Il Giorno della Memoria

Olocausto, a pronunciare questo termine mette già i brividi! In automatico la mente lo ricollega agli orrori della storia, che non sono solo quelli del periodo nazi-fascista, ma ha origini ancora più antiche. Facciamo un passo indietro per comprendere meglio il significato di questa parola. L’etimologia della parola olocausto è di derivazione greca, infatti, in greco antico il verbo ὁλοκαυτεῖν (holokautein), da cui il termine ὁλοκαυστός (holokaustos), formato dal prefisso ὅλος (holos) = intero + καυστός (kaustos) = bruciato, significa letteralmente “bruciato per intero, completamente bruciato“. Ci si riferiva a cerimonie sacrificali di civiltà antiche, che prevedevano, in genere, vittime animali ma talvolta anche sacrifici umani. Gli storici ritengono che sia più corretto usare il termine Shoah (in ebraico: lett. “catastrofe, distruzione“), che ha trovato ragioni storico-politiche nel diffuso antisemitismo secolare.

Ma da dove ha origine l’odio nei confronti del popolo ebreo? 

A Roma gli ebrei, che sin dai tempi di Giulio Cesare e di Augusto vivevano come tutti gli altri cittadini, furono addirittura inclusi nell’Editto di Caracalla del 212 d.C., il quale estese la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’Impero. Successivamente, con l’avvento del Cristianesimo, vennero ritenuti cittadini di posizione sociale inferiore. Un grande cambiamento avvenne in sostanza quando il Cristianesimo si diffuse ovunque e diventò una religione dominante, prima con l’Imperatore Costantino, che emanò un editto nel 313 d. C. che concedeva la libertà di culto ai cristiani e poneva fine a una sanguinosa stagione di persecuzioni iniziate nel 303 d.C. dall’Imperatore Diocleziano. Subito dopo, nel 380 d.C., l’Imperatore Teodosio emanò l’editto di Tessalonica, in cui ufficializzava il Cristianesimo quale religione unica dell’Impero. Il Cristianesimo, basato su un monoteismo rigido, cominciò a creare problemi all’Ebraismo. I cristiani, infatti, non ammettevano l’esistenza del paganesimo, ciò nonostante accettavano l’Ebraismo. L’esistenza degli ebrei rispetto a quella dei cristiani doveva essere, però, regolamentata e considerata di categoria inferiore, con la conseguente riduzione dei diritti civici e sociali. Gli ebrei, quindi, dovevano essere accettati, soprattutto perché non sarebbe stato possibile negare le origini comuni, essendo lo stesso Gesù un ebreo. In pratica gli ebrei servirono ai cristiani per far risaltare al mondo la diversità tra le due religioni. Gli Ebrei non riconoscevano Gesù come il Messia, anzi, secondo una versione che è circolata per secoli fino ai giorni nostri, vollero addirittura la sua morte. Gesù venne condannato a morte in quanto fu considerato blasfemo nell’affermarsi come il figlio di Dio e colpevole di lesa maestà nei confronti dell’Impero Romano. Ciò nonostante, i padri della Chiesa non nutrirono mai odio in senso razziale verso gli ebrei. Alla fine del VI sec. Papa Gregorio Magno, pur continuando a considerare l’Ebraismo come una religione piena di superstizione e perfidia, dichiarò illegittime le conversioni forzate. Dall’VIII secolo fino all’anno Mille le comunità ebraiche sparse nell’Occidente vissero un periodo di calma e prosperità. Tale cambiamento avvenne grazie all’atteggiamento favorevole degli imperatori carolingi a partire da Carlo Magno (768-814), il quale degli ebrei apprezzava l’onestà e la lealtà verso il prossimo. Pertanto volle proteggerli garantendo loro non solo la vita, ma anche il diritto alla proprietà, alla libertà religiosa, mercantile e all’indipendenza giudiziaria. Gli ebrei, per ringraziare l’Impero, favorirono lo sviluppo dell’industria e del commercio, soprattutto con l’Oriente, interdetto ai cristiani dall’Islam. Con Ludovico il Pio, e i suoi successori, aumentarono i privilegi, infatti la corte si serviva di medici e ambasciatori ebrei. Nelle principali città della Germania nacquero addirittura comunità ebraiche molto attive culturalmente e commercialmente. La popolazione ebraica si spinse sino all’Austria e alla Moravia. Intanto, a partire già dal VII secolo, era cominciata l’espansione degli Arabi musulmani. L’Islam si pose nei confronti degli ebrei, che trovò sul territorio che invase, allo stesso modo dei cristiani. Li lasciò vivere in condizioni di inferiorità giuridica. La nuova religione, cioè quella musulmana, scatenò la “guerra santa” che si diffuse rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo, verso l’Iraq e la Persia. Il successore di Maometto, il califfo Omar, occupò la Palestina e innalzò sulla spianata del sacro Tempio di Gerusalemme le due moschee di Al-Aqsa e della Roccia. Facendo un enorme salto nelle epoche della storia, arriviamo al XIII secolo in cui iniziarono le grandi espulsioni di massa degli ebrei. La prima avvenne in Inghilterra nel 1291, poi nel 1394 in Francia e infine l’espulsione più drammatica in Spagna nel 1492. Ripercorrendo i fatti che portano a quest’ultima data, occorre ricordare che nella Penisola iberica gli ebrei fondarono delle comunità molto prospere, protette dagli stessi sovrani spagnoli. Purtroppo però, gli ebrei di Andalusia dovettero lasciare il Sud della Spagna all’arrivo degli Almohadi (islamici intransigenti), e si trasferirono in parte in Marocco e in Egitto, ma soprattutto nel regno di Castiglia e di Aragona, dove inizialmente i sovrani cattolici li accolsero, dando loro la possibilità di esercitare qualsiasi attività, pur cercando sempre di sollecitare le conversioni. Quando la Spagna avviò la reconquista, cioè la cacciata degli Arabi per ristabilire il primato del Cattolicesimo, gli ebrei furono minacciati. Dovevano andarsene oppure convertirsi. Poco dopo iniziò un periodo storico molto buio e atroce, quello dell’Inquisizione, durante il quale ci fu il primo rogo degli ebrei nel 1481. Il tribunale della Santa Sede promise il perdono a coloro che avrebbero denunciato eventuali altri colpevoli, ovvero ebrei convertiti che continuavano a seguire i costumi giudaici, innescando così una catena infinita di arresti, torture, processi, condanne, roghi e confische di beni. All’accanimento feroce del primo Inquisitore Generale, il terribile Tomaso Torquemada, si oppose spesso lo stesso re Ferdinando e così pure ebrei influenti come Abraham e Isaac Abrabanel, una famiglia di eminenti statisti e banchieri, che ricorsero persino al Papa. Né Re né Papi riuscirono a fermare la macchina infernale della Santa Inquisizione, infatti gli inquisitori mandarono al rogo migliaia di ebrei, convinsero i sovrani, Isabella e Ferdinando, che l’unico modo per sottrarre i nuovi cristiani all’influenza ebraica era quello di espellere tutti gli ebrei dalla Spagna, dalla quale erano appena stati cacciati i Mori. Il decreto di espulsione fu firmato dai Sovrani il 31 marzo 1492 e fu un trauma enorme nella memoria ebraica. Dopo qualche secolo, nel Settecento, ovvero nel Secolo dei Lumi e dell’Illuminismo, nacque e si diffuse nuovamente l’idea della cittadinanza. Anche gli ebrei potevano essere considerati dei cittadini come gli altri. Si sviluppò un movimento intellettuale di apertura democratica che dalla Francia si diffuse in altri Paesi, come ad esempio la Prussia. Essendo l’Illuminismo un movimento che poneva al centro l’uomo e lo Stato e non la fede, il concetto di identità nazionale non fu più legato strettamente alla religione, pertanto anche gli ebrei furono considerati cittadini come tutti gli altri. Tutto ciò rappresentò la piena emancipazione degli ebrei, una sorta di rivoluzione che coincise col periodo 1789-1870. Ma questo popolo dovette subire altri atroci attacchi!

