LO SPORT, UNO STILE DI VITA

Lo sport è praticato da moltissime persone e a scopi diversi: mantenere in salute l’organismo, rilassarsi, divertirsi, concentrarsi, prendersi un momento di pausa da tutto il resto, stare in compagnia… Ma per alcuni lo sport è una passione, oltre che un vero e proprio stile di vita.

E io ho la fortuna di conoscere due persone che lo vivono esattamente così. Si tratta di due miei carissimi amici, Michele e Giovanni: il primo ha vent’anni ed è un surfista a livello agonistico; il secondo ha diciotto anni, pratica scherma ed è arrivato a gareggiare a livello nazionale.

Qui di seguito vi riporto le interviste che ho rivolto loro per rendervi partecipi della loro fantastica esperienza!

MICHELE.

Ciao Michele! Avanti, raccontaci un po’ della tua esperienza sulla tavola!

“Per me il surf, e lo sport in generale, è un modo di sfidarmi, di ascoltarmi. Una sfida con nessuno all’infuori di me stesso. Penso infatti che la competizione più sana sia quella con sé stessi. Essere migliori di ieri, ogni oggi. Ho scelto uno sport a contatto con la natura, non intenzionalmente ma neanche a caso. Penso che la natura sia la più saggia maestra.

Quando vedo le pareti liquide scivolare sotto di me, tra le limpide acque del Salento, con gli scogli scorrere sotto di me come la pellicola di un film, mentre l’adrenalina scorre in me, capisco che non c’è niente di meglio, capisco di essere vivo e sento il miracolo che c’è in questo.”

Qual è il tuo rapporto con il surf?

“Il surf è sempre bello. In compagnia lo preferisco, ma non quando si è in troppi.

Un’onda perfetta, condivisa con un amico fidato, diventa motivo di gioia ancora più intensa.

Preferisco stare da solo, però, rispetto a stare con decine di sconosciuti che urlano e schiamazzano, togliendo la magia e il sacro che è proprio della natura.

Le onde sono imprevedibili, sono movimento. Ti insegnano ad apprezzare il momento, soprattutto in un posto, come l’Italia, dove le occasioni di vederle sono poche.

E la prima volta che hai praticato il surf, cosa hai provato?

“Anche se non era proprio surf, già dall’età di nove anni io, i miei cugini e i miei amici, la crew della stradina in cui abitavamo d’estate, ogni volta che il vento muoveva il mare eravamo in acqua, da mattina a sera.

Tornavamo con la testa, le orecchie e le tasche dei costumi pieni di sabbia, gli occhi rossi.

Ci divertivamo a prendere le onde sul bagnasciuga, lasciando che esse ci sballottassero con il loro moto prepotente, sulla sabbia.

Oppure, meno di frequente in quanto servivano mareggiate più grosse, facevamo bodysurf, un vero e proprio modo di cavalcare le onde.

Era bellissimo. Ogni volta che succedeva l’aria si riempiva di un non so che di festoso.”

Un’ultima domanda, Michele: cosa rappresenta per te il surf?

“Da piccolo praticavo il nuoto. Ad un tratto l’urgenza di unire il nuoto con gli sport da tavola cominciò a farsi sempre più spazio dentro di me, dapprima sotto forma di semplice desiderio, poi in modo sempre più prepotente.

Avevo undici anni, quando ci trasferimmo a Roma. Ogni weekend chiedevo di portarmi a provare il surf ad Ostia, dove sapevo ci sarebbero stati degli istruttori specializzati. Allora me l’immaginavo come un posto paradisiaco, con onde perfette sotto scogliere mozzafiato…

Per un motivo o per l’altro, complice i molteplici impegni che Roma impone, non fui mai accontentato. Continuavo, però, la mia pratica del nuoto.

Solo anni dopo riuscii finalmente ad andarci e scoprii che in realtà Ostia non era altro che un grosso quartiere popolare su spiagge grigie bagnate da acque torbide. In realtà, tuttavia, fu molto di più, per me e per molti surfisti della capitale.

In ogni caso, quando ci andai, era già troppo tardi per spegnere il mio amore: ero infatuato da quello sport.

Per me il surf è silenzio ed è fonte di costanti meraviglie, che ancora non riesco a spiegarmi.

Niente al mondo mi fa stare bene come la sensazione di bagnato, il controllo del meteo, l’attesa, l’adrenalina, l’astinenza, il migliorarsi.”

GIOVANNI

Giovanni, tu pratichi scherma, vero? Cosa provi quando tieni la spada in mano?

