano delle creature senza scrupoli e avevano il solo intento di infettare altre persone.

Mi chiamo Aesira Nardon, e ancora oggi sono una dei sopravvissuti alla pandemia. Avevo solo undici anni quando uccisi il mio primo infetto e ora ne ho diciassette: è passato molto tempo dall’inizio di questo inferno. Sei anni… molti, vero?

Sì, me la sono cavata da sola per sei anni ma, visto che sono sempre cresciuta da sola fin da quando ero piccola, non mi sono mai fatta troppi problemi a vivere in solitudine. Ho avuto dei genitori, ma erano sempre impegnati con il lavoro; erano proprietari di numerose aziende molto note e non avevano tempo per me, anche se mi volevano molto bene e facevano tutto il possibile per stare un pò con me. Prima che tutto questo succedesse.

Un giorno, poiché avevo esaurito le scorte di carne e di acqua ed erano ormai due giorni che non mangiavo, decisi di andare a caccia di provviste ma non mi andò troppo bene, così andai a rubare in un accampamento vicino. Non era un campo molto grande ma era largo abbastanza per ospitare molte guardie. Per entrare dovetti distrarre le guardie che controllavano il cancello principale servendomi di fumogeni lanciati all’ingresso: così, mentre loro sparavano nel punto dove erano caduti i fumogeni, io mi intrufolai all’interno senza alcun problema. Poi, grazie ad una corda abbastanza resistente trovata qualche settimana prima in un accampamento abbandonato a sud della mia grotta, mi arrampicai sul tetto secondario del campo e calai nella sala delle provviste.

Da allora, ogni volta è stato sempre più facile entrarci. Vado sempre lì a prendere, anzi a rubare le provviste che mi servono, nessuna di quelle stupide guardie si accorge di me, mi so mimetizzare tra i fumogeni e ideare piani come poche persone sulla terra. Sapete, mi sono procurata così il mio fucile, il mio M16: l’ho rubato, sì, proprio da questo accampamento. E pensare che nessuno si accorge di me.

Una mattina mi infiltrai come al solito nella sala delle provviste per prendere del cibo; mi infilai tutto il possibile nelle tasche: c’era carne a volontà, acqua e addirittura del brodo caldo! Stavo per uscire dalla base, quando sentii dei fucili sparare. Per un attimo temetti che mi avessero scoperto, così caricai subito il mio M16. Solo dopo mi accorsi che una ragazza stava scappando nella mia direzione: era una ragazza alta e magra, con i capelli biondi molto lunghi e avvolti in una treccia; era vestita con normalissimi abiti da militare e dietro la schiena aveva un fucile da caccia quasi uguale al mio M40, o comunque simile ai fucili da cecchino. Non mi andava di lasciarla da sola, tanto più per il fatto che era inseguita da quelle schifose guardie – si capisce che le guardie non mi stavano affatto simpatiche, vero? Beh, credo sia normale, visto che quando avevo provato a cercare “regolarmente” rifugio in quell’accampamento mi avevano cacciato via, senza neanche ascoltarmi.

Gaia Brunetti