NUOTO RECORD REGIONALE ASSOLUTO CATEGORIA RAGAZZE

Dopo due anni di inattività a causa della pandemia, il nuoto agonistico in Puglia ha sorriso e ha chiuso l’anno 2022 con il record Regionale Assoluto nei 1500 stile libero. Il record è stato ottenuto dall’atleta Mahila Spennato (2009), con il tempo di 17.11.86 del team Olimpica Salentina che chiude a Taranto con 332 punti. Altro record Regionale di categoria negli 800 stile libero con il tempo di 8.51.63 alle finali regionali in vasca corta dei Campionati Assoluti invernali a fine dicembre, nei due giorni a Taranto, nella piscina della società Meridiana Nuoto. 

Sul secondo posto del podio è salita la società Team Puglia che ha chiuso con un punteggio di 281,50 punti, mentre il bronzo è stato ottenuto dal Centro Universitario Sportivo di Bari con 229 punti. 

Ottimi i traguardi cronometrici conseguiti dagli atleti provenienti da tutta la Puglia, così tanto numerosi da accedere per direttissima ai pass per i prossimi Criteria Giovanili di Riccione. Grande l’entusiasmo dei ragazzi ai bordi della piscina della Città dei Due Mari, che hanno così potuto ritrovarsi nuovamente tutti insieme a gareggiare. 

Questa volta per le qualifiche regionali Assoluti finalmente si è tornati alla formula tradizionale, con tutti gli atleti in gara nello stesso impianto, podi e consegna medaglie compresi. Non si è proceduto per raggruppamenti, come nelle edizioni precedenti era Covid, dove si sommavano i tempi ottenuti nelle diverse sedi di gara per poi stilare a posteriori le classifiche. 

Si è tornati in acqua nel 2023 il 14 e 15 gennaio con il meeting dedicato ad Esordienti A e B nella piscina San Paolo di Bari organizzata dalla società Sport Project, mentre per gli atleti assoluti sarà Taranto ad ospitare il primo meeting dell’anno domani, 22 gennaio con l’organizzazione del team Meridiana. 

E da quest’anno, grazie alla pagina Facebook di Swimming Puglia, è garantita la diretta streaming di tutte e tre le giornate di gara, per poter permettere a genitori ed appassionati del nuoto di poter assistere da remoto alla competizione. 

Martina Bolognese 

AFFASCINANTE, DURA, LEALE, SOMMERSA.

“Affascinante, dura, leale, sommersa: la pallanuoto” è la definizione che di questo sport ha dato Paolo De Crescenzo, uno dei più noti ex pallanuotisti e allenatori di pallanuoto italiani.

Ed è proprio così che io la sento.

La mia esperienza è iniziata da poco, a settembre del 2021, presso il C.U.S. Bari; sono entrato nella squadra della categoria Under 12, allenata dal Mister Daniele Di Pasquale e nonostante all’inizio sia stato abbastanza faticoso, con il tempo la mia passione per questo sport è cresciuta sempre di più e continua a crescere ancora oggi. Attualmente gioco nel ruolo di difensore sinistro.

Oltre agli allenamenti settimanali, in questi anni abbiamo giocato in tante partite amichevoli e abbiamo partecipato ai campionati regionali domenicali; mi sono molto affezionato ai miei compagni di squadra, anche se all’inizio di questa stagione alcuni di loro, per età e bravura, sono passati alla categoria superiore. Ma presto toccherà anche a me.

La pallanuoto è uno sport che richiede sacrificio e costante impegno: gli allenamenti sono durissimi e le partite molto faticose, sia per quello che succede sotto l’acqua (di cui nessuno si accorge), sia per i continui cambi di fronte che ti costringono a scatti e scontri continui. Durante le gare non ci si ferma mai: in altri sport hai la possibilità di fermarti e riposare, mentre nella pallanuoto devi avere un’ottima resistenza e una notevole forza per non sprecare mai le tue potenzialità o rallentare il gioco. Nonostante queste sue caratteristiche, questo sport regala anche tante emozioni. Oltre alle numerose partite disputate, una delle esperienze più entusiasmanti che ho vissuto è stato, per esempio, uno stage con il famoso pallanuotista della Nazionale italiana Roberto Calcaterra.

Insomma, la pallanuoto è disciplina, tecnica, impegno, sacrifico, ma anche occasione di crescita fisica e caratteriale, divertimento, passione.

Provare per credere!

Davide Serino

Ehi… sono arrivati i Mondiali !