Quando sto con la spada, o meglio con la sciabola, in mano mi sento vivo e pieno di me, ovviamente ansia e adrenalina mi accompagnano perché le opzioni sono due: o vincere o perdere. E’ sicuramente liberatorio e anche molto divertente.

Qual è stata la tua più grande vittoria?

Quella ai campionati italiani: è stato un podio importante perché mi ha aperto a molti possibili futuri nel mondo della scherma e ha contribuito a farmi entrare in Nazionale.

Cos’è per te la scherma?

“Per me la scherma è uno stile di vita più che una passione, che metto davanti a tutto e che riesce a concentrarmi e ad organizzarmi, benché comporti anche dei grandi sacrifici”

Sei mai entrato in Nazionale?

Certo. Sono in Nazionale più o meno da quattro anni. Quando ci sono arrivato è stata sicuramente una gioia, soprattutto perché ero consapevole che quello che avevo fatto, lo avevo fatto io con le mie forze e con i miei sacrifici: per esempio ho dovuto stare lontano da casa per andare in Germania, dove ho avuto la fortuna di conoscere alcuni grandi atleti.

Quali emozioni hai provato la prima volta in Nazionale?

Sicuramente ansia e adrenalina, proprio perché ero consapevole che se avessi perso sarebbe stata una terribile sconfitta, ma se avessi vinto sarebbe stato fantastico; e ho provato anche felicità per il traguardo fino ad allora raggiunto, indipendentemente dall’esito, dalla vittoria o dalla sconfitta.

Bene. Sono queste esperienze, sentite dalla voce dei protagonisti, che ci fanno capire che quando la passione per lo Sport supera la fatica, le difficoltà e i sacrifici, allora si può davvero dire che esso è uno stile di vita.

Luca Lo Presti

CICCIO CAPUTO: UN CAMPIONE NATO IN PUGLIA

Francesco Caputo, detto Ciccio, è un calciatore professionista nato ad Altamura il 6 agosto del1987.
Questa è la sua storia.
Francesco entra nel mondo del calcio nel 2003, a soli 16 anni, quando partecipa ad un provino per il Grosseto, superandolo brillantemente. La società, però, pretende che il ragazzo si trasferisca con la
sua famiglia in Toscana spendendo 800 mila euro, una cifra impossibile. Ciccio, quindi, pensa di smettere ancora prima di iniziare, ma Onofrio Colasuonno, suo primo allenatore, gli fa cambiare
idea: lo fa reclutare nelle giovanili del Toritto dal 2003 al 2005 e lo fa poi aggregare nella prima squadra del Toritto in Promozione, con la quale il giovane segnerà 14 reti in 20 partite. Nel frattempo l’Altamura, squadra della sua città, lo nota e lo mette in prima squadra in Eccellenza; qui Ciccio segna 12 reti in 30 partite, che bastano per la chiamata del Noicattaro in serie C2 nel 2007, dove l’altamurano fa la sua prima stagione nel professionismo, segnando 11 gol in 29 partite.
Nel 2008 si realizza il sogno che Francesco aveva sempre desiderato si avverasse fin da bambino: giocare per il Bari! La prima stagione della sua carriera con i biancorossi la gioca in serie B, a 21 anni: superando le aspettative, segna 10 gol in 27 partite, ottenendo anche la promozione in serie A.
Non male, vero?
La stagione successiva viene mandato in prestito agli eterni amici della Salernitana e mentre i biancorossi fanno una bellissima stagione in serie A, lui retrocede in serie C e non viene riscattato dai granata.
Nonostante la deludente stagione, Ciccio non molla: ritorna al Bari e si toglie anche lo sfizio di segnare il suo primo gol nella massima serie contro il Cesena. Nella sessione di mercato invernale il Bari lo cede un’altra volta in prestito, questa volta al Siena, in serie B, con il suo ex allenatore Antonio Conte.
Nell’agosto 2012 Francesco viene iscritto nel registro degli indagati della procura di Bari per frode sportiva e squalificato per calcio scommesse a causa di una partita truccata della stagione 2008-2009.
Ciccio, innocente dell’accaduto, si rifugia ad Altamura e insieme ad alcuni suoi amici produce una birra fatta con il pane di Altamura e chiamata “Pagnotta”, che da allora diventa la sua esultanza: tutte le volte che segna, infatti, alza mignolo e pollice imitando un boccale, portandoli vicino alla bocca per una bella sorsata.
Nella stagione 2012-2013, nonostante l’annuncio della squalifica, Ciccio segna 17 gol in stagione, assicurando al Bari una salvezza tranquilla al decimo posto.
Nel 2017, dopo alterne vicende, viene acquistato dall’Empoli per circa tre milioni di euro e con Alfredo Donnarumma forma una delle coppie d’attacco più forti della storia della serie B e dell’Empoli: i due segnano insieme la bellezza di 49 gol e Ciccio vince il premio di capocannoniere con 26 gol e, ciliegina sulla torta, la promozione in Serie A.
Nel luglio del 2019 passa al Sassuolo, dove arriva terzo nella classifica dei capo cannonieri della serie A, dietro a nomi come Romelu Lukaku e Cristiano Ronaldo.
Nell’estate del 2020 realizza un grande sogno: viene convocato da Roberto Mancini nella Nazionale Italiana, dove esordisce qualche mese dopo contro la Moldavia e segna subito il suo primo gol con la maglia dell’Italia.

