Diario del mio viaggio a… Budapest!!

Sapete, ogni tanto ripenso a un bellissimo viaggio fatto con la mia famiglia…

È iniziato tutto giovedì 12 maggio alle 12:30 con un volo aereo diretto da Bari a Budapest, capitale dell’Ungheria. Appena raggiunto il centro della città, abbiamo subito visitato il Parlamento, il terzo parlamento più grande al mondo. È stato davvero emozionante! Il palazzo sembra costruito con dei mattoncini lego per quanto è dettagliato.

Subito dopo la visita al Parlamento, abbiamo raggiunto l’Isola Margherita, un isolotto sul fiume Danubio, uno dei più lunghi fiumi d’Europa, che divide Budapest in due parti: Buda e Pest. L’isola è piena di giardini, fiori, fontane e l’abbiamo girata in risciò.

Il giorno 13 maggio abbiamo scoperto i segreti di Budapest, in particolare Pest, grazie ad una guida locale molto simpatica che ci ha raccontato tante storie curiose e aneddoti sulla città; abbiamo scoperto che l’ungherese è la terza lingua più difficile al mondo!

Una delle informazioni date dalla guida mi ha davvero colpita, ossia il fatto che l’Ungheria abbia subito sia il nazismo sia successivamente il comunismo: un popolo davvero martoriato! Sulla riva del Danubio c’è un’Installazione di scarpe in memoria di tutti gli ebrei che hanno perso la vita in quell’orribile periodo. L’installazione è stata inaugurata nel 2005 nella Giornata ungherese della memoria per il 60º anniversario della Shoah.

Nel pomeriggio, ci siamo concessi una giornata alle Terme Gellert di Budapest, una delle mete più tipiche della città! È stata un’esperienza unica poiché le terme, all’interno, sono ricche di sculture e statue. È stato veramente emozionante!

A proposito di statue, posso dire che la città ne è ricchissima: alcune portano fortuna, alcune hanno un significato e altre rappresentano persone celebri. Infine, la sera io e la mia famiglia abbiamo fatto un giro nel quartiere ebraico e poi sulla bellissima ruota panoramica da cui si vede tutta la stupenda città illuminata.

La mattina del 14 maggio abbiamo visitato Buda: la terrazza dei pescatori, la chiesa di San Matteo e soprattutto il palazzo di Sissi con i suoi bellissimi giardini con tantissimi fiori, tutti perfetti e colorati.

Il pomeriggio siamo andati allo zoo, abbiamo visto molti animali, c’erano davvero tantissime specie! Quello che mi è piaciuto di più è stato l’orso polare, grandissimo e bianchissimo: era la prima volta che ne vedevo uno!

Una delle caratteristiche che mi ha davvero stupita di questa bellissima città è che è davvero molto pulita e ordinata, in qualsiasi parte della città c’è un profumo di fiori e tanti parchi. La guida ci ha detto che ci sono pochi poliziotti in giro perché è una città molto sicura.

Un’altra bellissima costruzione che abbiamo visitato è stata la Cattedrale di Santo Stefano, primo re d’Ungheria che ho anche studiato in storia: nato nel 975, alla sua nascita gli fu assegnato il nome pagano Vajk. Egli è venerato come Santo dalla Chiesa cattolica e ortodossa, l’ultimo grande principe degli ungari. Nella chiesa è conservata la sua mano: è stato veramente impressionante a vederla!

Voglio darvi anche un consiglio culinario: se siete golosi come me, dovete assolutamente assaggiare il dolce tipico di Budapest, il cui profumo che esce dalle pasticcerie inebria tutta la città: il cosiddetto Camino Dolce (Kürtőskalacs), davvero squisito!!!

È stato un bellissimo viaggio molto emozionante e particolare!

Se avete voglia di fare un viaggio in una capitale europea, vi consiglio davvero di andare a visitare Budapest, per allargare i nostri orizzonti verso una splendida città dell’est moderna e all’avanguardia.

Buone vacanze!!!