Chi ha coniato il termine “antisemitismo”?

Antisemitismo: pregiudizio e odio nei confronti degli ebrei e dell’Ebraismo. Il termine fu coniato nel 1879 dal giornalista ed agitatore tedesco Wilhelm Marr, per definire la propaganda antiebraica allora diffusa in Europa. In poco tempo antisemitismo diventò di uso comune, come un termine atto ad indicare tutte le forme di ostilità verso gli ebrei, e risuonerà nel corso della storia. Nel periodo della Repubblica di Weimar, cioè dal 1919 in poi, gli ebrei tedeschi erano e si sentivano tedeschi a tutti gli effetti, erano integrati nella società e molti si erano arricchiti. Poco dopo, però, gli ebrei diventarono un pericoloso nemico interno, ritenuto colpevole di molti dei problemi che affliggevano la Germania. Dopo anni di atroci discriminazioni, messe in atto probabilmente dalla retorica di Hitler, fu resa impossibile la vita agli ebrei tedeschi, e nel 1942 la Germania nazista adoperò spazi, uomini e risorse per mettere in pratica ciò che i gerarchi nazisti avevano progettato: lo sterminio di tutti gli ebrei.     

Ma perché Hitler odiava così tanto gli ebrei?

Per Adolf Hitler gli ebrei erano una razza inferiore rispetto alla razza ariana, a cui appartenevano i tedeschi, inoltre li riteneva portatori di malattie e morte. Per Hitler ed i suoi seguaci, gli ebrei incarnavano il male sotto ogni punto di vista, poiché erano coloro che avevano crocefisso Gesù.

Da quando comincia la Shoah?

Le persecuzioni contro gli ebrei nella Germania nazista iniziano non appena Hitler ottiene il potere. Nel 1933 iniziarono le prime violenze contro gli ebrei in Germania, spesso organizzate dalle SA di Hitler. Nel 1935, con le leggi di Norimberga, venne approvata una legge per la cittadinanza, secondo la quale gli ebrei non erano più considerati cittadini tedeschi. Nell’autunno del 1941 gli ebrei, che ormai erano obbligati a cucire una stella di David sugli abiti sin dall’età di 6 anni, non poterono più emigrare dal Reich. Nel 1942 ebbe luogo la Conferenza di Wannsee, presso una villa nell’omonimo quartiere di Berlino. Qui si incontrarono 15 importanti gerarchi delle SS, dello Stato e del partito nazista, per discutere sulla soluzione finale, nome in codice per l’eliminazione fisica degli ebrei d’Europa. Da questo momento le politiche naziste volsero ad uno sterminio di massa degli ebrei. Furono individuate strutture dedicate allo sterminio, come Auschwitz (Polonia), dove gli ebrei furono eliminati in massa attraverso metodi atroci, come le camere a gas. Gli ufficiali nazisti non ci hanno lasciato documenti sul conteggio delle vittime, infatti a partire dal 1943, quando si iniziarono a temere che i Paesi dell’Asse avrebbero perso la guerra, gran parte della documentazione riguardante le vittime fu distrutta dai nazisti, che intuirono che al termine della guerra ci sarebbero stati dei processi. Soltanto con la fine della seconda guerra mondiale i Paesi vincitori hanno iniziato a fare delle stime, gli ebrei sterminati dai tedeschi per motivi razziali ammontano a circa 6 milioni.

Il Giorno della Memoria

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono nella città polacca di Auschwitz e scoprirono il noto campo di concentramento. Riuscirono a liberare i pochi superstiti. La data del 27 gennaio, in ricordo della Shoah, è diventata una data ufficiale per gli Stati membri dell’Onu. In Italia il Giorno della Memoria venne istituito con la Legge 211 del 20 luglio 2000, e ogni anno viene celebrato per non dimenticare mai l’atroce e assurdo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, i deportati nei campi di concentramento, la loro prigionia e la loro morte.

Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi sarò contento,
a che serve essere tristi, a che serve.
Perché soffia un vento cattivo.

Perché dovrei dolermi, oggi, del domani.
Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro.
Forse domani splenderà ancora il sole.
E non vi sarà ragione di tristezza.

Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento,
e ad ogni amaro giorno dirò,
da domani, sarà triste,

Oggi no.

