I CALCOLATORI UMANI

Ciao a tutti!

Quello di cui vorrei parlarvi oggi è una notizia che secondo me ha dell’incredibile.

Essa riguarda il fatto che spesso l’atteggiamento dell’uomo è in contraddizione con le sue azioni. Mentre si accingeva a compiere la missione che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’umanità e coronare il sogno di tanti – andare sulla Luna -, per quella stessa missione l’uomo usava alcune donne di colore come computer umani, tanto da essere chiamate calcolatori umani.

Alle stesse era impedito di usare i bagni comuni e anche gli spazi dove pranzare; avevano delle zone dedicate esclusivamente alle persone di colore.

Anche davanti alla straordinarietà di queste donne, che erano scienziate con capacità fuori dal comune, – basti pensare che si occupavano dei calcoli per le traiettorie, delle finestre di lancio, delle rotte di ritorno per i primi voli spaziali con esseri umani a bordo -, la rigidità mentale portava a pensare a loro come esseri inferiori solo perché donne di colore, persone con cui non condividere nulla, ma da utilizzare solo come macchine.

Allora mi chiedo: a cosa serve il progresso se i pregiudizi rimangono gli stessi di mille anni fa?

Conoscere queste realtà credo che possa servire a noi giovani a far sì che si cambi e a capire che tutti gli esseri umani sono uguali.

Massimiliano Figliuolo

COSTANTINO FERONI: IMPRENDITORE E PIONIERE DEL MOTOCICLISMO BARESE

C’è un proverbio che dice: non tutti i mali vengono per nuocere.

Ed infatti, durante i giorni del 2020, quando eravamo tutti chiusi in casa a causa del lockdown, mio nonno Sabino ha aperto la scatola dei ricordi tirando fuori documenti e foto di famiglia che, alla fine, hanno dato vita ad un piccolo capolavoro.

È nato, infatti, un volume ricco di memorie e fotografie che raccontano la storia del mio bisnonno Costantino Feroni (che poi è anche il nome del mio papà!), un uomo conosciuto da tantissime persone a Bari, in particolare dagli appassionati di motociclismo.

Ancora oggi, molto spesso mi capita che quando sentono il mio cognome mi chiedono: “Ma tu sei la nipote di Sabino Feroni, figlio di Costantino, della Moto Guzzi?” ed io rispondo: “Si, sono io!” un po’ come i soliti ignoti… 😊

Per me è davvero molto strano che tutti conoscano mio nonno e il mio bisnonno. Immagino abbia fatto grandi cose e la mia immaginazione è divenuta realtà quando ho letto il libro scritto da mio nonno Sabino.

Anzi, più che leggendo, direi osservando le immagini del volumetto che raccontano la Bari di un tempo e le avventure di Costantino, foto che trasmettono sentimenti di amicizia, passione, gioia, laboriosità, amore per il lavoro e per la famiglia.

Ma chi era, Costantino Feroni?

Costantino nacque nel 1905 a Bari. Entrò da piccolissimo nell’officina di famiglia e imparò rapidamente il mestiere del padre, diventando poi bravo meccanico e ciclista; nel 1924, padre e figlio diventarono concessionari per la vendita di motocicli e ricambi della ditta Gilera di Arcore.

Negli anni successivi, Costantino, dal rapporto di fiducia con la Gilera passò a quello con la Moto Benelli di Pesaro e soprattutto, dal 1947, con la Moto Guzzi di Mandello del Lario, collaborazione che sarà fondamentale per il giovane imprenditore barese.

Finalmente, dopo il periodo difficile della guerra mondiale, il Sud iniziò a svilupparsi e le aziende locali e gli enti iniziarono, grazie anche alla concessionaria Guzzi di Feroni, ad acquistare motociclette, scooter, motocarri.

Intanto, grazie alla passione e alla tenacia dei Feroni, venivano costantemente organizzate esposizioni alla Fiera del Levante a Bari, sfilate di moto sul lungomare, gare motociclistiche, come la mitica Milano-Taranto, iniziata già nel 1937, e in molti baresi si diffuse la passione per le motociclette.