Sì, sono arrivati i Mondiali di calcio. Sono iniziati il 20 novembre, dopo la solita, interminabile
attesa di 4 anni che stavolta si è pure prolungata di qualche mese, poiché in precedenza le partite si
sono sempre svolte durante l’estate. Il luogo “scelto” per l’edizione del 2022 è il Qatar; la data di
chiusura sarà il 18 dicembre.
A questa edizione, sfortunatamente, la nostra Nazione non si è qualificata e per tutta la durata del
torneo giocherà solo partite amichevoli con squadre anch’esse non qualificate. Le squadre che
partecipano a questi mondiali sono 32, ma si dice che a partire dal 2026 se ne potranno qualificare
48.
I Mondiali sono nati nel 1930 da un’idea del dirigente sportivo francese Jules Rimet e da allora si
sono giocati appunto ogni quattro anni, fatta eccezione per gli anni 1942 e 1946 (quando furono
sospesi a causa della guerra).
I cosiddetti “bomber” che nel tempo hanno partecipato a questa entusiasmante competizione sono
stati molti, ma la top three è formata dal brasiliano Pelé, dal polacco Klose e da R9, cioè il
brasiliano Ronaldo il Fenomeno.
Per capire cosa significhi essere un bomber della loro portata basta ricordare il numero di gol
segnati dal solo Pelé, finora il giocatore più forte al mondo: la FIFA gli riconosce ben 1281 goal
nelle sue 1363 partite; altre fonti ufficiali affermano che abbia segnato 753 goal in 816 partite, tutte
giocate nel Brasile.
Forse non è un caso che finora la squadra che ha vinto più edizioni dei mondiali è stata proprio
quella brasiliana, che ha totalizzato ben 5 vittorie. Ma non hanno fatto una brutta figura neppure
squadre come l’Italia, la Francia, il Messico e la Germania, che hanno vinto due volte ciascuna.
I Mondiali di calcio sono sicuramente tra i tornei più seguiti al mondo, superando anche i giochi
olimpici. La finale dei mondiale del 2006, per fare solo un esempio, ha incollato davanti allo
schermo circa 715,1 milioni di persone, cioè l’11% della popolazione mondiale dell’epoca.
Tutti gli stadi che ospitano i Mondiali possono contenere fino a 80mila persone. Una curiosità:
quelli dove si stanno giocando le partite nel Qatar sono stati tutti appositamente edificati per il
torneo e sono davvero spettacolari, a forma di tenda beduina, di lanterna “fanar”, di barca a vela
araba, di diamante: vere opere d’arte!
Chi vince i mondiali, come certamente tutti sanno, riceve una coppa.
Ma quello che forse alcuni ignorano è che questo ambitissimo simbolo di vittoria è alto 37
centimetri, pesa quasi sei chilogrammi ed è fatto interamente in oro massiccio a 18 carati! Il suo
valore è pari a circa 130.000 euro e l’ultima nazionale che se l’è aggiudicato nel 2018 è stata la
Francia. Purtroppo non possiamo sperare che l’Italia lo conquisti durante l’edizione di quest’anno,
ma nulla ci vieta di sognare che presto lo rivedremo tra le mani dei nostri calciatori. Intanto non ci
resta che assistere a qualche momento di bel calcio, scegliendo magari una nazionale per cui tifare
al posto dell’Italia. Noi lo abbiamo fatto, e voi?