Purtroppo la stagione successiva è costellata di infortuni e periodi di fermo: gli 11 gol messi a segno non bastano per la convocazione al campionato europeo, poi vinto proprio dall’Italia.
Dall’estate del 2021 Ciccio milita nella Sampdoria, squadra nella quale aveva già giocato il bareseAntonio Cassano. Come quest’ultimo, anche lui ha cominciato a regalare tante soddisfazioni ai blucerchiati, diventando per i loro tifosi un vero e proprio idolo.
La morale della storia di Ciccio Caputo è che se hai un sogno devi crederci e andare avanti come ha fatto lui, che dai campi fangosi della prima categoria è arrivato alla Nazionale grazie all’impegno e al duro lavoro; Ciccio ha dimostrato che la carriera del calciatore è difficile, impegnativa, faticosa, contrariamente a quanto pensano alcuni; soprattutto quando è arrivato al professionismo, ha dovuto fare i conti con gli allenamenti estenuanti, con l’ansia, con le critiche, con la necessità di mantenere
il livello sempre altro per conservare il titolo guadagnato. Ed è per questo che è amato da tutte le tifoserie, proprio perché è un calciatore non interessato ai soldi e che rappresenta al meglio il modello del vero calciatore professionista.

Stefano Tedesco Quartulli

TECNICA, TENACIA, TENSIONE: TENNIS!

Il tennis è uno sport molto antico, si gioca in un campo rettangolare lungo 23 metri e largo 8: una rete alta un metro lo divide in due parti uguali.

Generalmente si gioca all’aperto e per questo motivo, anche durante la pandemia, non è stato interrotto, anzi: molti, non potendo praticare altri sport, lo hanno scoperto e se ne sono innamorati. 

I colpi essenziali nel tennis sono il dritto e il rovescio, ma ci sono anche il servizio (comunemente detto “battuta”), la volée, lo smash.

Il colpo della pallina indurisce i muscoli delle braccia, ma vengono sollecitati anche i muscoli dei glutei,  delle gambe e gli addominali.

Un recente studio, condotto dal centro “Saint Luke’s Mid America Heart Institute” di Kansas City, afferma che la pratica di questo sport allunga la vita di 9,7 anni. A parte questo beneficio (certo non trascurabile …), il tennis ne offre indubbiamente anche altri: è divertente, aiuta a socializzare, aiuta a sviluppare le abilità di problem solving e a sviluppare la grinta e la capacità di non arrendersi di fronte alle difficoltà. Nel tennis si gioca da soli o al più in coppia, e questo insegna a stare sotto pressione, ad assumersi le proprie responsabilità, ad accettare le sconfitte e a far conto su se stessi e sulle proprie forze.

E quando si vince?? Beh, allora l’autostima sale alle stelle e ci si sente padroni del proprio corpo e della propria mente!! 

Il tennis, dunque, è uno sport molto consigliato anche per i bambini che, divertendosi, acquisiscono tutte le competenze elencate che potranno utilizzare in diverse situazioni della vita.  

È più divertente giocare in coppia o singolarmente? Naturalmente ogni tennista risponderà a proprio modo a questa domanda.

A nostro parere, è meglio giocare in coppia. Vi state chiedendo perchè? La risposta è semplice! Quando si gioca in coppia l’ansia e la paura di perdere svaniscono nel nulla, ti senti sicura (o sicuro) perché hai un aiuto in campo,  quindi non ti devi spezzare in cinquecento pezzettini per cercare di vincere…

Ovviamente è anche importante imparare a giocare singolarmente, perché nella vita non c’è sempre qualcuno che ti aiuti a controllare le tue emozioni e a risolvere i problemi, anche se … quando si può, perché non contare su un aiutino???