(Poesia di un ragazzo trovata in un Ghetto nel 1941)

Monica Cocciardo

disegno di Carlotta Ciccarelli

TUTTE LE DOMANDE CHE VORREMMO FARLE (LETTERA A LILIANA SEGRE)

Cara Senatrice Segre,

siamo i bambini della classe 3^ D della Scuola Primaria Anna Frank di Bari. In questi giorni, insieme alla nostra maestra, stiamo discutendo molto su quello che è accaduto nel 1938, l’anno in cui furono emanate le leggi razziali.

La maestra ci ha fatto vedere una Sua intervista e noi siamo stati attenti a tutto quello che Lei ha detto, ma siamo rimasti colpiti soprattutto da queste parole: “Nessuno si accorse del mio banco vuoto e questo è stato un vero schiaffo morale, una ferita che mi sono portata sempre dentro. A distanza di anni ho incontrato di nuovo i miei amici di scuola e la prima domanda che ho rivolto loro è stata proprio Perché?”.

Abbiamo immaginato come ci comporteremmo noi se un nostro compagno non venisse a scuola per gli stessi assurdi motivi. Qualcuno di noi avrebbe il coraggio di protestare? Siamo tutti convinti di sì.

Leggendo la sua storia tante domande ci sono venute in mente…

– Che cosa sono le leggi razziali e perché furono scritte?

– Perché gli ebrei erano odiati così tanto?

– Perché gli ebrei non si sono mai ribellati?

– Cosa facevano i bambini ebrei quando erano costretti a non andare a scuola?

– Che cosa hanno risposto i compagni di scuola, quando è capitato che abbiano incontrato dopo tanti anni i loro coetanei ebrei “espulsi” dalle loro classi?

– Le piaceva andare a scuola?

– Ha avuto paura quando l’hanno divisa da suo padre?

– Cosa le mancava di più della sua normalità quando era rinchiusa nel campo di concentramento?

– Aveva un amico o un’amica di cui si fidava nel campo di concentramento?

– Se le truppe russe arrivarono nel campo il 27 gennaio, perché lei è stata liberata a maggio?

Sarebbe bello se Lei potesse risponderci e se potessimo incontrarla per parlare con Lei di quanto accaduto, non per rattristarla ma per farci spiegare, per capire, per non sbagliare mai nello stesso modo e anche per abbracciarla forte forte e farle sentire quanto l’ammiriamo e la stimiamo.

Ci auguriamo che prima o poi accada.

Intanto La salutiamo con affetto

Gli alunni della 3^ D

PS: Ci scusi, un’ultima domanda: Quando anche l’ultimo ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento e alla Shoa sarà morto, chi risponderà a quelli che ancora chiederanno, che vorranno sapere?

Beh, non si preoccupi: risponderemo noi perché, insieme a tanti altri, saremo la sua MEMORIA.

E’ UNA PROMESSA!

I diritti dei bambini

Noi, bambini delle classi quinte della scuola Anna Frank, stiamo ragionando molto sui diritti e in particolare sui diritti dei bambini.

Noi, bambini che viviamo in paesi “ricchi”, appena nasciamo abbiamo il DIRITTO DI AVERE DEI DIRITTI; nei paesi poveri, invece, molti bambini vengono trattati come se non fossero neppure delle persone…

Noi, bambini dei paesi occidentali, abbiamo il diritto di vivere. Eppure questo, che è il primo diritto di ogni bambino insieme al DIRITTO ALLA VITA e all’IDENTITA’, non è davvero rispettato.

Noi, bambini della generazione Z, abbiamo il diritto alla LIBERTA’, ma anche questo diritto non è ovunque considerato il bene più prezioso per ogni essere umano.

Anche il diritto di ANDARE A SCUOLA è fondamentale per il benessere di ogni bambino e di ogni bambina: a scuola, infatti, si impara a stare insieme, a leggere , a scrivere, a pensare e a costruirsi un futuro bello e dignitoso.

Ci sono ancora oggi dei paesi del mondo nei quali i bambini non hanno il diritto di andare a scuola, e lavorano: i maschi nelle fabbriche o come muratori, e le femmine nei campi. Ci ha colpito tanto la storia di Iqbal, un bambino di soli quattro anni che, in uno di questi paesi lontani, il Pakistan, è stato venduto dai suoi stessi genitori ed è stato costretto a lavorare in una tessitura di tappeti dall’alba al tramonto, incatenato al telaio come milioni di altri bambini nei paesi più poveri del mondo, fino a quando, a soli dieci anni, la nostra età, è riuscito a fuggire per mettersi in salvo.

Da questa triste storia si può capire che un altro importante diritto di ogni bambino e ogni bambina è il diritto alla FAMIGLIA, cioè a trascorrere la VITA AL SICURO, NUTRITO, CURATO E AMATO, libero di SCEGLIERE LA PROPRIA RELIGIONE e di NON ESSERE MAI DISCRIMINATO.

Ogni bambino e ogni bambina ha anche il DIRITTO AL GIOCO: nei paesi poveri molti bambini e molte bambine non sanno neppure cosa sia il gioco, perché devono cercare di restare vivi…

Insieme a questi diritti fondamentali ce ne sono altri, come il DIRITTO AD UN MONDO MIGLIORE nel quale ogni persona possa vivere bene nel posto in cui è nata, senza dover fuggire da povertà, guerra e altre situazioni terribili come quelle che sentiamo ogni giorno alla televisione.

Molte volte noi adulti non vi ascoltiamo, perchè pensiamo che quello che dicono i bambini non abbia importanza, invece dovremmo imparare a considerarvi di più, perchè anche questo è un vostro diritto“, così ha detto una delle tante mamme che oggi erano presenti al nostro pomeriggio qui, alla scuola Zingarelli.

Ad ogni diritto corrisponde un dovere, e proprio per questo abbiamo la responsabilità di impegnarci a scuola e di essere noi artefici di un mondo migliore e davvero giusto per tutti.

I bambini delle classi quinte della scuola Anna Frank 2022-23

La vita e le caratteristiche dei rettili e degli anfibi (prima parte)

1. STORIA E CARATTERISTICHE GENERALI DEI RETTILI E DEGLI ANFIBI

Gli anfibi sono il frutto di milioni di anni d’evoluzione di una forma di vita molto particolare, i pesci polmonati, ossia i primi pesci che tentarono di vivere sulle terre emerse durante il Carbonifero. I rettili, invece, sono il risultato dell’evoluzione dei primi anfibi (chiamati stegocefali) ed ebbero un successo evolutivo molto superiore rispetto ai loro antenati.