Mauro Belgiovine, Francesco Iacobbe, Pietro Mantovani

LE FARFALLE… TROPPO FARFALLE

Il 17 ottobre 2022 la ginnasta Nina Corradini, che ha solo diciannove anni, ha avuto il coraggio di sporgere una denuncia alla Procura della Repubblica. Cerchiamo di capire perché.
Dal settembre del 2019 al giugno del 2021 Nina è stata ospite del Centro Tecnico Federale Coni di Desio, che ha come direttrice Emanuela Maccarani. Il suo sogno era quello di diventare una Farfalla (cioè una delle atlete che fanno parte della nazionale italiana di ginnastica), ma la giovane non è riuscita a realizzalo pienamente, e non per colpa sua.
Una volta entrata nel gruppo delle Farfalle, infatti, Nina ha cominciato ad essere vittima di insulti e prepotenze da parte delle sue allenatrici che, secondo quanto da lei denunciato, la deridevano a causa del suo peso “eccessivo” e la spingevano a non mangiare per dimagrire sempre di più. A Nina sembrava che le loro richieste fossero giustificate e che avessero come scopo il proposito di farla diventare una ginnasta modello, tanto che trascorreva la maggior parte della sua giornata ad allenarsi e a dormire, cercando di limitare il cibo allo stretto indispensabile. A volte andava
addirittura in farmacia per acquistare lassativi che la “svuotassero”, ma che nello stesso tempo la disidratavano, facendola stancare tantissimo durante gli allenamenti o facendola anche svenire. La poverina ha raccontato che veniva costretta a pesarsi fino a 15 volte al giorno e che, pur arrivando a pesare soltanto 55 chili, ha continuato ad essere disprezzata dalle sue insegnanti che non erano mai contente dei suoi sforzi e del suo impegno.
Proprio per essere giunta allo stremo delle sue forze fisiche e psichiche, Nina ha deciso di scappare e di denunciare l’accaduto. Dopo la sua denuncia, sono iniziate le indagini delle forze dell’ordine che hanno portato ad una terribile scoperta: come Nina, anche molte altre Farfalle avevano subito lo stesso trattamento, come Anna Basta, Giulia Caltarossa, Sara Branciamone ,”Luisa” e Alice Toglietti. Addirittura Anna Basta, che ha 21 anni e che è stata due volte in nazionale, ha confessato
di aver pensato più volte al suicidio. Anche lei aveva preso l’abitudine di assumere lassativi che la facevano dimagrire; inoltre soffriva di attacchi di panico e non dormiva, terrorizzata dagli insulti delle allenatrici. Giulia Caltarossa veniva pesata quattro volte al giorno e una volta aveva scoperto che alla fine del foglio che riportava il suo peso c’era scritto “Abbiamo un maialino in squadra”.
Tutto questo le aveva causato gravissimi disturbi dell’alimentazione e psicologici. Sara Branciamone, campionessa italiana nel 2013, ogni mattina si risvegliava terrorizzata, sperando di non essere umiliata dalla sua insegnante, che le razionava il cibo. A volte l’allenatrice chiudeva con un lucchetto la dispensa per non farla mangiare, oppure capitava che le facesse “smaltire” quanto ingerito costringendola a dieci ore di allenamento. Sara era alta 165 cm e pesava 36 kg! Stesso trattamento era stato riservato a Luisa (nome di fantasia inventato per paura e vergogna), 23 anni,
due volte in nazionale; la sua allenatrice si permetteva persino di decidere quando la ragazza potesse o non potesse andare a scuola. Infatti, nonostante “Luisa” frequentasse il corso serale, tre giorni alla settimana era costretta a non seguire le lezioni per andare in palestra o per fare saune dopo 8 ore di allenamento. La sua insegnante le diceva ”La miglior ginnasta è orfana perché non ha genitori che s’impicciano ed è ignorante perché non perde tempo a studiare”. Infine Alice Toglietti, la più brava della sua generazione e che fin da piccola aveva dimostrato di essere destinata al mondo della ginnastica per la sua passione e la sua bravura, un giorno aveva deciso di non mettere più piede in palestra perché sfinita dalle pressioni.
Quelle nominate sono solo alcune delle tante ragazze che hanno subito e che continuano a subire simili trattamenti. Ma è possibile che nessuno abbia mai saputo o detto nulla?

Ebbene sì, alcuni sapevano: già anni fa la procura di Brescia aveva accertato il caso di due ragazze costrette a lasciare la ginnastica ritmica per violenze fisiche e psichiche; nel 2020 Anna Basta aveva descritto alla Feder Ginnastica i disagi che l’avevano portata ad abbandonare Desio; nello stesso periodo una famiglia aveva denunciato l’ex allenatrice della figlia di 9 anni, dopo aver cercato un
dialogo con i responsabili della struttura ed aver per questo subito una sorta di ostracismo; nel 2013 il padre dell’atleta Alice Vivolta aveva scritto una lettera al presidente dell’associazione ASG in cui denunciava gli insulti e le violenze subite dalla figlia durante gli allenamenti.
Ma nulla è mai cambiato…
Tutto ciò è davvero sconvolgente. Abbiamo deciso di scrivere questo articolo per informare i lettori dell’accaduto e, soprattutto, per rendere giustizia a tutte quelle povere ragazze che si sono spinte oltre il limite fisico per diventare Farfalle… troppo farfalle.

Chiara Sparaco e Mariachiara Cozzi.

LO SPORT, UNO STILE DI VITA

Lo sport è praticato da moltissime persone e a scopi diversi: mantenere in salute l’organismo, rilassarsi, divertirsi, concentrarsi, prendersi un momento di pausa da tutto il resto, stare in compagnia… Ma per alcuni lo sport è una passione, oltre che un vero e proprio stile di vita.

E io ho la fortuna di conoscere due persone che lo vivono esattamente così. Si tratta di due miei carissimi amici, Michele e Giovanni: il primo ha vent’anni ed è un surfista a livello agonistico; il secondo ha diciotto anni, pratica scherma ed è arrivato a gareggiare a livello nazionale.

Qui di seguito vi riporto le interviste che ho rivolto loro per rendervi partecipi della loro fantastica esperienza!

MICHELE.

Ciao Michele! Avanti, raccontaci un po’ della tua esperienza sulla tavola!

“Per me il surf, e lo sport in generale, è un modo di sfidarmi, di ascoltarmi. Una sfida con nessuno all’infuori di me stesso. Penso infatti che la competizione più sana sia quella con sé stessi. Essere migliori di ieri, ogni oggi. Ho scelto uno sport a contatto con la natura, non intenzionalmente ma neanche a caso. Penso che la natura sia la più saggia maestra.

Quando vedo le pareti liquide scivolare sotto di me, tra le limpide acque del Salento, con gli scogli scorrere sotto di me come la pellicola di un film, mentre l’adrenalina scorre in me, capisco che non c’è niente di meglio, capisco di essere vivo e sento il miracolo che c’è in questo.”

Qual è il tuo rapporto con il surf?

“Il surf è sempre bello. In compagnia lo preferisco, ma non quando si è in troppi.