Mio nonno mi ha raccontato che negli anni ‘50 c’era il premio sponsorizzato dai Feroni “Il Galletto al miglior Galletto” che univa città, calciatori e imprenditori: il Galletto era il modello di punta della Moto Guzzi, e Galletto era anche il miglior giocatore del Bari, votato da giornalisti e tifosi che, al termine del campionato, riceveva in omaggio il“piccolo bolide” dell’epoca (nella foto sotto si vede la premiazione del portiere del Bari Enzo Magnanini da parte di Costantino Feroni).

Nel 1965,  Costantino e i figli Sabino, Gaetano e Nicola avviarono un altro importante rapporto professionale, diventando prima agenti e poi concessionari della Piaggio di Pontedera (che, nel 1967, presentò al pubblico lo storico ciclomotore “Ciao”) e sempre con la Moto Guzzi.

Un avvenimento molto importante nella vita del mio bisnonno fu l’incontro, nel 1972, con l’indimenticabile Aldo Moro all’ Expo-Sport di Bari: Moro visitò lo stand Moto Guzzi, intrattenendosi con Costantino sulla nuova creazione della Guzzi, la mitica V-7 California (vedi foto sotto).

Costantino Feroni morì nel 1988, lasciando ai figli Sabino e Nicola il compito di portare avanti la tradizione di famiglia. Lo stesso anno nacque il “Motoclub Costantino Feroni”. Nel 2003, infine, proprio Gilera, Guzzi e Piaggio si riunirono, insieme ad altre aziende minori, in un supergruppo motociclistico.

Adesso spetta a noi eredi del cognome Feroni continuare a raccontare al mondo con orgoglio quanto fatto dalla nostra famiglia.

Greta Feroni

EVOLUZIONE IN AZIONE 4

Oggi, grazie alle importanti scoperte di scienziati e studiosi, siamo tutti assolutamente certi che le specie del nostro pianeta hanno subito dei cambiamenti nel tempo.

Nel Seicento, circa 200 anni prima di Darwin, non si era ancora convinti di tutto ciò. Era l’epoca del Fissismo e del Creazionismo; queste due “paroline magiche” nascondevano un’esagerata credenza religiosa e poca applicazione mentale: in estrema sintesi, la cieca che Dio avesse creato tutte le forme di vita così come erano.                                                                         

Il più famoso tra i creazionisti fu Carlo Linneo, (Rashult 1707-Upsalla 1778), noto fissista svedese. Costui fu anche l’ideatore della nomenclatura binomia, ovvero l’usanza di porre nomi in latino alle piante e agli animali, formati da due parole che indichino il genere e la specie in questione, per esempio Vulpes Zadra (il fennec, una volpe desertica).

Giovanni Deperte

UN POMERIGGIO CON I GUASTATORI DELL’11° REGGIMENTO

Il 15 febbraio 2022, dopo la scuola, mi sono recata a Foggia per intervistare il Comandante dell’11° Reggimento Genio Guastatori.

Appena arrivata alla Caserma intitolata a Nicola Sernia (Maresciallo artificiere dell’Esercito, Medaglia d’Oro al Valor Militare), i militari in servizio all’ingresso mi hanno chiesto i documenti e mi hanno rilasciato il pass da ospite, che avrei dovuto tenere fino all’uscita.

Sono stata accolta dal Comandante, il Colonnello Simone Gatto, e dal Sottufficiale di Corpo Giovanni Soldano. Entrati nell’ufficio del Comandante, per prima cosa abbiamo salutato la Bandiera, custodita in una teca. Il Comandante me l’ha mostrata da vicino e mi ha spiegato il significato di tutti i vari componenti, dalle Onorificenze fino al Puntale che, della Bandiera, è l’elemento più importante. Successivamente, mi ha presentato la mia accompagnatrice: il Maresciallo Valentina Nocco.

Terminate le presentazioni, ci siamo recati al Circolo, dove ci aspettava un rinfresco. Nel corridoio campeggia la statua di Santa Barbara, protettrice dei Genieri.

Successivamente abbiamo iniziato la visita della caserma, in cui è presente anche un piccolo museo storico del Reggimento, che custodisce modellini di ponti e altri cimeli.