Greta Feroni

TIC TAC, IL TEMPO SCORRE

Tic-tac, tic-tac, l’inesorabile dimostrazione del tempo che scorre, ci passa davanti e ci sorpassa senza pietà. Sentite già l’ansia crescere? Il battito cardiaco aumentare? Avete già una lista delle cose da fare? Beh, vi aiuto io! Ecco il primo punto: non fare una lista; c’è chi sostiene estinta un’età per tutto, quel periodo nella nostra vita vita adatto per compiere una determinata azione. Ad 1 anno si comincia a camminare, per i 2 anni devi saper già parlare, “cosa vuoi fare da grande?” ti chiederanno già a 5 o 6 anni, a 13 devi scegliere già una parte del tuo futuro, a 14 via col primo bacio e chissà se altro, a 17 mi raccomando con le idee ben chiare, una relazione a 20 anni almeno devi averla, mica puoi essere ancora vergine a 23, vogliamo parlare dei 25 senza lavoro o almeno una laurea? E poi ci sono i miei preferiti: a 30 anni, sposati e con figli. Stiamo facendo l’impossibile per trovare un qualche tipo di “elisir di lunga vita”, abbiamo un’aspettativa di vita che, se basata su condizione ottimale, può aggirarsi sui 90-100 anni, eppure corriamo come pazzi neanche dovessimo inseguire un ladro che ci ha rubato il portafogli. Come un macigno che rotola giù da un montagna, noi abbiamo paura di essere schiacciati se andiamo troppo lenti; ma troppo lenti per cosa?! Non c’è una data di scadenza, non arriveremo tardi all’appuntamento della vita perché l’orario d’incontro lo decidiamo noi. C’è così tanta pressione sociale, così tante preoccupazioni e ansie di non farcela, di non essere abbastanza, di rimanere gli ultimi del gruppo; sembra quasi che la bravura o il talento si basino su quanto prima si riesca a raggiungere il successo e dimostrare le proprie abilità. Vuoi sposarti a 90 anni? Fallo. Prendere una laurea a 60? Benissimo. Rimanere vergine fino ai 30? Nessuno avrà mai il diritto di giudicarti. Stacchiamo quel timer dalle nostre spalle che continua col suo inesorabile tic-tac e godiamoci i momenti per intero, godiamoci una giornata a far nulla, godiamoci quei 5 minuti in più nel letto la mattina, godiamoci quell’anno sabbatico lasciato per indecisioni o viaggi, ma soprattutto prendiamoci il giusto tempo per prendere delle decisioni perché quel “è troppo tardi ormai” non deve diventare un mantra di vita (magari qualcosa da dire se si è bevuto troppo con gli amici, ma fa nulla, anche questo ci sta a volte). Non voler avere rimpianti o arrivare alla meta del successo non deve tradursi in un raggiungimento precoce basato su tappe di crescita, comprensione e sviluppo saltate; diventare imprenditori già a 20 anni non significa necessariamente avercela fatta, la vita non è una lista di cosa da fare ma un susseguirsi di eventi imprecisati, fuori dal nostro controllo, che arriveranno solo col tempo, aspettando e avendo pazienza. Tutto ciò, ovviamente, non significa poltrire o accampare una scusa dopo l’altra per non muoversi; se vogliamo capire meglio dobbiamo pensare al segnale dello stop a un incrocio: devi fermarti, guardarti intorno e poi, solo quando sei certo, passare. Anche un secondo in meno di attesa per assicurarci che la strada sia libera potrebbe costare un incidente, così come aspettare troppo causerebbe un ingorgo. Quindi vivi, segui il tuo istinto e metti da parte il tic-tac che ti opprime: il tempo scorre, sì, e tu semplicemente impara a camminarci insieme e non a correrci davanti.

Carmen Capece (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

FESTA DEI POPOLI: INTERVISTA A PAOLO VILLASMUNTA

La Festa dei Popoli è un evento che si tiene a Bari da ben 17 anni per celebrare l’incontro tra popoli e culture diverse; essa si svolge tradizionalmente nel mese di maggio ed è organizzata dal Centro Interculturale Abusuan e dai Missionari Comboniani con la collaborazione del Comune di Bari, della Regione Puglia e di tante associazioni e comunità straniere e non.

Curiosando qua e là, tra gli altri ho notato uno stand della CGIL e mi sono incuriosita tanto da voler intervistare la persona che vi si trovava.

Salve! Posso chiederle perché la CGIL si trova qui alla Festa dei Popoli?

Salve a tutti! Mi chiamo Paolo Villasmunta e sono segretario della CGIL di Bari. Mi chiedi perché la CGIL è alla Festa dei Popoli: beh, il sindacato che rappresento tutela i lavoratori, ma si occupa anche di problemi relativi agli emigrati che si rivolgono a noi, ad esempio, per ottenere informazioni sulle norme vigenti in materia di immigrazione, per essere aiutati a svolgere le pratiche burocratiche relative all’ingresso e alla permanenza in Italia, per chiedere il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno, per presentare domanda di cittadinanza, per cercare lavoro, e tanto altro.