Un’onda perfetta, condivisa con un amico fidato, diventa motivo di gioia ancora più intensa.

Preferisco stare da solo, però, rispetto a stare con decine di sconosciuti che urlano e schiamazzano, togliendo la magia e il sacro che è proprio della natura.

Le onde sono imprevedibili, sono movimento. Ti insegnano ad apprezzare il momento, soprattutto in un posto, come l’Italia, dove le occasioni di vederle sono poche.

E la prima volta che hai praticato il surf, cosa hai provato?

“Anche se non era proprio surf, già dall’età di nove anni io, i miei cugini e i miei amici, la crew della stradina in cui abitavamo d’estate, ogni volta che il vento muoveva il mare eravamo in acqua, da mattina a sera.

Tornavamo con la testa, le orecchie e le tasche dei costumi pieni di sabbia, gli occhi rossi.

Ci divertivamo a prendere le onde sul bagnasciuga, lasciando che esse ci sballottassero con il loro moto prepotente, sulla sabbia.

Oppure, meno di frequente in quanto servivano mareggiate più grosse, facevamo bodysurf, un vero e proprio modo di cavalcare le onde.

Era bellissimo. Ogni volta che succedeva l’aria si riempiva di un non so che di festoso.”

Un’ultima domanda, Michele: cosa rappresenta per te il surf?

“Da piccolo praticavo il nuoto. Ad un tratto l’urgenza di unire il nuoto con gli sport da tavola cominciò a farsi sempre più spazio dentro di me, dapprima sotto forma di semplice desiderio, poi in modo sempre più prepotente.

Avevo undici anni, quando ci trasferimmo a Roma. Ogni weekend chiedevo di portarmi a provare il surf ad Ostia, dove sapevo ci sarebbero stati degli istruttori specializzati. Allora me l’immaginavo come un posto paradisiaco, con onde perfette sotto scogliere mozzafiato…

Per un motivo o per l’altro, complice i molteplici impegni che Roma impone, non fui mai accontentato. Continuavo, però, la mia pratica del nuoto.

Solo anni dopo riuscii finalmente ad andarci e scoprii che in realtà Ostia non era altro che un grosso quartiere popolare su spiagge grigie bagnate da acque torbide. In realtà, tuttavia, fu molto di più, per me e per molti surfisti della capitale.

In ogni caso, quando ci andai, era già troppo tardi per spegnere il mio amore: ero infatuato da quello sport.

Per me il surf è silenzio ed è fonte di costanti meraviglie, che ancora non riesco a spiegarmi.

Niente al mondo mi fa stare bene come la sensazione di bagnato, il controllo del meteo, l’attesa, l’adrenalina, l’astinenza, il migliorarsi.”

GIOVANNI

Giovanni, tu pratichi scherma, vero? Cosa provi quando tieni la spada in mano?

Quando sto con la spada, o meglio con la sciabola, in mano mi sento vivo e pieno di me, ovviamente ansia e adrenalina mi accompagnano perché le opzioni sono due: o vincere o perdere. E’ sicuramente liberatorio e anche molto divertente.

Qual è stata la tua più grande vittoria?

Quella ai campionati italiani: è stato un podio importante perché mi ha aperto a molti possibili futuri nel mondo della scherma e ha contribuito a farmi entrare in Nazionale.

Cos’è per te la scherma?

“Per me la scherma è uno stile di vita più che una passione, che metto davanti a tutto e che riesce a concentrarmi e ad organizzarmi, benché comporti anche dei grandi sacrifici”

Sei mai entrato in Nazionale?

Certo. Sono in Nazionale più o meno da quattro anni. Quando ci sono arrivato è stata sicuramente una gioia, soprattutto perché ero consapevole che quello che avevo fatto, lo avevo fatto io con le mie forze e con i miei sacrifici: per esempio ho dovuto stare lontano da casa per andare in Germania, dove ho avuto la fortuna di conoscere alcuni grandi atleti.

Quali emozioni hai provato la prima volta in Nazionale?

Sicuramente ansia e adrenalina, proprio perché ero consapevole che se avessi perso sarebbe stata una terribile sconfitta, ma se avessi vinto sarebbe stato fantastico; e ho provato anche felicità per il traguardo fino ad allora raggiunto, indipendentemente dall’esito, dalla vittoria o dalla sconfitta.

Bene. Sono queste esperienze, sentite dalla voce dei protagonisti, che ci fanno capire che quando la passione per lo Sport supera la fatica, le difficoltà e i sacrifici, allora si può davvero dire che esso è uno stile di vita.

Luca Lo Presti

LA CRISI DEL CALCIO ITALIANO: I MOTIVI E LE PROBABILI SOLUZIONI

Era l’11 luglio del 2021, da data della finale di Euro 2020 Italia-Inghilterra.

Quel giorno il popolo dei tifosi italiani era motivato e unito; avevamo sofferto per la pandemia del COVID-19, eravamo stati costretti a rimanere a casa con tante restrizioni: quella finale era molto importante per noi tifosi azzurri.