Quando si sta per scendere in campo, le emozioni si accavallano e sono sempre diverse, anche se rispecchiano molto il modo di essere di ciascuno. 

Io, ad esempio, Sara, prima di un match provo insieme molta ansia e anche molta speranza di vincere; durante il match, sono spesso nervosa e tesa perché ho paura che l’avversario faccia qualche mossa difficile e io perda; alla fine, le mie sensazioni dipendono da come è andata: se vinco, vado al settimo cielo se, invece, perdo sono triste ma propositiva e cerco di capire l’errore che ho commesso per poi migliorare da quel punto di vista.

Io, Alice, prima di un match vengo travolta dalle emozioni: sono una persona molto emotiva, anzi, a dire la verità, qualche volta cedo all’ansia e, in quei casi, mi capita di balbettare.

Durante un match a cui tengo tanto, all’inizio, è come se avessi la mente in bianco, nel senso che dimentico tutti i colpi e non so più come rispondere alle palline … poi, però, torno in me e faccio di tutto per vincere. 

Alice e Sara Ruscigno

IL KARATE

Il karate, originariamente chiamato To-De (mano vuota), nasce nell’isola di Okinawa in Giappone verso la fine dell’Ottocento, come sistema di difesa ma senza l’ausilio di armi.

Nel passato erano solo gli uomini a studiarlo e a praticarlo, ma oggi anche le donne si sono appassionate a questo sport.

Esso è un’arte marziale che insegna il combattimento con disciplina e regole ben precise ed ha diversi stili; i più praticati sono: shotokan – che è il più diffuso – shotokai, goju-ryu, wado-ryu e shito-ryu.

L’abito indossato per il karate si chiama kimono, una giacca chiusa in vita da una cintura. I sei colori della cintura designano il grado raggiunto dal praticante e sono: bianco (praticante di primo grado), giallo, arancione, verde, blu, marrone e nero (praticante di massimo grado). Questa classificazione in gradi è detta dan e si focalizza sul perfezionamento personale dell’allievo. I gradi detti kyu, invece, distinguono apprendisti e maestri.

Il karate non può essere considerato soltanto uno sport, ma è una vera e propria filosofia di vita. Infatti esso permette di migliorare la concentrazione, la coordinazione e la disciplina, oltre a fornire un insegnamento fondamentale che è alla sua base, ossia il rispetto verso il prossimo.

Massimiliano Figliuolo

SANDRO TONALI
Sta nascendo una stella a Milano

Sandro Tonali nasce l’8 maggio del 2000 a Sant’Angelo Lodigiano, in provincia di Lodi, e
inizia a dare i primi calci nel campetto dell’oratorio della sua città. Ben presto, rendendosi
conto delle sue capacità, i genitori lo portano a giocare a Milano e lo iscrivono alla
Lombardia Uno.
Il suo primo allenatore, Davide Gatti, lo ricorda molto bene, non per ciò che era in grado di
fare in campo ma per la sua spiccata maturità e per il fatto che, pur essendo un bambino
chiuso e silenzioso, era comunque sempre sveglio e attivo.
Dopo la stagione 2008/2009 nella categoria Pulcini, viene notato dal Piacenza: l’anno
successivo la società romagnola lo tessera.
Dopo 3 stagioni tra le fila dei piacentini, Sandro viene acquistato dal Brescia, dove viene
allenato tra i giovanissimi da Sergio Volpi, che rimane stregato dalla sua tecnica formidabile.
Il 26 Agosto 2017 il lodigiano debutta in prima squadra nella partita di Serie B contro
l’Avellino, anche se subito dopo torna nella rosa primavera perché non dotato di un contratto
da professionista. Finalmente nel 2018 viene impiegato a cadenza regolare e trova la sua
prima rete tra “i grandi” nel match contro i granata della Salernitana.
Dopo la promozione della Leonessa nella massima serie, Tonali debutta il 25 Agosto 2019
contro il Cagliari e segna la sua prima rete contro il Genoa con un fantastico gol su punizione.
Il 9 settembre viene acquistato con la formula del prestito oneroso dal MIlan, la sua squadra
del cuore che ha amato sin da bambino.
Dopo una prima stagione sottotono, le critiche sono tante ma Sandro grazie alla sua maturità,
riesce a trovare la giusta carica e la continuità tanto da mettere a tacere tutti coloro che ne
hanno parlato in termini negativi. Infatti, nonostante la stagione deludente, viene riscattato
dai rossoneri per 7 milioni di euro.
Pioli, nella stagione successiva, si fida del mediano e Sandro ritrova il suo equilibrio e la
continuità.
Ma adesso vogliamo mettere da parte la biografia di Sandro e vogliamo soffermarci sulle
caratteristiche tecniche di questo promettente calciatore.
Tonali, come Andrea Pirlo, inizia la sua carriera nel Brescia e proprio come quest’ultimo è un
centrocampista con un’impressionante visione di gioco, un precisissimo passaggio lungo e
una grande capacità di utilizzare entrambi i piedi.
Sandro, inoltre, ha moltissime caratteristiche in comune con il mitico Gennaro Gattuso, il
giocatore al quale ha sempre dichiarato di ispirarsi:

  • la grinta
  • la leadership
  • l’abilità di “Rubapalloni”
  • il grande controllo palla
  • il tiro dalla distanza
    Tatticamente parlando, infine, Tonali può essere utilizzato come mezzala o come mediano in
    un centrocampo a 3.
    Ci auguriamo che Sandro faccia la carriera che si merita e che venga notato di più dai mass
    media e dai maggiori club europei.
    A Milano sta nascendo una stella: si chiama Sandro Tonali e ha il cuore Rossonero.

Francesco Dambruoso e Mattia Lojacono

HIP HOP: poesia, danza e arte direttamente dai ghetti americani.

Molti giovani italiani praticano l’hip-hop, ma quanti ne conoscono la storia?

L’hip-hop non è semplicemente una danza, ma è un movimento culturale che nacque a New York, nel quartiere del Bronx, negli anni ’70 del secolo scorso.
Specialmente all’epoca, il Bronx era un quartiere povero e malfamato, dove spesso le persone, vittime della povertà e dell’abbandono, si sfidavano per ottenere un territorio, finendo, in molti casi, addirittura allo scontro fisico.
Fortunatamente ad un certo punto (negli anni ’70, per l’appunto), proprio lì, nacque l’hip-hop, che rappresentò per i giovani un’occasione per mettere da parte gli scontri e la violenza e sfidarsi in gare di ballo e di “canto”.

L’ hip- hop, insomma, salvò la vita a tante persone.

All’hip-hop sono collegate diverse altre altre discipline molto amate dai giovani;
una di queste è sicuramente la Break dance, la ” mamma” dell’hip-hop: i ballerini che la ballano vengono chiamati B-boys e B-girls .
Ricordiamo poi il MC’ing, letteralmente “il maestro delle cerimonie”, ovvero, il Rap, il Writing, cioè il graffitismo, un modo di esprimersi attraverso le coloratissime bombolette spray con le quali vengono realizzati dei graffiti sui muri delle città, oppure sui treni, di notte, per far capire a tutti l’ appartenenza ad un quartiere, o anche il proprio Tag (nome in codice che ciascun gruppo si attribuisce), il DJnig, cioè il Disk Jokey, colui che gioca con i dischi creando basi per chi rappa.

E’ incredibile pensare che un’arte tanto bella che sprigiona energia, forza e vita sia nata in un quartiere così povero dove addirittura, durante la prime feste hip-hop (i Bloch Party), veniva rubata la corrente dai lampioni, perché gli abitanti del Bronx non ne disponevano… Eppure è così, e forse è proprio questa la magia che questa arte sprigiona: la magia della forza pura!

Alessia Romito

20 MARZO: AL VIA LA NUOVA STAGIONE DI FORMULA 1

Il 20 marzo 2022 avrà inizio la nuova stagione di Formula 1. Anno nuovo, nuovi cambiamenti, a partire dalle normative imposte dalla FIA. Principalmente avremo un aggiornamento nel tipo di carburante utilizzato dalle autovetture, che sarà più ecologico: chiamato E10, esso è composto per il 90% da carburante fossile e per il 10% da etanolo.

Non solo cambierà il carburante, ma anche le vetture: ci si aspetta una Ferrari molto più performante rispetto a quelle degli anni passati, come garantito da Toto Wolff in un’intervista, e in più la scuderia ha annunciato che punterà a fare grandi migliorie in vista del nuovo campionato spigandoci come sia riuscita a guadagnare i 20 cavalli che le mancavano per competere con le altre vetture: l’iniettore non sarà direttamente nella camera di scoppio, ma sarà leggermente spostato indietro in una pre-camera di scoppio in modo tale di iniettare il carburante su tutta la superficie del pistone e averne uno scoppio più reattivo. La Ferrari, in collaborazione con la Shell che fornisce il carburante E10, afferma che le autovetture con motore di tipo superfast come quello nuovo montato sulle sue auto saranno avvantaggiate. Inoltre ci saranno una nuova carrozzeria che “taglia l’aria” grazie a nuovi diffusori posti sotto la scocca, e generatori di vortici che, oltre ad tenere la vettura “incollata” al suolo, diminuiranno l’effetto scia provocato dallo spostamento d’aria. A tutto ciò si aggiungeranno una nuova power unit SuperFast, cambio e sospensioni in collaborazione con la Haas.