Quest’anno la Festa dei Popoli è arrivata alla sua diciassettesima edizione: da quanto tempo partecipate con il vostro stand?

Noi abbiamo partecipato alla Festa fin dalla prima edizione.

Quindi immagino che questa festa sia un’opportunità utile per rilanciare un appello sull’opportunità di accogliere gli emigrati, vero?

Certo! Noi crediamo che gli emigrati che vivono nel nostro Paese e magari hanno frequentato per almeno cinque anni la scuola, dovrebbero godere del diritto di essere cittadini italiani. Il paradosso è che ci sono tanti emigrati che lavorano, pagano le tasse e rispettano le regole, però poi non viene permesso loro, per esempio, di votare per la scelta del sindaco o di candidarsi essi stessi per farsi votare nei consigli comunali.

Ha ragione, bisognerebbe riflettere su quanto sta dicendo. La ringrazio per aver risposto alle mie domande e buon lavoro!

Alessia Romito

FESTA DEI POPOLI: COSA E’ PER TE LA MUSICA?

In occasione della Festa dei Popoli gli alunni del corso musicale e il coro del nostro Istituto, insieme ad altri ragazzi dei corsi ordinari, hanno dato vita ad uno spettacolo fantastico di recitazione, musica, canto e danza.

Nel backstage dello spettacolo ho avuto l’opportunità di incontrare Miriam Cascione e Giulia Mazzilli, due delle musiciste della 1^ G che ho avuto il piacere di intervistare.

Quando e come è nata la tua passione per la musica?

Miriam: Quando ero piccola avevo una piccola chitarra giocattolo e avevo sempre voglia di suonarla, però mio padre non me lo permetteva perché faceva tantissimo rumore, quindi alla fine ho iniziato questo percorso perché mi piace la musica; suono la chitarra da 6 anni.

Giulia: io invece appartengo ad una famiglia di musicisti e quindi praticamente la mia passione è partita da lì, vedendo e ascoltando mia madre, mia sorella e tutto il resto della famiglia suonare.

Da quanto tempo studi musica? Ricordi un maestro o una maestra che è stato o è stata particolarmente importante per qualche motivo?

Miriam: Io, come ho già detto, è da 6 anni che studio musica e ho avuto diversi maestri durante il mio percorso: non me li ricordo benissimo, comunque sono stati tutti bravi e mi hanno insegnato tanto.

Giulia: Io, in realtà, non ho avuto degli insegnanti di musica; la mia maestra è stata più che altro mia madre.

Come riesci a conciliare la passione per la musica con gli impegni di scuola?

Miriam: Beh, per fortuna è la scuola che organizza per noi: noi seguiamo le lezioni di musica individuali due pomeriggi alla settimana e poi ci riuniamo per fare musica di insieme un altro giorno. Il resto del tempo ci dedichiamo completamente agli impegni scolastici relativi alle altre materie.

Giulia: Dato che sono nella stessa classe di Miriam, la mia risposta è la stessa.

Per quante ore al giorno ti eserciti?

Miriam: Pur essendo molto impegnata con lo studio, cerco di dedicare comunque più o meno un’ora e mezza al giorno alla musica.

Giulia: Anche io, come Miriam, ho tanti impegni scolastici e non solo, poiché pratico anche pallavolo. E anche io mi esercito a suonare per un’ora e mezza, due ore tutti i giorni.

Che genere di musica ti piace ascoltare e suonare? Voglio dire, ascolti lo stesso genere che suoni o no? E qual è la tua canzone preferita?

Miriam: Io ascolto tutti i generi di musica: il jazz, il blues, il rock, che è forse il mio genere preferito, e anche la musica classica e tutti gli altri generi di musica. Non ho una canzone preferita, ne ascolto tantissime.

Giulia: Anche io ascolto un po’ tutti i generi musicali, però i miei preferiti sono il rock e il pop; anche per me non c’è una canzone preferita perché ascolto un po’ tutte le canzoni.

A quale artista o a quali artisti ti ispiri maggiormente?

Miriam: A me piacciono i gruppi, non i cantanti o i cantautori singoli: quindi, per esempio, il mio gruppo rock preferito sono i Maneskin, ma mi piacciono anche i Queen e altri gruppi di un po’ di anni fa.

Giulia: Io non mi ispiro ad un artista in particolare, ma al mio professore di chitarra a scuola, Gianfranco Gabriele: lui è il mio punto di riferimento.

Ti piace riprodurre i brani o comporne di nuovi? Ci hai mai provato?