I nostri desideri furono esauditi quella stessa sera a Wembley e il rigore decisivo parato da Donnarumma fu una liberazione per tutti noi: eravamo tornati a gioire.

Viste le premesse, chi non segue il calcio e sta leggendo il mio articolo magari starà pensando che il mio sarà un racconto entusiastico e positivo sulle glorie della nazionale italiana. E invece no, purtroppo sarà esattamente il contrario….

La vittoria all’europeo aveva fatto ben sperare in un futuro radioso, non solo per la nazionale ma anche per i club di calcio italiani. Invece, dopo quella grande vittoria, ci sono stati continui fallimenti e gravi errori.

Il primo inciampo si è verificato lo scorso settembre durante la partita Italia-Bulgaria, valevole per le qualificazioni ai mondiali in Qatar del 2022. La partita si è conclusa 1-1 e molti hanno creduto che fosse solo un piccolo passo falso, invece quella partita ha decretato l’inizio della crisi.

Come abbiamo detto all’inizio, i problemi non hanno riguardato soltanto la nazionale ma anche per i club italiani: Juventus e Inter sono state eliminate agli ottavi di finale di Champions League, la Lazio è stata battuta dal Porto ai sedicesimi di finale di Europa League e l’Atalanta ai quarti dall’RB Lipsia.

E non è finita qui…

I mesi di Gennaio, Febbraio e Marzo 2022 sono stati costellati di fallimenti: oltre alle eliminazioni delle squadre italiane dalle coppe europee (tranne l’AS Roma, ancora in gara per la Conference League) c’è stato l’annuncio dell’ennesimo fallimento in serie C, quello del Catania Calcio, una delle squadre più gloriose della Sicilia. L’evento non è da sottovalutare, perché è inaccettabile che in Italia le squadre di calcio falliscano così facilmente: sono più di 175 le squadre fallite negli ultimi 32 anni, sicuramente anche a causa delle pessime organizzazioni di categorie come la serie C, che obbliga le società a spendere tanti soldi solo per un’iscrizione al campionato.

Comunque, la più grande delusione del calcio italiano si è verificata lo scorso 24 marzo alle semifinali play-off per le qualificazioni ai prossimi mondiali.

Italia-Macedonia del Nord: chi avesse vinto avrebbe affrontato il Portogallo in finale play-off.

Alcuni si immaginavano già di essere in campo con i giocatori portoghesi, altri addirittura di essere al mondiale (come se Macedonia e Portogallo fossero squadre da sottovalutare), ma l’Italia ha perso 1-0 e per la seconda volta consecutiva non si è qualificata ai mondiali.

Da questa eliminazione è scaturita la rabbia dei tifosi italiani soprattutto contro il CT Roberto Mancini, che non ha convocato Mario Balotelli – ormai rimessosi completamente in forma – e che si è fidato troppo di alcuni giocatori con cui aveva vinto agli europei ma che non sembravano essere del tutto pronti.

Secondo me l’errore della nazionale e delle squadre italiane è stato il gioco tradizionale, basato sulle ripartenze, sulla difesa e sul famoso ‘’catenaccio’’.

Sarebbe necessario un cambio di strategia, come è successo in altri paesi europei come ad esempio in Germania, dove Hans Flick ha completamente rivoluzionato il gioco della nazionale tedesca in seguito al fallimento di Joachim Low al mondiale 2018. Soprattutto è stato importante sfruttare al meglio talenti come il giovane Jamal Musiala, che è stato decisivo per il ritorno della Germania.

Quindi una possibile soluzione alla crisi della Nazionale Italiana potrebbe essere proprio l’impiego dei giovani: gli allenatori non dovrebbero avere paura di metterli in campo, perché è vero che l’esperienza è fondamentale per vincere le partite, ma è anche vero che il futuro è in mano a talenti freschi e non ancora sfruttati.

Purtroppo tanti talenti in Italia non vengono valorizzati, come evidenziato dal giovane centrocampista juventino Nicolò Fagioli: in genere essi non vengono fatti giocare con regolarità nelle squadre in cui sono cresciuti, ma spesso vengono mandati altrove in prestito per “farsi le ossa’’ con il rischio che poi diventino risorse sprecate a causa di un grave infortunio, o perché neanche in quelle squadre vengono fatti giocare costantemente.

Adesso, vista la situazione, sarà difficile per la nazionale ripartire dopo la batosta dell’eliminazione dai mondiali, ma valorizzando le persone giuste e cambiando strategia sono sicuro che i nostri giocatori saranno pronti al futuro e lavoreranno per migliorarsi affinché nella prossima competizione internazionale il cielo torni azzurro.

Stefano Tedesco Quartulli

CALCIO ED ECONOMIA. INVESTCORP – MILAN: AFFARE FATTO?

Bentrovati lettori di Zingarellinews!