Questi animali sono tra i più sofisticati al mondo e sfoggiano diverse forme in ogni contesto. La loro caratteristica principale, però, è una sola: sono a sangue freddo; ciò vuol dire che hanno bisogno di una fonte di calore costante dalla natura (quale può essere una roccia calda, un tronco o il tratto di un ruscello illuminato dal sole) per regolare la propria temperatura interna e rendere così possibile il funzionamento metabolico nei loro corpi.

2. DIETE

In linea di massima gli anfibi, come rane, rospi, tritoni e salamandre, si nutrono di piccoli animali quali insetti e altri piccoli invertebrati.

Ma ci sono delle eccezioni…

In Africa vive l’anuro più grande del mondo, la rana toro, capace di inghiottire interi pulcini, ratti e in casi rarissimi anche piccoli cuccioli di cane.

Dyxicephalus adspersus

I rettili sono molto più “accontentabili” dal punto di vista alimentare. Ci sono iguane, per esempio, che mangiano fiori di gelso e di ibisco ai tropici; ci sono testuggini che nelle isole più soleggiate mangiano anche gli arbusti più secchi e duri; ci sono i serpenti, che sono utili all’agricoltura poiché mangiano tonnellate di roditori ogni anno; ci sono i gechi e le lucertole, che sono prevalentemente insettivori ma che non disdegnano di cibarsi di alcune specie di carogne e di frutta; ci sono i coccodrilli e gli alligatori, che fanno una gran festa con gli animali vivi che trascinano in acqua. A differenza dei suoi possenti cugini c’è poi anche il gaviale, una specie di piccolo coccodrillo che si nutre prevalentemente di pesce, non avendo mascelle così grandi da permettergli di trattenere, masticare e ingoiare prede troppo voluminose.

Gaviale del Gange (Gavialisgangeticus).

3. CURE PARENTALI

I rettili e gli anfibi in genere non sono genitori troppo “affettuosi”: molti di loro, infatti, preferiscono abbandonare i propri nidi subito dopo aver deposto le uova. Eppure c’è anche chi rischia la propria vita per proteggere le uova appena deposte e per insegnare le tecniche di sopravvivenza basilari ai propri piccoli. Alla prima categoria appartengono la maggior parte delle rane, dei rospi, delle lucertole e dei gechi, come – per esempio – il geco leopardino, uno splendido geco terricolo della famiglia Eublepharis (di cui sono orgoglioso di possedere un esemplare femmina), che abbandona le proprie uova subito dopo la deposizione.

La mia è ancora una “cucciola”, abbastanza gracile e non più lunga più di 15 cm; una volta cresciuta, dovrebbe raggiungere una lunghezza di circa 20 cm e dovrebbe cambiare, muta dopo muta, l’ordine della sua pigmentazione fino a raggiungere un aspetto molto simile all’esemplare dell’immagine successiva, caratterizzato da colori più vivaci e da macchie più accentuate.

Eublepharis macularius.

Ma chiudiamo la breve parentesi sul geco leopardino e continuiamo a parlare di chi può essere considerata una buona madre nel mondo dei rettili e degli anfibi. Tra i rettili possiamo ricordare senza dubbio la mamma pitone reale (Python regius), la mamma scinco del sole (Eutropis longicaudata) e la mamma coccodrillo del Nilo (Crocodrylus niloticus); tra gli anfibi ricordiamo soprattutto alcune amorevoli rane come la rana toro africana (Dyxicephalusadspersus), le rane Dendrobates, la rana di Darwin (Rhinoderma darwinii), la rana Rheobatrachus vitellinus e la rana Pipa pipa.

Curiosi? Bene! Procediamo!

3.1 LE CURE PARENTALI DEL PITONE REALE

Quando parlo di serpenti la maggior parte delle persone, a causa di sciocchi pregiudizi o di scarsa informazione, iniziano a guardarmi con aria strana.

Tutti immaginano questi meravigliosi animali come dei mostri viscidi e senz’anima. Beh, non è affatto così. Basti pensare agli insospettabili atti di dolcezza che alcune specie compiono verso i propri figli. A questo proposito, la mamma del pitone reale è davvero fantastica: dopo la deposizione delle uova non abbandona il nido, bensì si mette a covare! Questo comportamento non è affatto vantaggioso per lei, poiché le fa esaurire la maggior parte delle energie senza che sia davvero necessario, visto che le uova potrebbero anche cavarsela da sole, ma con un aiutino di più… ovviamente è meglio. La cova avviene in maniera molto strana: la madre fa vibrare i suoi muscoli pettorali facendo in modo che essi rilascino calore destinato ai suoi piccoli non ancora nati.

3.2 LE CURE PARENTALI DELLO SCINCO DEL SOLE

Questo piccolo scincide, abitante delle foreste tropicali del sud-est asiatico, è noto per l’impegno con cui difende le sue uova dall’attacco dei predatori. Alcuni giorni dopo l’accoppiamento, la femmina depone le uova nelle cavità di un albero e rimane a difenderle ad ogni costo dai serpenti mangia uova, utilizzando la lunga coda e qualche bel morso sul muso dello sfidante.

3.3 LE CURE PARENTALI DEL COCCODRILLO DEL NILO

E se vi dicessi che anche uno dei predatori più formidabili e spietati dell’intero regno animale è capace di atti teneri verso la propria prole? Non vi mentirei, bensì vi starei parlando della più tosta di tutte le mamme sul nostro pianeta: la femmina del coccodrillo del Nilo.

Si tratta di un’anima gentile, che accetta persino di “fare amicizia” con gli occhioni, una specie di uccelli trampolieri, stringendo con loro un patto di simbiosi: essi, infatti, si aiutano a vicenda per proteggere i loro nidi dai predatori. Quando la mamma coccodrillo è distratta, gli occhioni la avvisano di un eventuale pericolo gracchiando e lei risponde accorrendo e scacciando in maniera più o meno violenta il predatore.