Miriam: Io non ho mai composto nuovi brani o inventato musiche, però ho suonato tante volte canzoni di cantanti o di gruppi molto famosi, sia da sola sia in orchestra.

Giulia: A volte ho provato a mettere insieme qualche accordo, quindi sì, diciamo che mi piace inventare nuove musiche.

Se non avessi fatto l’artista, cosa avresti fatto?

Miriam: In verità non lo so, perché dedicarmi alla musica è sempre stato il mio sogno fin da bambina.

Giulia: In realtà non ho ancora un quadro preciso di quello che vorrei fare da grande, non ce l’avevo neanche prima di iniziare a studiare la chitarra…

Credi che da grande questa grande passione possa diventare il tuo lavoro? Hai un piano B?

Miriam: Beh, non lo so: il futuro va come deve andare. La musica potrebbe diventare un lavoro ma potrebbe anche non diventarlo. Io continuo a studiarla, poi si vedrà.

Giulia: Io, oltre a suonare, pratico la pallavolo e vorrei tanto diventare una pallavolista, anche se è un pò difficile. E non mi dispiacerebbe neppure diventare “semplicemente” una mamma.

Lo studio della musica comporta sacrifici per te?

Miriam: No, non mi comporta alcun sacrificio perché lo faccio con grande piacere.

Giulia: Anche per me non è affatto un sacrificio.

Ti piacerebbe trasmettere la tua passione ad altri?

Miriam: Beh, sì, per far scoprire a tutti il mondo della musica.

Giulia: Sì, mi piacerebbe cominciare a trasmettere la mia passione e insegnare la musica innanzitutto alle persone che mi sono più vicine, per esempio i miei cugini. E poi anche agli altri.

In che modo la musica ha contribuito a farti diventare quello che sei oggi? La musica ha arricchito e migliorato la tua persona e il tuo modo di essere, o semplicemente ti rende felice?

Miriam: Io quando suono mi sento più felice, rilassata, serena: se, per esempio, sono arrabbiata per qualcosa o litigo con i miei genitori o con mia sorella, prendo la chitarra e suono, così mi tranquillizzo.

Giulia: Sì, anche per me è così. Quando inizio a suonare mi sento libera!

Arianna Manfredi

LO SPORT, UNO STILE DI VITA

Lo sport è praticato da moltissime persone e a scopi diversi: mantenere in salute l’organismo, rilassarsi, divertirsi, concentrarsi, prendersi un momento di pausa da tutto il resto, stare in compagnia… Ma per alcuni lo sport è una passione, oltre che un vero e proprio stile di vita.

E io ho la fortuna di conoscere due persone che lo vivono esattamente così. Si tratta di due miei carissimi amici, Michele e Giovanni: il primo ha vent’anni ed è un surfista a livello agonistico; il secondo ha diciotto anni, pratica scherma ed è arrivato a gareggiare a livello nazionale.

Qui di seguito vi riporto le interviste che ho rivolto loro per rendervi partecipi della loro fantastica esperienza!

MICHELE.

Ciao Michele! Avanti, raccontaci un po’ della tua esperienza sulla tavola!

“Per me il surf, e lo sport in generale, è un modo di sfidarmi, di ascoltarmi. Una sfida con nessuno all’infuori di me stesso. Penso infatti che la competizione più sana sia quella con sé stessi. Essere migliori di ieri, ogni oggi. Ho scelto uno sport a contatto con la natura, non intenzionalmente ma neanche a caso. Penso che la natura sia la più saggia maestra.

Quando vedo le pareti liquide scivolare sotto di me, tra le limpide acque del Salento, con gli scogli scorrere sotto di me come la pellicola di un film, mentre l’adrenalina scorre in me, capisco che non c’è niente di meglio, capisco di essere vivo e sento il miracolo che c’è in questo.”

Qual è il tuo rapporto con il surf?

“Il surf è sempre bello. In compagnia lo preferisco, ma non quando si è in troppi.

Un’onda perfetta, condivisa con un amico fidato, diventa motivo di gioia ancora più intensa.

Preferisco stare da solo, però, rispetto a stare con decine di sconosciuti che urlano e schiamazzano, togliendo la magia e il sacro che è proprio della natura.

Le onde sono imprevedibili, sono movimento. Ti insegnano ad apprezzare il momento, soprattutto in un posto, come l’Italia, dove le occasioni di vederle sono poche.

E la prima volta che hai praticato il surf, cosa hai provato?