Al centro del giardino, molto ben curato, c’è un grande tavolo, nel quale è incastonato lo Stemma Araldico del Reggimento che, attraverso i suoi Simboli, rappresenta la storia e i luoghi vissuti dal Reparto.

Continuando il nostro giro, siamo andate a visitare le camere del personale femminile: ciò che mi ha impressionato sono stati la pulizia e l’ordine di ogni camera.

Successivamente ci siamo recate in un luogo molto speciale, dove gli artificieri maneggiano gli esplosivi e intervengono anche per disinnescare le bombe aeree inesplose della Seconda Guerra Mondiale, ritrovate dalla popolazione a seguito di scavi per costruire case o coltivare campi. Qui ho potuto osservare una delle tute protettive di 30 kg che utilizzano gli Artificieri. Sono rimasta affascinata da molti strumenti tecnologici, tra cui robot manovrabili in remoto, che fanno dei Genieri italiani i più preparati al mondo.

La caserma è autonoma in tutto e per tutto, visto che al suo interno sono presenti una cucina, una sala mensa, le camerate, le officine meccaniche, una palestra… in sintesi, si tratta di una piccola città.

Sono salita su vari mezzi che hanno diverse funzioni, tutti con una tecnologia all’avanguardia. Ho ammirato anche degli escavatori con catene montate sugli pneumatici; anche se oggi c’è il sole, mi dicono che sono pronti per eventuali nevicate.

Dopo il giro tra gli automezzi, sono passata alle interviste, prima al Maresciallo Valentina Nocco e successivamente al Comandante.

Maresciallo Nocco, cosa l’ha spinta a dedicarsi alla carriera militare?

Sicuramente una passione che sento mia fin da quando ero piccola; nel corso degli anni, poi, è questa è maturata diventando la consapevolezza di voler essere a capo di uomini e donne impegnati nel raggiungimento di un obiettivo nobile.

E’ un compito abbastanza delicato e a volte non semplice, ma di grande soddisfazione, soprattutto nel momento in cui i tuoi ragazzi riescono a raggiungere l’obiettivo prefissato. Quando si arriva lì, tutti i sacrifici che si sono fatti vengono ripagati. È un po’ la cornice della vita militare, perché, si sa, la vita militare è una vita piena di sacrifici e di soddisfazioni.

In un periodo storico in cui si parla tanto di parità di genere, ritiene che qeusta sia rispettata nel contesto militare?

Sì, alla fine io vesto la stessa mimetica che veste il Comandante di Reggimento, così come i miei colleghi.

Quello che ci distingue è che io ho lo chignon e loro hanno la barba, però tutti facciamo le stesse attività e rispettiamo le stesse regole.

Com’è la sua esperienza in questo e in altri reggimenti ai quali è stata in servizio? E’ stata sempre in questo reparto o anche in altri?

Sono stata anche in altri reparti e nelle scuole di formazione: ho frequentato la scuola sottufficiali a Viterbo, mentre a Capua ho seguito i primi moduli da VFP1 (volontari in ferma prefissata di un anno) infine sono stata all’11° Guastatori dove sono adesso e nel 31° Reggimento Carri.

Riesce a coltivare anche i suoi hobby, nonostante i molti impegni lavorativi?

Sì, certo. Terminato l’orario lavorativo, ho tutto il tempo per dedicarmi ai miei hobby. Sono una sportiva e stasera ho una partita con i miei colleghi.

Secondo lei, indossare un’uniforme militare diminuisce la femminilità?

No, anche se i capi di abbigliamento che indossiamo sono uguali per tutti, la femminilità viene conservata perché non dipende dall”involucro” ma dal modo che ogni donna ha di essere se stessa.

Ha mai preso parte a una missione di solidarietà?

No, per ora ancora no.

Quali sono state le emozioni del primo giorno, appena entrata in caserma?

Era quello che mi aspettavo perché, fondamentalmente, ho entrambi i genitori che indossano una divisa, diversa dalla mia. Diciamo che ho trovato quello che mi aspettavo, ovviamente passare dalla vita civile a quella militare non è facile, però se si ha la giusta determinazione si può riuscire a fare qualsiasi cosa.