Occhione (Burhinus oecdicnemus)

Per quanto riguarda le tecniche di difesa, mamma coccodrillo dà prima un morso di avvertimento (chiamato “mock bite”), poi – se il predatore non comprende l’avvertimento iniziale – uno fatale (chiamato “hard bite”).

Il nido è sviluppato in maniera grossolana ed è costituito per lo più da giunchi e fango.

Quando i piccoli coccodrilli sono pronti ad uscire, lo comunicano alla madre emettendo forti stridii; allora la madre, con la bocca, li aiuta ad uscire sani e salvi dal guscio dell’uovo e li fa entrare delicatamente proprio nella sua bocca, per metterli al sicuro dai numerosi predatori che li considerano una vera prelibatezza. Viaggiando ben protetti su questo particolarissimo “pullman”, i piccoli vengono trasportati fino allo stagno più vicino, dove tutta la famiglia si riposa. La fase in cui la mamma afferra dolcemente i piccoli si chiama Grabbing up.

3.4 LE CURE PARENTALI DELLA RANA TORO AFRICANA

Le cure parentali della rana toro riguardano più i papà che le mamme: iper-protettivo e irascibile, infatti, il maschio della rana toro è un ottimo bodyguard per i suoi girini, che difende anche a costo della sua stessa vita. Inoltre, unendo la sua forza alla sua notevole intelligenza, esso tiene costantemente d’occhio la pozza d’acqua in cui la femmina depone le uova e, se questa va in secca, scava con le sue grandi zampe dei veri e propri canali verso altri specchi d’acqua, in modo da far entrare più acqua possibile nella pozza originaria.

Ve lo sareste mai aspettato?

3.5 LE CURE PARENTALI DELLE RANE FRECCIA

Le Dendrobates, più conosciute come rane freccia, sono dei piccoli anuri sud americani che vivono nelle foreste pluviali. Le femmine depongono le uova – che si schiudono nel giro di un mese circa – in alcune ‘’piscinette’’ ricavate dalle attaccature delle foglie che si riempiono di acqua piovana, data l’intensità delle precipitazioni del Sud America.

Ogni volta che la piscinetta occupata diventa troppo piccola per i girini o che scarseggia d’acqua, la mamma va alla ricerca di una nuova. E per trasportare poi i girini? Semplice, li prende letteralmente sul dorso per portarli da un luogo all’altro. Durante il periodo della crescita, infine, essa depone appositamente uova non fecondate per nutrire i suoi piccoli nel modo migliore.

Piccola curiosità: queste rane si chiamano rane freccia perché assumono una grande quantità di tossine dagli insetti e dagli acari velenosi di cui si cibano. Questa loro caratteristica è nota agli indigeni brasiliani, che non a caso spargono sulle frecce le tossine che prelevano da esse per immobilizzare più facilmente gli animali da cacciare.

3.6 LE CURE PARENTALI DELLA RANA DI DARWIN

Anche in questo caso il ruolo più importante nelle cure parentali lo svolgono i papà. La rana di Darwin adotta forse una delle strategie più strane del regno animale per proteggere i suoi piccoli: dopo l’accoppiamento, il maschio sorveglia e protegge le uova deposte dalla femmina fino a che non nota gli embrioni muoversi all’interno di esse; a quel punto li inghiotte ponendoli all’interno della sacca vocale, organo che serve a tutti gli anuri per gracidare.

Vengono così alla luce dei bei ranocchietti già formati e indipendenti, che il padre sputa quando sente che iniziano a formarsi.

Purtroppo, però, nessuno è perfetto: durante la metamorfosi dei girini, il povero papà della rana di Darwin non può mangiare, particolare che si può rivelare un serio problema per ovvie ragioni.

Da adulti, i maschi sfoggiano un mantello verdastro ben accentuato e un bel ventre marrone scuro.

Il muso è molto appuntito e gli occhi sono barrati da un’iride nera orizzontale.

3.7 LE CURE PARENTALI DELLA RHEOBATRACUS VITELLINUS

Non molto tempo fa esisteva una rana chiamata Rheobatracus vitellinus, la quale cresceva i suoi girini all’interno del suo stomaco, che a tal scopo era inattivo. Oggi questa creatura, purtroppo, si è estinta a causa di un fungo parassita che ne ha sterminato tutti gli esemplari.

3.8 LE CURE PARENTALI DELLA PIPA PIPA

L’ultimo anfibio di cui parleremo in questo capitoletto è il rospo del Suriname (Pipa pipa). La mamma dei ranocchietti di questa specie è l’unico anuro in grado di inglobare le sue uova, dopo averle deposte, nella pelle del dorso, dal quale poi escono dei piccoli rospetti già formati e indipendenti lunghi 2,5 cm circa, che continuano ad essere sorvegliati dalla madre.

Dopo aver lasciato uscire i girini, la mamma fa la muta per liberarsi della pelle bucherellata.

3.9 LE CECILIE (Piccola sorpresina finale)

Vi chiamate Cecilia?

Se sì, dovreste andarne fiere perché questo è anche il nome di un anfibio apode molto particolare. Dopo la deposizione, mamma cecilia protegge le sue uova avvolgendosi ad esse. Quando i piccoli si schiudono, iniziano a nutrirsi della pelle della mamma per crescere sani e forti. Le cecilie appartengono ai gimnofioni, un gruppo di anfibi vermiformi. Sono tra i pochi anfibi a presentare un sistema di fecondazione interna.

Continua….

Giovanni Deperte

LA VITA E LE CARATTERISTICHE DEGLI UCCELLI

Parte seconda

3.3 NUTRIMENTO

Nel corso del tempo, gli uccelli hanno cambiato numerose volte i loro stili di vita, anche in considerazione dei cambiamenti che hanno riguardato la loro alimentazione. Proprio grazie a tali cambiamenti, infatti, oggi sfoggiano artigli, becchi adatti in ogni situazione, approvvigionamenti sonori che captano ogni vibrazione, e una vista eccellente.

RAPACI CARNIVORI

I Rapaci, ovvero gli uccelli predatori, sono dotati di artigli e becchi potentissimi che utilizzano per catturare le loro prede. 

Poiana di Harris che caccia.

I rapaci sono sia diurni (poiana di Harris), sia notturni (allocco europeo).