La F1 75: ecco come si chiama la fantastica monoposto della Ferrari.

Da parte sua la Mercedes aumenterà la maneggevolezza delle vetture e il motore sarà più resistente. Dunque assisteremo ad un campionato molto combattuto tra RedBull e Mercedes, pronta a prendersi la rivincita.

L’Alfa Romeo accoglierà un nuovo pilota, Zhou Guanyu (che prenderà il posto di Giovinazzi) e schiererà come primo pilota Bottas, ex Mercedes. Le Alfa hanno modificato anche esse le proprie monoposto per renderle più aerodinamiche.

Dalla Red Bull ci si aspetta molto; La Honda ha progettato un nuovo motore più potente, che colmerà la perdita di cavalli a causa della benzina bio.

Un altro cambiamento importante saranno gli pneumatici: si passerà da una gomma da 13 pollici ad una da 18 pollici e ciò permetterà alle gomme di non surriscaldarsi come le precedenti, un’aderenza migliore che garantirà maggior sicurezza e una tenuta più salda sull’asfalto.

Sarà un campionato ecologicamente elettrizzante!

Andrea Perrini (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

IL MODELLO REDBULL

Se vi chiedessero cos’è la Red Bull quasi sicuramente la maggior parte di voi risponderebbe che si tratta di una bibita. Beh, la risposta sarebbe non del tutto sbagliata ma almeno incompleta, perché la Red Bull è “anche” una bibita, ma non è “soltanto” una bibita.
Ma andiamo per gradi: la Red Bull è nata nel 1984 a Salisburgo, in Austria, come azienda produttrice di bevande energetiche; con il tempo è cresciuta, tanto che attualmente conta più di 12000 dipendenti, e ha cominciato a sponsorizzare svariati eventi sportivi diventando addirittura proprietaria di diversi team di automobilismo e motociclismo e di diverse squadre di calcio.
Ed è proprio della sua enorme influenza in quest’ultimo settore che voglio parlarvi.
In campo calcistico la Red Bull ha raggiunto grandi progressi. Le squadre che ha comprato e trasformato sono il RB Lepizig (GERMANIA), il RB Bragantino (BRASILE), il RB Brazil (BRASILE), il FC REDBULL SALZBURG (AUSTRIA), il RB NEW YORK (STATI UNITI) e il RB Liefering (AUSTRIA).
Come si può notare in tutti i nomi delle squadre c’è la scritta Red Bull, una delle tante condizioni che le società calcistiche acquistate devono rispettare quando diventano di proprietà del marchio.
La squadra che ha ottenuto i migliori risultati sia sportivi sia economici è stata senza dubbio il RB Lepizig o RB Lipsia, che è stata comprata nel 2009 ed è dovuta ripartire dalla quinta divisione tedesca (da noi in Italia chiamata “Eccellenza”), arrivando tuttavia alla qualificazione nella “fase a gironi” della Champions League in soli 8 anni. L’obiettivo economico della Red Bull è stato soprattutto quello di investire sui giovani talenti del ‘vivaio’ per poi cederli a cifre dignitose: pensate, per esempio, a Timo Werner, grande talento tedesco, che fino al 2020 ha giocato per il RB Lipsia ed è stato il miglior marcatore della squadra con 95 reti, per poi essere venduto per 64
milioni al Chelsea (anche se adesso con i Blues sta deludendo molto le aspettative).
Un altro esempio può essere quello di un certo Erling Haaland, che nel 2019 giocava nel FC RED BULL SALZBURG e che in quella stagione ha segnato una valanga di gol: in seguito è stato venduto al Borussia Dortmund per 45 milioni di euro. Al contrario di Werner , Haaland ha segnato 5 gol nella partita d’esordio con il Dortmund e ultimamente ha realizzato 56 gol in 57 partite con il club tedesco; tra qualche anno sarà sicuramente il giocatore più forte al mondo e il suo valore attuale di mercato è di 150 milioni di euro.
Abbiamo detto che, quando una società calcistica viene comprata dalla Red Bull, deve sottostare a certe condizioni e accettare certi cambiamenti. Oltre all’aggiunta della sigla RB nel nome, le altre modifiche sono:

IL LOGO

I COLORI della squadra (che diventano bianco, rosso e giallo anche se non erano quelli tipici della squadra).