“Anche se non era proprio surf, già dall’età di nove anni io, i miei cugini e i miei amici, la crew della stradina in cui abitavamo d’estate, ogni volta che il vento muoveva il mare eravamo in acqua, da mattina a sera.

Tornavamo con la testa, le orecchie e le tasche dei costumi pieni di sabbia, gli occhi rossi.

Ci divertivamo a prendere le onde sul bagnasciuga, lasciando che esse ci sballottassero con il loro moto prepotente, sulla sabbia.

Oppure, meno di frequente in quanto servivano mareggiate più grosse, facevamo bodysurf, un vero e proprio modo di cavalcare le onde.

Era bellissimo. Ogni volta che succedeva l’aria si riempiva di un non so che di festoso.”

Un’ultima domanda, Michele: cosa rappresenta per te il surf?

“Da piccolo praticavo il nuoto. Ad un tratto l’urgenza di unire il nuoto con gli sport da tavola cominciò a farsi sempre più spazio dentro di me, dapprima sotto forma di semplice desiderio, poi in modo sempre più prepotente.

Avevo undici anni, quando ci trasferimmo a Roma. Ogni weekend chiedevo di portarmi a provare il surf ad Ostia, dove sapevo ci sarebbero stati degli istruttori specializzati. Allora me l’immaginavo come un posto paradisiaco, con onde perfette sotto scogliere mozzafiato…

Per un motivo o per l’altro, complice i molteplici impegni che Roma impone, non fui mai accontentato. Continuavo, però, la mia pratica del nuoto.

Solo anni dopo riuscii finalmente ad andarci e scoprii che in realtà Ostia non era altro che un grosso quartiere popolare su spiagge grigie bagnate da acque torbide. In realtà, tuttavia, fu molto di più, per me e per molti surfisti della capitale.

In ogni caso, quando ci andai, era già troppo tardi per spegnere il mio amore: ero infatuato da quello sport.

Per me il surf è silenzio ed è fonte di costanti meraviglie, che ancora non riesco a spiegarmi.

Niente al mondo mi fa stare bene come la sensazione di bagnato, il controllo del meteo, l’attesa, l’adrenalina, l’astinenza, il migliorarsi.”

GIOVANNI

Giovanni, tu pratichi scherma, vero? Cosa provi quando tieni la spada in mano?

Quando sto con la spada, o meglio con la sciabola, in mano mi sento vivo e pieno di me, ovviamente ansia e adrenalina mi accompagnano perché le opzioni sono due: o vincere o perdere. E’ sicuramente liberatorio e anche molto divertente.

Qual è stata la tua più grande vittoria?

Quella ai campionati italiani: è stato un podio importante perché mi ha aperto a molti possibili futuri nel mondo della scherma e ha contribuito a farmi entrare in Nazionale.

Cos’è per te la scherma?

“Per me la scherma è uno stile di vita più che una passione, che metto davanti a tutto e che riesce a concentrarmi e ad organizzarmi, benché comporti anche dei grandi sacrifici”

Sei mai entrato in Nazionale?

Certo. Sono in Nazionale più o meno da quattro anni. Quando ci sono arrivato è stata sicuramente una gioia, soprattutto perché ero consapevole che quello che avevo fatto, lo avevo fatto io con le mie forze e con i miei sacrifici: per esempio ho dovuto stare lontano da casa per andare in Germania, dove ho avuto la fortuna di conoscere alcuni grandi atleti.

Quali emozioni hai provato la prima volta in Nazionale?

Sicuramente ansia e adrenalina, proprio perché ero consapevole che se avessi perso sarebbe stata una terribile sconfitta, ma se avessi vinto sarebbe stato fantastico; e ho provato anche felicità per il traguardo fino ad allora raggiunto, indipendentemente dall’esito, dalla vittoria o dalla sconfitta.

Bene. Sono queste esperienze, sentite dalla voce dei protagonisti, che ci fanno capire che quando la passione per lo Sport supera la fatica, le difficoltà e i sacrifici, allora si può davvero dire che esso è uno stile di vita.

Luca Lo Presti

I TRAUMI DI UNA VITA

“Resilienza” è un sostantivo che identifica una capacità molto importante, che tutti dovrebbero avere tra le proprie caratteristiche. La resilienza non riguarda infatti solo i giovani, ma tutti gli individui.

Il mondo non è tutto “rose e fiori”, anzi, è un posto misero e sporco in cui è facile imbattersi in situazioni spiacevoli e difficili, che possono condizionare un’adolescenza o addirittura una vita.