Anche la lontananza da casa piuttosto che dagli amici o dai fidanzati/e non si sente.

Intervista al Comandante Col. Simone Gatto

Che tipo di attività svolge un reggimento guastatori, quindi l’11° Reggimento?

All’interno dell’Esercito ci sono forze dette di combattimento, come la Fanteria, e poi forze al supporto del combattimento; in questa seconda fattispecie, rientriamo noi del Genio, che siamo un’ arma specialistica e abbiamo tutte quelle capacità per supportare la popolazione in diverse situazioni di emergenza: durante le alluvioni, i terremoti e nella bonifica del territorio dai residuati bellici della Prima e della Seconda Guerra Mondiale.

Quindi, i vostri compiti quali sono?

Come ho accennato sopra, i nostri compiti sono diversi: il primo è quello di difendere la Patria e salvaguardare le Libere Istituzioni; il secondo, quello di supportare la popolazione in caso di pubbliche calamità.

Essere comandante implica un ruolo e un senso di responsabilità. Come si sente, sapendo che da Lei dipende la vita di esseri umani?

Essere comandante è un privilegio, ma anche una grande sfida e una responsabilità. Sono fiero di poter guidare uomini e donne al fine di salvaguardare la Patria e far rispettare i valori di questa Bandiera. Il Presidente della Repubblica, che è il Comandante Supremo delle Forze Armate, mi ha concesso questo compito che onoro ogni giorno con il mio impegno e la mia dedizione.

Che tipo di studi le ha consentito di intraprendere questa carriera?

Ho iniziato il mio percorso in Accademia Militare, che è la scuola dove si formano tutti gli Ufficiali. Successivamente ho proseguito presso la Scuola di Applicazione e mi sono specializzato .

Mi può spiegare il significato della bandiera che custodisce nel suo ufficio?

La Bandiera di Guerra del Reggimento è pluridecorata:

  • una Medaglia di Bronzo al Valor Militare per “essersi distinta nella battaglia di Novara” (23 Marzo 1849);
  • una Medaglia d’Argento al valore dell’Esercito, perché “accorreva prontamente nelle zone del Friuli devastate dalle scosse sismiche del 6 maggio 1976, impegnandosi con tenace e instancabile opera nel soccorso alle popolazioni duramente colpite. In condizioni di estrema difficoltà, provvedeva, con abnegazione e spirito di sacrificio, alle più urgenti demolizioni e a ristabilire la viabilità interrotta da frane. Contribuiva altresì con generoso slancio e risparmio di energie, alla sistemazione di tendopoli. Mirabile esempio di coesione e di umana solidarietà” ( Friuli 6 Maggio 1976-30 Aprile 1977);
  • una Medaglia di Bronzo al Valore Civile, perché “con altruistico slancio ed elevato senso del dovere, si prodigava nelle difficili operazioni di soccorso a popolazioni colpite da una violenta alluvione” (Veneto 4-28 novembre 1966).

Riesce ad avere tempo da dedicare alla sua famiglia?

Ho tempo da dedicare alla mia famiglia, ma mi sento altrettanto gratificato a vivere il mio Reggimento e la mia Caserma, perché questa è la mia seconda famiglia anzi, per molti aspetti e molto tempo, questa diventa la mia prima famiglia.

Era questa la professione che sognava di fare, quando era ragazzo?

Sicuramente volevo essere un militare, poi, per fortuna, sono anche diventato un Guastatore del Genio.

Consiglierebbe ai giovani di intraprendere la carriera militare?

Un ragazzo o una ragazza che vogliono intraprendere una carriera militare devono sapere che questa è una sfida e una conquista, perché dare tutto se stesso per difendere la Patria e per aiutare gli altri è il dono più bello che si possa avere. Quindi sì, lo consiglio.

Ha mai preso parte ad una missione di solidarietà?

Sì, abbiamo preso parte a tante missioni di solidarietà, sia in Italia che all’estero. Ad esempio, abbiamo supportato le popolazioni durante le alluvioni, penso a quelle sul Gargano, o dopo i terremoti, come quelli recenti verificatisi nel centro Italia.