LA MAGLIA

LO STADIO (per esempio lo stadio dell’RB Lipsia è diventato la Red Bull Arena).

IL BUDGET FINANZIARIO

I primi quattro cambiamenti costituiscono degli enormi svantaggi: cambiare l’immagine, i caratteri formali di una squadra, quelli in cui tutti i tifosi si riconoscono, è come interrompere un percorso comune che nel tempo ha determinato il reciproco riconoscimento dei tifosi, l’idea comune, la storia
comune della squadra. Non a caso per molte società comprate dalla RED BULL ci sono state contestazioni da parte dei tifosi, soprattutto del RB Lipsia. Anche se poi ci sono squadre che sono grate alla RED BULL per essere state salvate dalla rovina: il FC RED BULL Salzburg, per esempio, si trovava sull’orlo del fallimento ma, dopo essere stata acquistata dalla Red Bull, si è ripresa e negli ultimi anni sta vincendo con continuità nel campionato austriaco.
Il quinto cambiamento è un vantaggio importante per le società, perché la Red Bull è una grande azienda e ha molti capitali: da una parte investe un patrimonio per le sue squadre per farle crescere, dall’altra ne riceve un ritorno moltiplicato in pubblicità, perché il calcio è lo sport più seguito e amato nel mondo; la diffusione della sua immagine, oltre quella nota della bevanda energetica, ha come conseguenza l’incremento di consumatori, di entrate, di orizzonti commerciali, di nuovi progetti di investimento.
Tuttavia nell’attività della Red Bull ci sono luci e ombre. Basti pensare che non solo i tifosi del RB Lipsia hanno contestano la Red Bull, ma lo hanno fatto e continuano a farlo anche tutti gli altri tifosi tedeschi, che odiano il RB Lipsia, poiché lo accusano di essere salito ai massini livelli non per i propri meriti ma soltanto grazie ai capitali in esso investiti.
Addirittura il 18 gennaio del 2020 la Union Berlino, che aveva appuntamento in una trasferta alla Red Bull Arena, ha organizzato una marcia funebre contro il RB Lipsia. In quel momento, infatti, l’RB Lipsia era capolista in Bundesliga (la massima serie tedesca) e i tifosi berlinesi non volevano che il Lipsia fosse primo in classifica: per questo andarono da Berlino a Lipsia come in una marcia funebre e innalzando striscioni che riportavano la scritta “Il calcio sta morendo a Lipsia”.
E ancora, il 13 maggio 2021 a Berlino tutti i tifosi della Germania, tranne quelli del Lipsia, hanno esultato per la vittoria del Dortmund come se ciascuna delle proprie squadre avesse vinto il massimo trofeo del campionato tedesco. Come mai? Perché il Dortmund ha sbaragliato il Lipsia per 4 a 1. Ciò vuol dire che il RB Lipsia, dalla sua fondazione a oggi, non ha vinto nessun titolo a livello nazionale, con grande gioia della maggior parte dei tedeschi, convinti che il calcio “vero” che non muore mai.
Tifare per una squadra che ha raggiunto alti livelli solo con i soldi, dunque, non è soddisfacente e addirittura può renderti emarginato; infatti, intelligentemente e strategicamente, la Red Bull compra società che sono a rischio fallimento, o di basso livello, o con una tifoseria poco calda.
Nonostante gli ingenti capitali messi a disposizione, non tutti i progetti della Red Bull nel calcio sono andati a buon fine, come nel caso un del Red Bull Ghana, con sede a Sogakope.
Il club ghanese è stato fondato dalla Red Bull nel 2008 ed è stato abolito già nel 2014.
L’obiettivo della Red Bull era quello di sviluppare un potenziale calcistico in Ghana contando sulle accademie, quindi sui giovani. I risultati non sono stati eccelsi, né economicamente, né sportivamente, perché la squadra non possedeva una buona accademia nè veri talenti.
Perciò, nel 2014 la Red Bull ha sciolto il club, che si è fuso con il Feyenoord Ghana per formare l’attuale West African Football Academy SC.

Stefano Tedesco Quartulli

EQUITAZIONE: AL CONCORSO FIERACAVALLI, UNA GIOVANE BARESE ENTRA NELLA TOP 10

L’ equitazione è uno sport complesso che richiede dedizione impegno e soprattutto tanta passione.

Nel 2021, come ogni anno dal 1898, si è tenuto a Verona il concorso Fieracavalli (coppa del mondo 123×123), una competizione di salto a ostacoli in cui è possibile fare anche altre attività inerenti al mondo equestre. 