Personalmente ritengo di essere una persona poco resiliente, ed è una cosa che odio di me. Ho vissuto tante situazioni difficili… la mia bocciatura, l’infarto di mio padre e le tante delusioni che, ingenuamente, consideravo tutto. Purtroppo nulla di tutto ciò mi ha reso resiliente, complicando anche le cose.

Con la resilienza non si nasce, ma si diventa più forti per i molti episodi difficili che ci si ritrova a dover affrontare. La mia bocciatura è stata il punto più basso della mia adolescenza. Serviva tanta forza, ma soprattutto voglia si ripartire. Gran parte del merito, se ce l’ho fatta, è stata dei miei genitori, che mi hanno spronato a cercare di rifarmi, e di questo sono loro grato.

L’infarto di mio padre è stato un vero e proprio trauma per me, e lo è ancora oggi, poiché ci sono momenti in cui mi ritrovo avvolto da tutti i pensieri negativi.

Questo episodio, però, mi ha insegnato tanto: mi ha insegnato che non dobbiamo dare per scontata la presenza di una persona, ma bisogna, invece, dedicarle del tempo, prima che sia troppo tardi, e per me, per fortuna, non lo è stato.

Magari da come ne parlo o dai miei comportamenti, sembra che io abbia superato questi episodi, ma la verità è che non è cosi, in quanto ancora oggi mi trovo a combattere, ogni giorno, con i cosiddetti “fantasmi del passato”.

Spero di riuscire al più presto a superare gli ostacoli legati a questi episodi, perché vivere con questi “bagagli emotivi” non è facile. Molti dicono che il tempo sia la miglior cura: spero tanto di poterlo dire anche io, in modo tale da iniziare finalmente a godermi l’adolescenza. Questo tema è la prova per capire quanto poco resiliente sia, ma con la speranza di diventarlo .

Concludo questi miei buoni propositi con le parole di Ernest Hemingway: “Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c’è”.

Biagio P. (Istituto Tecnico Tecnologico Marconi)

SCEGLIERE LA SPERANZA

L’essere umano, dalla nascita fino alla fine del suo percorso di vita, si trova ad affrontare sicuramente dei problemi; quando succede, egli spesso è giù di morale e cammina accasciato con la testa china, senza voglia di fare e continuamente concentrato su ciò che lo assilla. Ma questa reazione non è la più adatta, poiché non porta ad alcuna via d’uscita.

A tal proposito Pietro Tabucchi, noto psicologo conosciuto in tutta Italia per i suoi interventi sulla motivazione e sulla gestione dello stress degli atleti, afferma che la resilienza (ossia la forza nell’affrontare un problema) si può imparare e accrescere durante la vita, proprio come un’asticella che va dal rosso al verde: chi è al rosso ha poca forza nell’affrontare un problema, chi è al verde ha la forza necessaria per superarlo. Altri studiosi ritengono, invece, che la resilienza sia presente in noi fin dalla nascita e che la possiamo accrescere attraverso le esperienze che affrontiamo, costruendoci nel tempo una specie di corazza.

Se ci guardiamo intorno, possiamo osservare come ognuno affronti le esperienze traumatiche in maniera diversa: alcuni non vedono via di scampo ai problemi, altri li affrontano senza preoccupazioni e senza pensarci troppo, continuando in maniera normale la loro vita. Tra questi due gruppi di persone, sembra che la percentuale delle prime sia molto più alta.

Va detto che la reazione dipende anche dal tipo di difficoltà che deve essere affrontata; ad esempio, un problema comune è la morte di una persona cara: c’è chi sta malissimo e quasi smette di vivere, e c’è chi invece cerca di esorcizzare il senso di perdita pensando in modo positivo, distraendosi, comportandosi come se nulla fosse accaduto. Un altro esempio molto diffuso è quello di un’insufficienza grave a scuola: come purtroppo spesso si legge sui giornali o si sente dai telegiornali, qualche studente arriva addirittura a suicidarsi (reazione davvero assurda e incomprensibile), altri pensano tra sé e sé “I professori ce l’hanno con me” o “Mi va tutto storto”, altri provano a confrontarsi con gli amici, altri ancora si chiudono in camera e si mettono ad ascoltare la loro musica preferita a tutto volume pur di reagire e di superare il momento senza farsi travolgere dalla negatività.

Per quanto riguarda in particolare i giovani, dipende da ognuno di noi se l’asticella della nostra resilienza si alzi o rimanga invariata con il passare dell’età; è opportuno crearsi una corazza, uno scudo che renda pronti ad affrontare altri problemi.