Abbiamo anche collaborato con il Parco dell’Alta Murgia per la rimozione di oggetti fuori dal contesto ambientale, ridandogli luce e lustro.

Mi racconta un aneddoto divertente della sua carriera?

Essendo il Comandante, considero questa una professione appassionante: “mi diverto ogni giorno, perché se non mi divertissi non farei questo mestiere”.

LO STEMMA ARALDICO

È inquartato a croce di Sant’Andrea.

Il primo quarto è azzurro e riporta il silfio d’oro Reciso a Cirenaica a ricordo del valore dei Genieri dell’Ariete in Africa Settentrionale.

Il secondo è rosso e si riferisce alla città di Treviso (croce d’argento con due stelle di otto raggi) dove aveva sede l’11° Reggimento genio.

Il terzo azzurro con testa d’ariete in oro innestata su trave spezzata, simbolo della gloriosa omonima Divisione cui il Battaglione è particolarmente legato.

Il quarto è rosso con croce d’argento e stella d’azzurro a cinque raggi a ricordo della Battaglia di Novara, dove si distinse la 3^ Compagnia del Corpo reale del Genio, diventata poi la 7^ del 5° Reggimento Genio Minatori e successivamente 2^ compagnia dell’ 11° Reggimento Genio.

Al centro, domina uno scudetto d’argento con fascia rossa della città di Bolzano, dove la 132^ Compagnia è stata costituita nel 1939 dal primo Reggimento Genio.

Sormonta lo scudo la corona turrita dalla quale scendono i nastri indicativi delle ricompense al valore cui il Battaglione ha titolo di fregiarsi.

Sotto lo scudo, su lista bifida e svolazzante, il motto “Peritus et Audax” già dell’11° Reggimento Genio.

Giulia Gentile

LA GUERRA DISTRUGGE ANCHE CIO’ CHE NON SI VEDE

Dal 24 febbraio tutto il mondo sta vivendo un momento drammatico che rimarrà per sempre impresso nella memoria storica “la guerra tra Russia e Ucraina”.
Speravo che la guerra durasse soltanto tre giorni ma ne sono trascorsi molti di più e la Russia continua a distruggere senza pietà un pezzo di storia e non solo… Il rumore delle bombe e delle sirene ormai copre il canto degli uccelli, il silenzio dell’alba e le dolci voci dei bambini che urlavano di gioia e voglia di vivere.
Il fumo dell’esplosioni ha ormai coperto l’azzurro del cielo e l’aria è irrespirabile, il sole non batte più sulle finestre dei palazzi di Kiev. Il grigiore della guerra domina nelle vie e nelle piazze di un paese ormai distrutto dalla cattiveria di un uomo
accecato dal potere e soprattutto nell’animo degli innocenti che sono costretti a scappare dalla guerra in cerca di pace, serenità e soprattutto certezze; chi resta vede solo davanti a sé l’ombra della morte e un difficile futuro. Mi intristisce pensare ai sogni infranti di quei giovani che hanno perso il diritto allo studio; molte scuole e
università sono state distrutte e per questo gli studenti sono costretti a fare lezione in quegli angusti e bui bunker…

La guerra è negli occhi dei giovani che sono costretti ad armarsi per difendere la patria piuttosto che andare a scuola per costruire il loro futuro.
Immagino spesso di rivivere quei tragici momenti e provo il dramma dell’abbandono della casa, degli amici, della famiglia e delle abitudini.
In un primo momento mi sento impotente, scoraggiata e sfiduciata ma poi mi fermo e penso che nel mio piccolo posso fare tanto…ogni gesto di solidarietà è importante per rendere felice uno di loro e per dargli speranza.
A volte penso come sarebbe bello accogliere una famiglia di ucraini nella mia casa, a come sarebbero felici di vivere momentaneamente in un posto sicuro dove ci sono calore, amore , accoglienza e dove possono ricominciare a sognare.
Vorrei avere il potere di parlare con Putin per dirgli che i problemi non si risolvono con la guerra ma con il dialogo e con un po’ di buon senso.
La guerra sta lasciando ferite non solo fisiche ma anche psicologiche che avranno importanti conseguenze sul futuro di noi giovani e soprattutto su quello di coloro che la guerra l’hanno vissuta sulla propria pelle.