Ben 17 sono state le regioni che si sono confrontate su percorsi a tempo di categoria 125/130, ma la squadra pugliese guidata dall’ istruttore Nicola Bellacicco si è classificata 1° con una bellissima medaglia d’oro nella coppa delle regioni under 21.

Un grande successo, dunque, per il traguardo raggiunto dalla squadra, ma non solo: una ragazza barese, Giovanna Andrea Loconte, del maneggio A.S.D grey horse  di Bitritto, montando il suo cavallo olandese Luxor 140 , sotto il vigile sguardo del suo istruttore Luigi Esposito, è riuscita ad entrare nella top 10 classificandosi per due giorni nona e per un giorno quarta. 

La Puglia come regione ha davvero brillato in questa competizione equestre, impegnandosi molto e riuscendo ad avere ottimi risultati! Avanti così ragazze e ragazzi!!!

Chiara Taccogna 

La tifoseria del Bari

LA TIFOSERIA DEL BARI

La tifoseria del Bari calcio è una tifoseria diversa dalle altre, è una tifoseria speciale.

È una tifoseria che merita categorie superiori della serie C, è una tifoseria da serie A!.

Cosa rende unica questa tifoseria? Il fatto che tutti i tifosi del Bari, quando vanno allo stadio, anche se non si conoscono, diventano una grande famiglia: sempre uniti e sempre pronti a sostenere la loro squadra, sia che le cose vadano bene sia che vadano male.

Essere tifosi del Bari vuol dire essere pazienti, sapere che difficilmente la propria squadra sarà in grado di vincere un titolo importante, ad esempio la Champions League o uno scudetto di Serie A (anche se nel calcio mai dire mai…), ma amarla lo stesso e non lasciarla mai sola.

 ”Non tifo gli squadroni ma tifo te!”: ecco il coro che più di tutti rappresenta lo spirito dei suoi tifosi biancorossi.

La tifoseria del Bari ha diverse tifoserie rivali e ha stretto alcuni gemellaggi: il gemellaggio più intenso è quello con i “fratelli granata”, i salernitani; poi abbiamo quello con i “blucerchiati” della Sampdoria e quello con i laziali, primo gemellaggio della tifoseria biancorossa; poi anche con i torinesi, gli spezzini, i triestini e gli empolitani. 

 Con gli andriesi, i barlettani, i monopolitani ,i martinesi e infine con gli ultras del Casarano, i biancorossi hanno un rapporto d’amicizia.

Le rivalità degli ultras del Bari sono soprattutto quelle con gli ultras del Lecce e con i tarantini , poi con i pescaresi, i palermitani (perché hanno un amicizia con il Lecce),con gli ultras della Roma, della Juve, dell’Inter e infine con i veronesi dell’Hellas e con gli ultras del Genoa (perché è rivale della Sampdoria).

Un altro elemento importante della tifoseria barese è lo stadio San Nicola.

Per me è uno degli stadi più belli del nostro calcio e, nonostante ci siano cose da migliorare, esteticamente ti dà l’immagine di uno stadio di Serie A.

Lo stadio è stato progettato da Renzo Piano in occasione dei mondiali di Italia 90’ vinti dalla Germania. La squadra biancorossa esordisce al San Nicola in un amichevole contro i rossoneri del Milan, neocampioni d’Europa, vincendo per 2-0. 

Passano gli anni
ma la gente
ti segue come sempre
e mai ti lascerà
girando per L’Italia intera
nel cuore una bandiera
fedele alla città
perché ti amo
ti porto nel cuore
il bianco e il rosso è il mio unico amore non posso restare lontano da te
sarò sempre pronto a lottare per te.

Questo è uno dei tanti cori del Bari, composto da un capo ultras del Bari nel 2019 in occasione della promozione in serie C.

Il coro principale che si canta sempre allo stadio è:

CHE BELLO E’,

QUANDO ESCO DI CASA,

E ANDARE ALLO STADIO,

A VEDERE LA BARI!!

Tanti sono i cori contro gli ultras rivali, specialmente contro i leccesi, i tarantini,i napoletani e gli avellinesi.

Invece, quando il Bari fa una bella prestazione, il San Nicola canta: 

Oh mamma, mamma mamma,

come mi batte el corazon,

ho visto un grande Bari,

ho visto un grande Bari,

oh mamma innamorato son

Questa è la tifoseria del Bari: una tifoseria calda e fantastica!

StefanoTedesco Quartulli

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