Migliorare la resilienza è una questione di tempo e d’esperienza. E’ stato accertato, infatti, che la resilienza è sempre migliorabile, mentre non può peggiorare; al massimo rimane invariata… Se si guardasse un problema sempre dalla stessa prospettiva, senza reagire, si avrebbe la forza di affrontare lo stesso problema in modo diverso? La seconda volta va meglio solo se si è reagito in precedenza: in questo caso quella che è sembrata in passato una grande difficoltà, non è più tale, diventa piuttosto un piccolo ostacolo che sbatte contro una serie di rocce. A volte anche i genitori possono spronare ad affrontare un problema con esempi di quando erano ragazzi, oppure motivando i figli ad essere un “muro”. Quasi sempre le urla dei professori e le raccomandazioni dei genitori servono solo a stimolare i giovani, perché reagiscano e procedano a testa alta per affrontare le prove della vita. Tutto è risolvibile, bisogna solo ascoltare molto l’istinto e i consigli, così da rafforzare la propria corazza e trasformare un problema che sembra un enorme Cerbero in una piccola e innocua formica.

Gabriele S. (Istituto Tecnico Tecnologico Marconi)

UN IMMENSO DOLORE

Valerio Mazzei è un cantante, tiktoker e YouTuber seguito soprattutto dai più giovani.

Il giovanissimo cantante ha subito purtroppo un dolore tremendo, il peggiore che un ragazzo possa subire: la perdita di un genitore. A solo 11 anni è stato costretto a rinunciare per sempre all’affetto della sua giovane mamma Alessia. Non potendo più abbracciarla, baciarla e farle dei regali, come invece fa la maggior parte dei suoi coetanei con la propria madre, ha deciso di dedicarle una canzone, una vera dedica d’amore eterno, intitolata “12 luglio” – data che il cantante ama particolarmente perché era il giorno del compleanno della sua mamma. Nelle sue parole è chiaro il desiderio di conservare intatto il suo ricordo, nulla potrà mai fargli dimenticare l’amore VERO che prova nei confronti di sua madre.

In questa canzone viene descritto con estrema dolcezza il dolore che è costretto ad affrontare un giovane adolescente quando purtroppo affronta la perdita di un genitore. Non sono infatti pochi coloro che perdono un genitore in giovane età e con esso una guida, un riferimento, un porto sicuro dove trovare rifugio nei momenti più difficili. Il dolore prodotto da questa importantissima assenza sicuramente non viene alleviato dal tempo, anzi, il tempo che passa non fa altro che rafforzare la nostalgia, e le ferite subite contribuiranno a creare una corazza che sarà d’aiuto ad affrontare le situazioni anche più dure della vita.

La presenza degli amici, soprattutto nel periodo adolescenziale, diventa essenziale per attraversare un periodo così tormentato: essi infatti sono gli unici che possono distrarre dal tormento, non dimenticando però che quelli veri si contano a malapena sul palmo della mano. Ovviamente perdere un genitore quando si è così giovani rende tutto il percorso di crescita difficilissimo, ma la strada rimane sempre illuminata da quel genitore che, se pur scomparso, rimarrà sempre presente nel cuore del figlio e con i suoi insegnamenti lo guiderà e lo sosterrà essendo sempre luce negli inevitabili momenti di buio della vita. L’unica cosa che si può fare è vivere ogni attimo cercando di rendere il proprio genitore orgoglioso, farlo continuare a vivere nei propri sorrisi, nelle esperienze fatte, nei ricordi e in ogni avventura che si affronta, nella speranza che da lassù lui possa vedere e, chissà, un giorno possa riabbracciare in Paradiso i suoi e parlare di nuovo con loro.

Luca Minieri (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

AMARE QUALCUNO SIGNIFICA…

Credo che mai, come in questo momento difficile per la società, sia fondamentale discutere sull’immensità dell’amore. L’amore è un sentimento che non necessita di parole per essere definito, è quella continua empatia che unisce due o più persone rendendole complici. Amare significa desiderare il meglio dell’altro; è quella forza emotiva che nasce dalla volontà di donarsi e offrirsi completamente. Amare è una dote innata, è fondamentale dunque essere di supporto anche quando il dolore prevarica e lo stato di sofferenza emerge determinando sconforto nell’individuo. Dare amore è sinonimo di speranza, di accettazione e di equilibrio psicofisico. Imprescindibile è considerare questo sentimento un elemento essenziale; puoi essere innamorato di ciò che si fa, di una persona, di un animale o di qualsiasi altra cosa, in maniera incondizionata, ma sempre con la consapevolezza di concedersi pienamente e senza pregiudizi. Ho una visione abbastanza ampia dell’amore, so di donare e allo stesso tempo provo contezza nel ricevere. Amo la vita in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, amo chi mi circonda: i miei genitori, i miei compagni, i miei parenti; insomma, apprezzo tutto ciò che mi fa stare bene e che mi rende felice. La serenità che percepisco è fondamentale per accogliere chi vorrà far parte del mio mondo. Con l’amore si possono di sicuro vincere grandi battaglie ed instaurare grandi amicizie; percepire questa vibrazione con innocenza e purezza indubbiamente rende l’individuo più consapevole e meno avverso nei confronti del prossimo.