Spero che questo brutto momento finisca il prima possibile e che gli ucraini possano tornare a sorridere alla vita!

STOP ALLA GUERRA

Carola Cardascia

ESPERIMENTI BELLICI: IL PROGETTO MKULTRA

Durante la Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica, oltre a progettare armamenti per i rispettivi eserciti, cercarono nuovi metodi per entrare l’una in possesso di informazioni segrete dell’altra e si concentrarono su modalità atte a far confessare le spie catturate da entrambe le parti. 

Dal momento che sia gli agenti del Kgb sia gli agenti della Cia ricevevano un duro addestramento contro le torture classiche, la Cia decise di fare una serie di esperimenti clandestini sugli esseri umani: questi rientrarono in un’attività sistematica denominata “Progetto MkUltra”. 

Tale “progetto” partì il 13 Aprile 1953, quando il direttore della Cia, Allen Dulles, che a detta sua “non aveva abbastanza porcellini d’india (cavie umane) per sperimentare queste meravigliose tecniche”, iniziò le sue terribili procedure.

Gli esperimenti sugli esseri umani venivano praticati all’insaputa del soggetto stesso, e consistevano nell’uso di farmaci, allo scopo di indebolirlo e forzarlo alla confessione attraverso il controllo mentale. 

In questi esperimenti si usavano ipnosi, messaggi subliminali, pressione sonora, LSD ed elettroshock; sono state stimate circa 2 morti da questi esperimenti. 

I principali soggetti sottoposti a simili procedure erano persone comuni, dipendenti della Cia, senzatetto, pazienti con disturbi mentali, e tossicodipendenti. 

Nel 1963, l’attenzione degli scienziati venne indirizzata a studi finalizzati alla creazione di un siero della verità; il progetto iniziale venne allora ridenominato “MKSEARCH” e proseguì fino agli anni Settanta, quando  il Congresso degli Stati Uniti avviò un’indagine che fece venire a galla la terribile realtà fino a quel momento rimasta segreta.

Nel 1973, a seguito di un grande scandalo, il Progetto MkUltra venne completamente interrotto e tutti i dossier furono distrutti. 

In questi 20 anni di esperimenti, si tentò di creare dei “Super Soldati” , uomini che avrebbero dovuto avere una personalità  tale da non provare nessuno scrupolo durante lo svolgimento delle attività loro assegnate.

L’esperimento MkUltra sarebbe stato finanziato con ingenti capitali, si parla di circa 25 milioni di dollari, con il coinvolgimento di college, università, prigioni e centinaia di ricercatori privati.

I suoi progressi venivano pubblicati in riviste mediche, e la sua sperimentazione veniva catalogata nell’ambito del controllo mentale. 

L’esperimento MkUltra è presente in tantissime serie Tv come Stranger Things, Wormwood, Lost, ma anche nella saga di Lupin, e nel romanzo “L’incendiaria” di Stephen King. 

Federico Tamma

ARMSTRONG SULLA LUNA.