I rapaci notturni, ovvero gufi e civette, sono dotati di precipue caratteristiche che li rendono tra i cacciatori più efficaci presenti in natura: un volo silenziosissimo, reso possibile dalla conformazione delle penne che durante il volo affettano l’aria uniformemente, rendendo così irraggiungibile ogni minima vibrazione di suono, e una struttura auricolare complessa, tale da essere in grado di recepire anche i rumori più lievi di una potenziale preda.

Ingrandimento al microscopio penna di un Gufo delle Nevi (Bubo Scandiacus).

RAPACI FRUGIVORI: PAPPAGALLI

Oltre ai Rapaci carnivori troviamo anche i Rapaci frugivori, ovvero i pappagalli. Questi ultimi sono dotati di becchi alquanto potenti (acune specie riescono addirittura a frantumare e mangiare le noci più dure del Brasile).

Ara Giacinto (Anodorhynchushyacinthinus).

I pappagalli più grandi come le Are Giacinto vivono in piccoli stormi, mentre quelli più piccoli vivono i grandi stormi, che sovente distruggono interi raccolti.

Parrocchetto Monaco (Myiopsitta Bonaparte).

Ci sono anche pappagalli che non volano: Kakapo in Nuova Zelanda.

Kakapo (Strigops habroptila).

FRUGIVORI ONNIVORI

I frugivori mangiano inparticolare la frutta, ma sono perlopiù anche onnivori.

Un esempio straordinario di questi vertebrati è l’Uccello Gatto Verde, chiamato così per il suo verso, che può sembrare il miagolio di un gatto morente o il lamento di un bambino. Oltre ad essere frugivoro, l’Uccello Gatto Verde si nutre anche di fiori, di piccoli uccelli e piccoli rettili. Vive nelle foreste umide dell’Australia.

Ailuroedus Crassirostri (the Green Cat-Bird). 

INSETTIVORI

Gli uccelli insettivori, come si può intuire, si nutrono di insetti. Sono generalmente più piccoli e caratterizzati da affilati e robusti becchi. Tra questi uccelli e gli altri animali si possono notare atti di simbiosi. Per chi non sa cos’è la Simbiosi è un processo in cui due forme naturali si aiutano a vicenda.

Immaginiamo, ad esempio, di essere nella Rift Valley, non sarà impossibile osservare un bufalo che viene aiutato da una bufaga che gli stacca via tutti i parassiti dalla pelle: così facendo, lui si risparmia una notte di fastidio e l’uccello vampiro guadagna una bella cenetta!

 Un Bufalo (BubalusBubalis) con una bufaga (Buphagus).

ONNIVORI

Uno degli esempi più straordinari di uccelli onnivori è il superbo e grandissimo pollo: dovendo adattarsi allo stile di vita domestico, ha perso la sua foggia primordiale per rinunciare a planare e ad avere un corpo slanciato.

Il pollo è onnivoro e si nutre sia di mais e di grano o altri cereali, sia di insetti e altri animali, come piccoli serpenti non velenosi.

PESCIVORI o ITTIOFAGI

La maggior parte di uccelli ittiofagi è acquatica.

Le caratteristiche principali quest’ultimi sono:

  • penne e piume impermeabili;
  • potenti pinne per avanzare in acqua;
  • becchi robusti e affilati per afferrare la preda.

Un esempio perfetto è l’Albatros Urlatore, che situffa in acqua a grande velocità per catturare le sue prede.

Albatros Urlatore (Diomeidae).

Un altro esempio è quello dei pinguini, di tutti i generi, che però non possono volare e cacciano i pesci nuotando.

Tra le razze di uccelli ittiofagi ritroviamo anche una sottospecie di uccelli pescatori molto abili: i trampolieri.  Tutti gli uccelli ittiofagi, talvolta anche i carnivori, utilizzano le loro lunghe gambe per muoversi lentamente in acqua e attendere con molta calma qualche pesce succulento da ingoiare tutt’intero.

Un becco a scarpa che caccia (Balaeniceps rex).

3.4 INTELLETTO

Molte volte si sente dire che gli uccelli sono animali poco intelligenti, tanto è vero che esiste il modo di dire << avere un cervello di gallina>>.

Questo non è del tutto vero perché ci sono uccelli che riescono a prosperare al meglio nel loro ambiente proprio grazie alla loro intelligenza . Uno di questi è il Corvo della Nuova Caledonia che riesce persino a modellare i piccoli rami in base alle proprie esigenze (per esempio logorare frutta o scavare la legna degli alberi per estrarre degli insetti).

Corvo della Nuova Caledonia (Corvus Moneduloides).

3.5 ACCOPPIAMENTO

Gli uccelli sono molti romantici e capita di vederli mentre cantano, danzano o nutrono la lorocompagna. Generalmente il maschio è il più colorato e sgargiante della coppia. Alcuni tipi di uccelli stabiliscono legami talmente forti con la compagna o con il compagno che restano insieme … finché morte non li separi.

Piccione (Columbia livia).

Giovanni Deperte

Medie-Superiori. I nostri piccoli passi da gigante

(Le nostre vecchie scuole: I.C. Zingarelli – I.C. Michelangelo

La nostra nuova scuola: Liceo Linguistico “Giulio Cesare”)

Quando eravamo piccole ci immaginavamo il passaggio dall’infanzia all’età “adulta” segnato dall’arrivo alle superiori.

Durante l’ultimo anno di scuola media abbiamo sognato, riflettuto molto e condiviso con i nostri compagni di classe e gli insegnanti: come sarebbe stato il nostro futuro “da grandi”?

Più ci avvicinavamo agli esami di stato di terza media e più ci rendevamo conto di essere sempre a un passo da quella realtà.

E ora che ci stiamo dentro, abbiamo notato subito le prime differenze: visi nuovi, nuovi insegnanti, diversi modi di approcciarsi agli alunni e di spiegare gli argomenti, materie nuove (tedesco, chimica, latino…), diversi anche i voti, il comportamento dei coetanei e persino la disposizione dei banchi in classe.

Il primo giorno di scuola eravamo abbastanza emozionate, diciamo pure nervose. Anche se avevamo già vissuto almeno altre due volte le stesse sensazioni negli anni precedenti (l’arrivo alla scuola elementare, il passaggio dall’elementare alla media), è stato come se le avessimo rimosse per provarle per la prima volta e nuovamente.

