Quello che avrei voluto sapere prima

Se c’è una cosa che ho capito dopo essere arrivata alla scuola superiore è che alcune cose gli adulti te le dicono mille volte, ma finché non le vivi non puoi davvero capire cosa significhino.

“Studia!”

“Impegnati!”
“Non rimandare tutto all’ultimo momento!”

Probabilmente anche voi avete sentito queste frasi. Io le ho sentite, come tutti. E magari alcune volte ho anche fatto finta di non ascoltarle. Ma non voglio scrivere questo per dirvi semplicemente di studiare perché “lo dicono gli adulti”. Voglio dirvelo da ragazza, da qualcuno che sa cosa significa sperare tanto in qualcosa e poi vedere quella speranza andare in una direzione completamente diversa.

Io sono stata bocciata.

E dirlo così, in due parole, sembra una cosa semplice, un risultato scritto su un foglio. In realtà non lo è. Essere bocciati non significa soltanto dover ripetere un anno, significa svegliarsi una mattina e rendersi conto che tutto quello che avevi immaginato per i mesi successivi non sarà più così. Significa vedere i tuoi compagni andare avanti mentre tu rimani indietro. Significa salutare persone che fino a poco prima vedevi ogni giorno e chiederti se tra poco smetteranno di essere una parte così importante della tua quotidianità. E poi c’è quella cosa che nessuno ti spiega davvero: il vuoto.

Quel vuoto nello stomaco che senti quando entri in una scuola nuova e non riconosci nessuna faccia. Quando ti siedi in una classe dove tutti devono ancora diventare qualcuno per te. Quando ti guardi intorno e pensi che pochi mesi fa eri con persone con cui avevi riso, parlato, litigato, condiviso cose che magari sembravano piccole e invece adesso ti mancano tantissimo.

Io l’anno scorso avevo creato molto velocemente un legame con i miei compagni. In poco tempo eravamo diventati un gruppo, condividevamo quelle piccole abitudini che all’inizio sembrano insignificanti e che invece, adesso, sono proprio quelle che mi mancano di più.

Ora sono in un’altra scuola, in un’altra classe, con altri compagni e altri professori. E sono persone nuove. Magari saranno fantastiche, magari un giorno mi sentirò a casa anche qui. Ma per ora non sono gli altri, quelli che mi mancano. TROPPO spesso mi capita di pensare ai miei vecchi compagni e di rendermi conto che alcune persone entrano nella tua vita in un modo così veloce che non ti accorgi nemmeno di quanto siano diventate importanti. Poi, quando non ci sono più, te ne accorgi all’improvviso. Ed è proprio per questo che voglio dirvi una cosa.

Studiate.

Ma non ve lo dico perché voglio farvi paura con i voti, con le verifiche o con le prediche. Ve lo dico perché so quanto può essere brutto non riuscire ad arrivare dove avevi immaginato di arrivare.

Studiate per voi.
Per non arrivare alla fine dell’anno chiedendovi “e se avessi studiato un po’ di più?”. Perché magari una verifica andata male non cambia nulla, un brutto voto non definisce chi siete e una materia che non capite non significa che non siete intelligenti. Ma tante piccole cose lasciate andare, una dopo l’altra, possono portarvi in un posto in cui non avreste voluto essere.
E se invece vi capita di fallire, se prendete un brutto voto, se non riuscite in qualcosa, se vi sembra di aver deluso voi stessi, non pensate che sia finita. Non vi arrendete, perché altrimenti sarà proprio in quel momento che sarà finita davvero.

Io ho scoperto che si può perdere una strada senza aver perso se stessi.

La cosa più difficile, forse, è accettare che alcune persone e alcuni momenti non torneranno più esattamente come prima. Ma questo non significa che quello che avete vissuto non sia stato importante. Anzi, forse è proprio perché è stato importante che fa così male lasciarlo andare.
Quindi, mentre siete ancora lì, nelle vostre classi, con i vostri compagni, approfittatene.
Ridete anche durante l’intervallo. Fate foto stupide. Parlate fino a quando il professore vi dice di stare zitti. Fate pace dopo aver litigato. Vivete quelle giornate che sembrano tutte uguali, perché un giorno potreste scoprire che erano proprio quelle le giornate che avreste voluto rivivere. E soprattutto, non date per scontato il posto in cui siete.

Io l’ho capito quando quel posto non era più il mio.

Forse crescere significa anche questo: perdere qualcosa, sentirne la mancanza e continuare comunque a camminare. Col dolore, sì, ma continuare.

Non so ancora se la mia nuova classe diventerà un giorno per me come quella dell’anno scorso. Forse sì, forse no. So soltanto che alcune persone lasciano un segno che non si cancella cambiando scuola, classe o compagni. E che, se potessi tornare indietro, direi alla ragazza che ero l’anno scorso di impegnarsi un po’ di più; non perché avrebbe dovuto essere perfetta, ma perché, forse, avrebbe potuto evitare di salutare troppo presto una parte della sua vita che non era ancora pronta a lasciare.

Giulia Bux

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