Neil Armstrong nacque il 5 agosto 1930 nell’Ohio, Stati Uniti.
Astronauta statunitense di fama mondiale, è stato, con la missione Apollo 11, il primo uomo a mettere piede sulla Luna, il 20 luglio 1969.
Le immagini che lo riprendono mentre passeggia sul suolo lunare e mentre
raccoglie, insieme al collega Buzz Aldrin, del materiale lunare sono state
trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo, e tanti particolari di quel filmato
sono rimasti indelebili nella storia e nella memoria dell’umanità intera.
Tra questi sicuramente c’è la famosa frase pronunciata da Armstrong appena avvenuto l’allunaggio : “Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed”, che tradotta in italiano significa : “Houston, qui base della tranquillità, l’Eagle è atterrato”.
In realtà, oltre ad Armstrong e Buzz vi era anche un terzo astronauta , Michael Collins, il quale rimase nell’orbita lunare pilotando il modulo di comando. I tre astronauti, una volta tornati sulla Terra, rimasero in quarantena per paura che sulla Luna potessero esse stati esposti a patogeni sconosciuti, ma dopo 21 giorni di quarantena non presentarono alcun sintomo di malattia e poterono tornare alla vita normale.
E’ noto a tutti, ma è utile ricordarlo, che dietro ogni missione c’è sempre una lunga preparazione: infatti gli astronauti prima di prendere parte ad una qualsiasi partenza devono sottoporsi a preparazioni fisiche molto dure perché simulano le situazioni peggiori in cui l’astronauta o in generale l’equipaggio , potrebbe trovarsi durante la missione; in genere queste simulazioni cominciano un anno prima della partenza e si concludono con la scelta dell’equipaggio più idoneo alla missione.
Poco dopo questa impresa spaziale Armstrong annunciò pubblicamente di non avere più intenzione di volare nello spazio e dopo circa un paio di anni si congedò dalla NASA, dedicandosi all’insegnamento dell’ ingegneria aerospaziale presso l’università di Cincinnati in Ohio.
Era una persona riservata, non rilasciava molte interviste né amava mettersi in mostra e neppure concedere autografi; non sopportava il business intorno alla sua persona e teneva la sua vita privata lontana dai riflettori. Diceva che guardare la Terra da un altro punto di vista lo aveva cambiato, la sua mente andava oltre e i suoi occhi vedevano l’infinito. Morì il 14 settembre 2012, a 82 anni e, secondo il suo desiderio, il suo corpo fu cremato e le sue ceneri sparse nell’oceano Atlantico.

Fabrizio Papa

GUERRA FREDDA: LA GUERRA IN NICAGARUA IN PILLOLE.

Con l’espressione “Guerra Fredda” si intende il conflitto insorto fra i due paesi usciti vittoriosi dalla Seconda Guerra Mondiale, ovvero Unione Sovietica e Stati Uniti d’America, a partire dal 1947. 

Le due potenze non si affrontarono mai sul campo, ma parteciparono più o meno indirettamente a conflitti tra paesi che combattevano in nome di ideali vicini a quelli del capitalismo oppure del comunismo. 

In Nicaragua, ad esempio, durante la Rivoluzione Sandinista, Usa e Urss si fronteggiarono indirettamente supportando rispettivamente le armate controrivoluzionarie nicaraguensi, soprannominate “Contras” e i rivoluzionari di stampo comunista. 

I Contras erano gruppi armati controrivoluzionari che facevano parte della Guardia Nazionale del Nicaragua, guidata da Anastasio Somoza Debayle (dittatore nicaraguense dal 1967 al 1972), e avevano il compito di rovesciare il nuovo governo sandinista, insediatosi al potere dopo aver rovesciato il governo di Debayle. 

L’attività  dei Contras fu finanziata dagli Stati Uniti durante l’amministrazione di Reagan, grazie alla vendita delle armi all’ Iran, durante la guerra contro l’Iraq.

Quando non bastavano questi fondi, gli Usa se li procuravano attraverso finanziamenti di privati talvolta di dubbia provenienza. 

La stessa Cia organizzò molte operazioni non ufficiali in Nicaragua, e anche dopo che il Congresso statunitense proibì i finanziamenti ai Contras, alcuni funzionari della Cia continuarono a sostenerli illegalmente. 

Quando questi funzionari furono scoperti, scoppiò uno scandalo soprannominato “Irangate” che oltre a mettere a rischio il secondo mandato presidenziale di Ronald Reagan, fece condannare gli Stati Uniti dalla Corte Internazionale per “uso illegale della forza”. 

I Contras violarono molti diritti umani, rendendosi responsabili di attacchi terroristici contro strutture civili e indifese come fattorie, ospedali, chiese, ma anche di massacri indiscriminati di civili, torture e stupri. 

Finanziandosi anche attraverso contrabbando e altre attività illegali, i Contras potevano contare su molte armi come:

  • Ak-47
  • Ak-57
  • Pm md 63
  • M16
  • Fn Fal
  • Hk G3
  • Mitragliatrice M60
  • Type-69 Rpg

Di seguito trovate un video che mostra lo scontro fra le armate Sandiniste e le armate Contras a Bocay (comune del Nicaragua)

https://youtu.be/AE75Q-qnw7U.