Per fortuna non eravamo sole: conoscevamo già qualche ‘nuova’ compagna perché l’avevamo avuta in classe alle medie o alle elementare, cosa davvero importante per noi perché ci faceva sentire più a nostro agio, meno in imbarazzo. È stato solo dopo che ci si sono presentati i nostri nuovi insegnanti che abbiamo realizzato di essere passate ad un nuovo capitolo della nostra vita.

Ci è bastato solo un mese per renderci conto di quanto sia stata preziosa l’esperienza delle scuole medie: ci ha preparate a quello che avremmo vissuto al liceo perché, per quanto sia un percorso tutto nuovo, ci sembra di avere gambe forti abbastanza per affrontarlo con grande entusiasmo ma anche, lo ammettiamo, con un po’ di nostalgia per quei tre anni che davano certezza al nostro quotidiano.

La nuova scuola è accogliente e promette bene: ci trascorreremo anni produttivi alla fine dei quali saremo addirittura maggiorenni.

Cosa ci aspettiamo dagli anni che ci stanno davanti? Per la scelta che abbiamo fatto, di sicuro ci auguriamo di imparare a parlare tante lingue, di viaggiare molto con i progetti di gemellaggio, di instaurare un buon rapporto con gli insegnanti e imparare ogni giorno sempre più cose in modo da crescere bene, più responsabili, autonome e mature.

Poiché è solo alla fine delle medie che ci siamo accorte di quante belle amicizie si sono formate in classe e nei corridoi, l’augurio per noi è di viverne ancora al liceo per portarci, fuori di qui, tra cinque anni, altri bei ricordi di scuola e lasciare tra questi nuovi banchi la più bella parte di noi.

Alice Frigerio e Sofia Tunzi (Liceo Linguistico Giulio Cesare, Bari)

LOUIS

Non ricordo nulla. Davvero. All’ improvviso mi sono ritrovato solo, per strada. E poi… le macchine che si fermavano di colpo, le persone che si sbracciavamo, alcuni che mi chiamavano, altri che mi rincorrevano. Io guardavo tutti, non capivo e correvo via.

Era come se non li sentissi, sapevo solo che dovevo continuare a correre.

Poi qualcuno mi ha bloccato. Mi ha messo una mano sul dorso. “Lasciami andare!” – avrei voluto abbaiare. E invece ero lì, bloccato su quel maledetto marciapiede.

La mano è diventata presto morbida. Ha cominciato ad accarezzarmi… E gli occhi di chi mi teneva fermo cercavano il mio sguardo… Ma io continuavo a non capire. “Diamine, cosa sta succedendo?”

Ogni tanto qualcuno si fermava, per rendersi conto, per chiedere: una mamma con un ragazzino, una donna con un cane, un uomo. Si è formato un capannello. Io… io continuavo a non capire.

È passato molto tempo, forse un’ora. Ero in balia di quella gente ma anche e soprattutto di me stesso, del mio desiderio di riprendere a correre per andare… andare? Ma dove?

Sono arrivati i vigili. Io ero lì e loro parlavano di me. Hanno fatto delle telefonate.

Poi sono arrivati altri uomini. Mi hanno fatto salire su una strana macchina.

Ora sono qui. In una stanza arieggiata. Mi danno da bere e da mangiare. Mi parlano.

All’inizio ho avuto l’istinto di difendermi. Poi ci ho rinunciato. Non ce n’era bisogno.

Di una sola cosa sono sicuro: la mia famiglia non verrà a riprendermi. Perché io una famiglia ce l’avevo, ma… Forse sono troppo vecchio, forse ho fatto qualcosa di male, forse non ero più simpatico, forse non li rendevo più felici…

Io però una famiglia la vorrei di nuovo…

Se ti va, vieni almeno a trovarmi. Sono al Canile Sanitario di Bari. Mi faresti tanto piacere.

Louis (con l’aiuto della maestra Barbara Buono, Scuola Primaria Anna Frank)

LA VITA E LE CARATTERISTICHE DEGLI UCCELLI

PARTE PRIMA

1. STORIA E CARATTERISTICHE GENERALI DEGLI UCCELLI

Gli uccelli sono il risultato di milioni di anni di evoluzione dei dinosauri sopravvissuti al cataclisma causato dal noto asteroide 66 milioni di anni fa.

Le caratteristiche che li accomunano sono le seguenti:

  • piume;
  • due zampe;
  • un becco;
  • due ali; 
  • ossa cave.

Il tempo ha plasmato i primi dinosauri aviani, come l’Archeopteryx, ‘’trasformandone’’ le mandibole in becchi e rendendo cave le loro ossa per rendere possibile il volo.

Gli uccelli, con un’evoluzione durata decine di migliaia di millenni, si sono adattati e perfezionati al punto da essere in grado di vivere in tutti e sette i continenti del nostro pianeta: li troviamo, infatti, nelle strade delle città d’occidente (basti pensare ai piccioni), ma anche in oriente e perfino in  Antartide (i pinguini).

Ci sono uccelli che volano e uccelli che non volano

2. DIETE

Una delle tante classificazioni degli uccelli è quella che tiene conto della loro alimentazione: 

In base a questa, infatti, vengono distinti in:

  • Onnivori; 
  • Rapaci (carnivori e frugivori); 
  • Frugivori; 
  • Insettivori; 
  • Ittiofagi.

3. CAPACITA’

3.1 VOLO

L’evoluzione ha dotato questi animali, come detto prima, del dono più inimmaginabile: volare.

Col tempo le prime goffe planate dei piccoli teropodi aviani diventarono veri e propri voli verso l’alto, che si sono conservati negli uccelli di oggi i quali utilizzano questa abilità per migrare, cercare cibo o cacciarlo.

3.2 CANTO 

Oltre che al volo, quando pensiamo agli uccelli, ci viene subito in mente il richiamo che emettono: alcuni cantano per segnalare un pericolo, altri per svelare la loro presenza, altri ancora per attrarre la compagna. 

E’ stata catalogata una grandissima varietà di versi: l’uccello lira è capace di memorizzare e riprodurre anche più di 200 rumori e suoni diversi.