L’amore è un impulso capace di provocare una moltitudine di emozioni, che hanno tutte un ruolo rilevante per la crescita e la maturità di ciascuno di noi. È fondamentale non soffermarsi mai sulle apparenze, credere sempre in questo valore inestimabile capace di regalarci brividi ed emozioni continue. Evitiamo la violenza, il disprezzo e il dolore, che in realtà provocano solo tanta sofferenza. Se tutti potessimo capire il valore di ogni singolo battito del nostro cuore, sono convinto che saremmo protagonisti di un mondo migliore, di un mondo ricco di gioie!

Leonardo Calabrese (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

DANIELE NICASTRO RACCONTA “GRANDE” ALLA ZINGARELLI

Il 28 Aprile la classe 3D ha avuto la straordinaria opportunità di incontrare a scuola lo scrittore Daniele Nicastro, autore dell’appassionante romanzo “Grande”.

Questa esperienza non solo ci ha offerto la possibilità di conoscere un noto scrittore come Nicastro e di discutere con lui di un libro che abbiamo particolarmente amato, ma ha rappresentato quasi un ritorno alla normalità, in particolare agli incontri in presenza con gli autori che ci sono mancati tantissimo.

Nicastro, entrato nella nostra classe, è stato accolto da un applauso generale, suscitato dall’emozione di incontrarlo. Si è presentato parlandoci delle sue origini siciliane, evincibili dal suo cognome, e del suo trasferimento nel Nord Italia insieme alla sua famiglia, dettato dall’impossibilità di trovare lavoro al Sud. Ha parlato anche della sua passione per i videogames e per le Serie TV. Dopo questa breve presentazione sono iniziate le nostre domande.

Gli abbiamo chiesto se avesse vissuto in prima persona le vicende narrate nella storia e abbiamo appreso che, pur non avendo vissuto direttamente gli eventi raccontati, nel delineare la psicologia del protagonista (Luca), si è sicuramente ispirato alla sua adolescenza: ad esempio i frequenti litigi e gli scontri di Luca con i genitori molto hanno in comune con il “Daniele adolescente”.

Molto interessante è stato scoprire che prima di diventare scrittore, Nicastro era un ghost writer, cioè scriveva libri in “anonimato” senza che il suo nome fosse pubblicato sulla copertina dei libri, condizione che è divenuta col passare degli anni sempre più insopportabile.

L’autore ci ha spiegato anche che per la scelta del titolo del romanzo è stato decisivo il suggerimento di un suo “grande” amico e “grande” scrittore: Davide Morosinotto. Ebbene sì, proprio lui! L’autore de “Il rinomato catalogo…”, “Il fiore perduto dello sciamano K”, …! Lo stesso che abbiamo incontrato a scuola in prima media e di cui abbiamo letto e amato tanti romanzi!

Molte domande sono state poi formulate relativamente alla psicologia di altri personaggi del libro, scoprendo tante curiosità.

La figura di Paolo, cugino del protagonista, è nata ad esempio dal desiderio di sorprendere il lettore, “trasgredendo volutamente gli stereotipi”: Luca, ragazzo di Torino, si rivela molto disobbediente e irresponsabile; Paolo, siciliano, si caratterizza per il rispetto delle regole ed il forte senso di Giustizia.

Prima di autografare i nostri libri, Nicastro ci ha annunciato l’uscita a Maggio di un suo nuovo romanzo, “Vengo io da te”, di cui ci ha anticipato in breve l’avvincente trama. Che state aspettando? Correte in libreria ad acquistarlo!

Per noi è stato un onore accogliere in classe Daniele Nicastro e ci auguriamo che in futuro ci sia data la possibilità di vivere tante altre esperienze così coinvolgenti e formative.

Tommaso Tedesco Quartulli e Gabriele De Marzo