In questo periodo si sta molto discutendo sul forte interesse che InvestCorp, un fondo arabo, sta manifestando per l’acquisto del Milan. Se la trattativa andasse a buon fine, non si tratterebbe del primo fondo arabo che si affaccia nel mondo nel calcio; sarebbe, inoltre, una grande svolta per la squadra, attualmente al 1° posto della classifica di Serie A, che potrebbe sognare di ritornare a vincere la famosa coppa dalle grandi orecchie attraverso i grandi investimenti che il fondo farà.

Ma analizziamo meglio la situazione.

Cosa è InvestCorp?

InvestCorp è un fondo arabo fondato in Bahrain nel 1982. Ha diverse sedi in varie parti del mondo: negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Arabia Saudita, in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in India, in Cina e a Singapore. Si occupa principalmente di investimenti alternativi per clienti privati e istituzionali. Il portafoglio di InvestCorp, pensate, comprende oltre 175 investimenti tra cui Gucci e Tiffany & Co. Attualmente la società ha più di 5 mld di dollari di proprietà in gestione, un numero che farà certamente fantasticare i tifosi milanisti.

Tra sogni e utopie, qual è il piano di Investcorp?

Sicuramente InvestCorp ha tutti i numeri per diventare la regina del prossimo calciomercato, non solo a livello nazionale ma anche a livello internazionale. Alcune fonti testimoniano la volontà di InvestCorp, quando sarà proprietario del Milan, di investire oltre 300 mln di budget nel prossimo calciomercato. Una cifra immensa a cui nessuna squadra italiana potrebbe aspirare. Nonostante l’attuale stagione di Serie A sia ancora in corso di svolgimento con il Milan che lotta per un possibile scudetto, a distrarre i tifosi e non solo sono le solite voci di mercato che si sentono a fine stagione che però, dato il forte interesse di InvestCorp, potrebbero diventare realtà: in questi ultimi giorni sono stati “accostati” al Milan talenti come Sebastian Haller, bomber dell’Ajax a 32 gol stagionali e il top player del Real Madrid Marco Asensio, che dopo l’ufficialità del passaggio alla scuderia di Jorge Mendes, importante procuratore sportivo, ha espresso la volontà di cambiare casacca.

Il futuro del Milan

Il rischio è che queste voci possano influenzare le prestazioni degli attuali giocatori – ovviamente incerti sul proprio futuro – sul campo, dove c’è un’accesissima lotta per lo scudetto. Adesso il compito del Milan è di pensare solo ed esclusivamente al presente: c’è uno scudetto da portare a casa per ripagare il grandissimo lavoro di una società come quella del trio Maldini-Gazidis-Massara, che è riuscita a costruire una squadra concentrata su un grande gruppo e che insieme a mister Pioli e al suo staff hanno mostrato, fin qui, di essere superiori a tutti. Mi auguro che il Milan vinca uno scudetto sudato e portato a casa grazie ai sacrifici della squadra, prima che il mondo dei soldi travolga – come spesso accade – quello del calcio anche in casa Milan.

Tommaso Tedesco Quartulli

“… E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE”: LA CAVALCATA TRIONFALE DELLA SSC BARI.

Bentrovati lettori di Zingarelli News!

Oggi, finalmente, per gioire non c’è bisogno di andare tanto indietro nel tempo e di essere nostalgici: lasciamo stare il passato e concentriamoci sul presente, perché è nel presente che c’è la festa! Una festa di liberazione e di sfogo da parte di tifosi che sono stati “presi in giro” per quattro anni e che quattro anni fa hanno subito la loro delusione più grande, ma che non hanno mai smesso di supportare la loro squadra. 

Dall’umiliante serie D all’infernale serie C, finalmente il 3 aprile 2022 il sostegno dei tifosi baresi è stato ripagato, come è stato ripagato l’impegno di una società sempre presente e che ha dato sempre il massimo alla squadra, nonostante tutto. Oggi lo possiamo dire, forte e chiaro: è tornata la Bari, adesso non ce n’è più per nessuno.

“… e quindi uscimmo a riveder le stelle”: così scrisse Dante per chiudere il 33° canto dell’Inferno della sua Divina Commedia. Ed è proprio così che il Bari lascerà una categoria, definita un vero e proprio Inferno, che lo ha trattenuto per tre lunghi anni, in cui le difficoltà e le delusioni non sono mancate. Basti pensare che il Bari in 3 anni ha visto sedere sulla panchina ben cinque allenatori di cui solo l’ultimo è riuscito nella grande impresa: un certo Michele Mignani che in un solo anno è riuscito ad entrare nella storia del Bari. 

I nuovi arrivati

La stagione del Bari è stata fortemente influenzata dai nuovi arrivati. 

Il presidente Luigi De Laurentis, passata una stagione tanto deludente da essere una delle peggiori della storia del Bari, pensa ad una rivoluzione. Parte dallo staff, esonerando il CT  Gaetano Auteri, e passa, poi, alla rosa. Ma il primo passo della rivoluzione si chiama Ciro Polito, nuovo direttore sportivo, l’uomo dal marcato accento campano che, già nella conferenza stampa di presentazione, fa una buona impressione ai tifosi baresi: il compito di trovare l’allenatore giusto per questo Bari, reduce da un’annata ampiamente deludente, è affidato proprio a lui.