Uccello lira (Menuramenura).

Segue

Giovanni Deperte

TIC TAC, IL TEMPO SCORRE

Tic-tac, tic-tac, l’inesorabile dimostrazione del tempo che scorre, ci passa davanti e ci sorpassa senza pietà. Sentite già l’ansia crescere? Il battito cardiaco aumentare? Avete già una lista delle cose da fare? Beh, vi aiuto io! Ecco il primo punto: non fare una lista; c’è chi sostiene estinta un’età per tutto, quel periodo nella nostra vita vita adatto per compiere una determinata azione. Ad 1 anno si comincia a camminare, per i 2 anni devi saper già parlare, “cosa vuoi fare da grande?” ti chiederanno già a 5 o 6 anni, a 13 devi scegliere già una parte del tuo futuro, a 14 via col primo bacio e chissà se altro, a 17 mi raccomando con le idee ben chiare, una relazione a 20 anni almeno devi averla, mica puoi essere ancora vergine a 23, vogliamo parlare dei 25 senza lavoro o almeno una laurea? E poi ci sono i miei preferiti: a 30 anni, sposati e con figli. Stiamo facendo l’impossibile per trovare un qualche tipo di “elisir di lunga vita”, abbiamo un’aspettativa di vita che, se basata su condizione ottimale, può aggirarsi sui 90-100 anni, eppure corriamo come pazzi neanche dovessimo inseguire un ladro che ci ha rubato il portafogli. Come un macigno che rotola giù da un montagna, noi abbiamo paura di essere schiacciati se andiamo troppo lenti; ma troppo lenti per cosa?! Non c’è una data di scadenza, non arriveremo tardi all’appuntamento della vita perché l’orario d’incontro lo decidiamo noi. C’è così tanta pressione sociale, così tante preoccupazioni e ansie di non farcela, di non essere abbastanza, di rimanere gli ultimi del gruppo; sembra quasi che la bravura o il talento si basino su quanto prima si riesca a raggiungere il successo e dimostrare le proprie abilità. Vuoi sposarti a 90 anni? Fallo. Prendere una laurea a 60? Benissimo. Rimanere vergine fino ai 30? Nessuno avrà mai il diritto di giudicarti. Stacchiamo quel timer dalle nostre spalle che continua col suo inesorabile tic-tac e godiamoci i momenti per intero, godiamoci una giornata a far nulla, godiamoci quei 5 minuti in più nel letto la mattina, godiamoci quell’anno sabbatico lasciato per indecisioni o viaggi, ma soprattutto prendiamoci il giusto tempo per prendere delle decisioni perché quel “è troppo tardi ormai” non deve diventare un mantra di vita (magari qualcosa da dire se si è bevuto troppo con gli amici, ma fa nulla, anche questo ci sta a volte). Non voler avere rimpianti o arrivare alla meta del successo non deve tradursi in un raggiungimento precoce basato su tappe di crescita, comprensione e sviluppo saltate; diventare imprenditori già a 20 anni non significa necessariamente avercela fatta, la vita non è una lista di cosa da fare ma un susseguirsi di eventi imprecisati, fuori dal nostro controllo, che arriveranno solo col tempo, aspettando e avendo pazienza. Tutto ciò, ovviamente, non significa poltrire o accampare una scusa dopo l’altra per non muoversi; se vogliamo capire meglio dobbiamo pensare al segnale dello stop a un incrocio: devi fermarti, guardarti intorno e poi, solo quando sei certo, passare. Anche un secondo in meno di attesa per assicurarci che la strada sia libera potrebbe costare un incidente, così come aspettare troppo causerebbe un ingorgo. Quindi vivi, segui il tuo istinto e metti da parte il tic-tac che ti opprime: il tempo scorre, sì, e tu semplicemente impara a camminarci insieme e non a correrci davanti.

Carmen Capece (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

I TRAUMI DI UNA VITA

“Resilienza” è un sostantivo che identifica una capacità molto importante, che tutti dovrebbero avere tra le proprie caratteristiche. La resilienza non riguarda infatti solo i giovani, ma tutti gli individui.

Il mondo non è tutto “rose e fiori”, anzi, è un posto misero e sporco in cui è facile imbattersi in situazioni spiacevoli e difficili, che possono condizionare un’adolescenza o addirittura una vita.

Personalmente ritengo di essere una persona poco resiliente, ed è una cosa che odio di me. Ho vissuto tante situazioni difficili… la mia bocciatura, l’infarto di mio padre e le tante delusioni che, ingenuamente, consideravo tutto. Purtroppo nulla di tutto ciò mi ha reso resiliente, complicando anche le cose.

Con la resilienza non si nasce, ma si diventa più forti per i molti episodi difficili che ci si ritrova a dover affrontare. La mia bocciatura è stata il punto più basso della mia adolescenza. Serviva tanta forza, ma soprattutto voglia si ripartire. Gran parte del merito, se ce l’ho fatta, è stata dei miei genitori, che mi hanno spronato a cercare di rifarmi, e di questo sono loro grato.

L’infarto di mio padre è stato un vero e proprio trauma per me, e lo è ancora oggi, poiché ci sono momenti in cui mi ritrovo avvolto da tutti i pensieri negativi.

Questo episodio, però, mi ha insegnato tanto: mi ha insegnato che non dobbiamo dare per scontata la presenza di una persona, ma bisogna, invece, dedicarle del tempo, prima che sia troppo tardi, e per me, per fortuna, non lo è stato.

Magari da come ne parlo o dai miei comportamenti, sembra che io abbia superato questi episodi, ma la verità è che non è cosi, in quanto ancora oggi mi trovo a combattere, ogni giorno, con i cosiddetti “fantasmi del passato”.

Spero di riuscire al più presto a superare gli ostacoli legati a questi episodi, perché vivere con questi “bagagli emotivi” non è facile. Molti dicono che il tempo sia la miglior cura: spero tanto di poterlo dire anche io, in modo tale da iniziare finalmente a godermi l’adolescenza. Questo tema è la prova per capire quanto poco resiliente sia, ma con la speranza di diventarlo .

Concludo questi miei buoni propositi con le parole di Ernest Hemingway: “Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c’è”.

Biagio P. (Istituto Tecnico Tecnologico Marconi)