 I media giornalistici fanno tanti nomi, principalmente allenatori amici o ex compagni di squadra del direttore, ma Polito dimostra tutta la sua professionalità ingaggiando un allenatore che non ha mai conosciuto personalmente ma di cui ha ammirato l’ottima  gestione della squadra di Siena qualche anno prima: stiamo parlando di Michele Mignani, quello che sarà poi il condottiero di questo Bari. Mignani arriva a Bari senza aver vinto nulla nella sua carriera e senza aver mai allenato nel Girone C, girone in cui milita il Bari. Insomma, non proprio un grande curriculum: eppure Polito vede in lui l’allenatore perfetto per questa squadra, e non sbaglia: non è mai facile gestire una rosa con tanti giocatori e farli felici tutti eppure Mignani è riuscito a far sentire TUTTI  importanti e al 100% membri del gruppo.

E’ così che si costruisce una grande squadra, è con umiltà e grande cuore che il Bari ha vinto il campionato ed è riuscito a trasformare la delusione dei tifosi in una immensa gioia che, speriamo, non avrà mai fine…

Stefano e Tommaso Tedesco Quartulli

CICCIO CAPUTO: UN CAMPIONE NATO IN PUGLIA

Francesco Caputo, detto Ciccio, è un calciatore professionista nato ad Altamura il 6 agosto del1987.
Questa è la sua storia.
Francesco entra nel mondo del calcio nel 2003, a soli 16 anni, quando partecipa ad un provino per il Grosseto, superandolo brillantemente. La società, però, pretende che il ragazzo si trasferisca con la
sua famiglia in Toscana spendendo 800 mila euro, una cifra impossibile. Ciccio, quindi, pensa di smettere ancora prima di iniziare, ma Onofrio Colasuonno, suo primo allenatore, gli fa cambiare
idea: lo fa reclutare nelle giovanili del Toritto dal 2003 al 2005 e lo fa poi aggregare nella prima squadra del Toritto in Promozione, con la quale il giovane segnerà 14 reti in 20 partite. Nel frattempo l’Altamura, squadra della sua città, lo nota e lo mette in prima squadra in Eccellenza; qui Ciccio segna 12 reti in 30 partite, che bastano per la chiamata del Noicattaro in serie C2 nel 2007, dove l’altamurano fa la sua prima stagione nel professionismo, segnando 11 gol in 29 partite.
Nel 2008 si realizza il sogno che Francesco aveva sempre desiderato si avverasse fin da bambino: giocare per il Bari! La prima stagione della sua carriera con i biancorossi la gioca in serie B, a 21 anni: superando le aspettative, segna 10 gol in 27 partite, ottenendo anche la promozione in serie A.
Non male, vero?
La stagione successiva viene mandato in prestito agli eterni amici della Salernitana e mentre i biancorossi fanno una bellissima stagione in serie A, lui retrocede in serie C e non viene riscattato dai granata.
Nonostante la deludente stagione, Ciccio non molla: ritorna al Bari e si toglie anche lo sfizio di segnare il suo primo gol nella massima serie contro il Cesena. Nella sessione di mercato invernale il Bari lo cede un’altra volta in prestito, questa volta al Siena, in serie B, con il suo ex allenatore Antonio Conte.
Nell’agosto 2012 Francesco viene iscritto nel registro degli indagati della procura di Bari per frode sportiva e squalificato per calcio scommesse a causa di una partita truccata della stagione 2008-2009.
Ciccio, innocente dell’accaduto, si rifugia ad Altamura e insieme ad alcuni suoi amici produce una birra fatta con il pane di Altamura e chiamata “Pagnotta”, che da allora diventa la sua esultanza: tutte le volte che segna, infatti, alza mignolo e pollice imitando un boccale, portandoli vicino alla bocca per una bella sorsata.
Nella stagione 2012-2013, nonostante l’annuncio della squalifica, Ciccio segna 17 gol in stagione, assicurando al Bari una salvezza tranquilla al decimo posto.
Nel 2017, dopo alterne vicende, viene acquistato dall’Empoli per circa tre milioni di euro e con Alfredo Donnarumma forma una delle coppie d’attacco più forti della storia della serie B e dell’Empoli: i due segnano insieme la bellezza di 49 gol e Ciccio vince il premio di capocannoniere con 26 gol e, ciliegina sulla torta, la promozione in Serie A.
Nel luglio del 2019 passa al Sassuolo, dove arriva terzo nella classifica dei capo cannonieri della serie A, dietro a nomi come Romelu Lukaku e Cristiano Ronaldo.
Nell’estate del 2020 realizza un grande sogno: viene convocato da Roberto Mancini nella Nazionale Italiana, dove esordisce qualche mese dopo contro la Moldavia e segna subito il suo primo gol con la maglia dell’Italia.

Purtroppo la stagione successiva è costellata di infortuni e periodi di fermo: gli 11 gol messi a segno non bastano per la convocazione al campionato europeo, poi vinto proprio dall’Italia.
Dall’estate del 2021 Ciccio milita nella Sampdoria, squadra nella quale aveva già giocato il bareseAntonio Cassano. Come quest’ultimo, anche lui ha cominciato a regalare tante soddisfazioni ai blucerchiati, diventando per i loro tifosi un vero e proprio idolo.
La morale della storia di Ciccio Caputo è che se hai un sogno devi crederci e andare avanti come ha fatto lui, che dai campi fangosi della prima categoria è arrivato alla Nazionale grazie all’impegno e al duro lavoro; Ciccio ha dimostrato che la carriera del calciatore è difficile, impegnativa, faticosa, contrariamente a quanto pensano alcuni; soprattutto quando è arrivato al professionismo, ha dovuto fare i conti con gli allenamenti estenuanti, con l’ansia, con le critiche, con la necessità di mantenere
il livello sempre altro per conservare il titolo guadagnato. Ed è per questo che è amato da tutte le tifoserie, proprio perché è un calciatore non interessato ai soldi e che rappresenta al meglio il modello del vero calciatore professionista.

Stefano Tedesco Quartulli

FIFA WORLD CUP QATAR 2022: I SOGNI DEGLI AZZURRI SI SPENGONO AL 92°

Mancini: “A livello professionale è la più grande delusione della mia vita”

Giovedì 24 marzo si è disputata la partita per le qualificazioni ai mondiali del Qatar tra l’Italia e la Macedonia del Nord nello stadio Renzo Barbera di Palermo. La partita, però, si è trasformata in un incubo: contro tutti i pronostici, la Macedonia del nord ha vinto 1 a 0 sull’Italia, segnando un gol al novantaduesimo minuto.

L’Italia di Mancini scende in campo con una formazione penalizzata dall’assenza di giocatori come Federico Chiesa, Leonardo Spinazzola, Nicolò Zaniolo e Leonardo Bonucci, che sono stati invece protagonisti del precedente europeo, dal quale l’Italia è uscita vincitrice. Proprio per questo motivo il CT è stato costretto a rivedere il suo undici di partenza e a schierare in campo Donnarumma, Emerson, Bastoni, Mancini, Florenzi, Verratti, Jorginho, Barella, Insigne, Immobile e Berardi (4-3-3). A questa formazione Mancini ha chiesto fin da subito “allegria e pazienza”, come lui stesso ha dichiarato nell’intervista pre-partita. Malgrado le sue parole e l’impegno dei giocatori in campo, la rosa dei prescelti non è stata capace di trovare il gol, nonostante i trentadue tiri realizzati, dei quali cinque nello specchio della porta.

Tra le varie occasioni, quella più vicina al gol è senza dubbio quella al 29° minuto di Berardi, che, dopo aver intercettato un pericolosissimo passaggio del portiere macedone verso il terzino sinistro Alioski, spreca un’importantissima opportunità calciando troppo debolmente il pallone che non raggiunge la porta vuota ma è recuperato dal portiere Dimitrievski. Tra le altre occasioni sprecate troviamo anche quella al 37°, nella quale prima Verratti e poi Immobile non trovano il gol a causa di diverse deviazioni da parte della difesa macedone, chiedendo anche un fallo di mano inesistente. Il primo tempo si conclude, quindi, con uno 0-0 che ha visto un’Italia che fin da subito ha cercato di penetrare il muro della difesa sfiorando di poco il gol.

Il secondo tempo si svolge nello stesso modo del primo, con l’Italia che gestisce il possesso palla nella metà campo macedone, ma che non trova ancora la rete. Mancini prova anche a cambiare le carte in tavola attraverso diverse sostituzioni, tra cui quella di Berardi per Joao Pedro. L’attaccante e capitano brasiliano del Cagliari, dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, fa il suo esordio con gli azzurri ma non riesce ad essere decisivo. Arrivati ormai a fine partita, l’arbitro concede 5 minuti di recupero, ma al 92° si realizza l’incubo dei tifosi italiani: su un pallone lungo rilanciato in avanti, l’esterno sinistro Trajkovski controlla e porta avanti la palla, calciando poi con il destro un tiro angolatissimo che Donnarumma non riesce a parare. Si arriva così all’1-0 per la formazione ospite, che preannuncia la vittoria della Macedonia del nord sull’Italia. La formazione di Mancini tenta un’ultima azione, ma la palla finisce fuori, stroncando così l’ultima speranza degli azzurri di raggiungere almeno un pareggio per prolungare la partita ai supplementari. L’arbitro francese Clement Turpin segna la fine della partita attraverso il triplice fischio, confermando così la vittoria dei macedoni, che corrono verso i tremila tifosi presenti a Palermo per festeggiare l’impresa riuscita, lasciando gli azzurri nella disperazione.

Federica Triggiani (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)