Federico Tamma

L’ANTICO CARNEVALE DI BARI

“A Carnevale…Anche a Bari ogni scherzo vale!”

Ogni paese è lieto di  vantare tradizioni variegate per festeggiare questa festa vivace, spensierata e gioiosa.

Ma qual è la maschera tipica barese?

A Bari non ci sono personaggi e costumi particolari, simbolo della città, tuttavia, anche il capoluogo pugliese vanta il suo antico, “strano” e “vecchio” Carnevale, Se siete curiosi di saperne di più, leggete e sarete soddisfatti!!

“U funerale di Rocche”

Secondo la tradizione popolare, il contadino Rocco, tradito dalla moglie, e muore per la disperazione. Nel centro storico della città, dunque, i nostri nonni e bisnonni partecipavano, l’ultimo giorno di Carnevale, a “U funerale di Rocche”. Questo rito che si svolgeva ogni anno fino agli anni ‘30/40 del secolo scorso; successivamente, si è svolto sempre più saltuariamente, fino a scomparire quasi del tutto.

“Zii Rocche” veniva preparato sin dalla mattina nei minimi particolari: si prendeva una tuta tipo quelle da meccanico che veniva riempita con tanta paglia in modo che rimanesse rigida e tesa. Poi, con una calza piena di paglia, si faceva la testa, sulla quale si metteva la maschera di un politico del tempo. Infine, zii Rocche veniva dotato di cappello e sigaretta e gli si poneva tra le mani una carota chiamata “bastenache”. Al pupazzo così creato si facevano indossare una camicia, i pantaloni e le scarpe allacciate. Dopo la vestizione, il fantoccio veniva posto su travi in legno come quelle usate per trasportare le statue dei santi e si dava vita al corteo funebre.  

Il suo funerale attraversava le strade e i palazzi più importanti di Bari Vecchia fino a raggiungere il luogo ove era posto il falò, solitamente all’Arco Alto o in Largo Albicocca.

Il corteo veniva seguito dalla moglie, dai parenti del povero Rocco e da tutta la popolazione che indossava abiti variegati e disparati. Chi piangeva e chi gridava … Naturalmente tutti fingevano!

Era presente anche il prete, finto anche lui, che benediceva il corteo e i passanti con dell’acqua posta in un vaso da notte e uno spazzolone da bagno. Tutti ridevano e partecipavano con piacere e tanto divertimento.

Il funerale terminava nel pomeriggio del martedì grasso, quando Rocco finiva sull rogo nel quale veniva bruciato, circondato da canti umoristici, finché non risuonavano i rintocchi che annunciavano l’inizio della Quaresima. 

Solitamente a Bari si usa festeggiare Sant’Antonio Abate, protettore degli animali domestici. Fino al 1995, il 17 gennaio, era tradizione dei baresi portare i loro animali per farli benedire nella vecchia cappella di Sant’Antonio, un arco sotto il Fortino. Oggi, gli animali vengono benedetti nella chiesa di Sant’Anna, sempre a Bari Vecchia.

E’ tradizione a Bari mangiare piatti tipici come sgagliozze, calzengiidde di carne (panzerotti di carne fritta), orecchiette condite con il sugo dei tronere (involtini di carne di cavallo), sanguenacce (dolce fatto con il sangue del maiale), e le famosissime chiacchiere (frittelline dolci).

Arianna Manfredi

LA MUSICA: UN MIRACOLO NELLA TRAGEDIA

Il 27 gennaio, ogni anno, ricordiamo il giorno in cui i pochi ebrei sopravvissuti furono liberati dal regime nazista guidato dallo spietato Hitler. 

In questo articolo voglio parlare di un argomento poco trattato nei documentari, la MUSICA: un miracolo nella tragedia.

Nei campi di concentramento e di prigionia si è sempre fatta tantissima  musica, di ogni tipo e d’ogni qualità.

La musica nei lager poteva diventare un’arma a doppio taglio, per quanto trasmettesse speranza, salvezza e consolazione, scandiva anche il tempo della morte.

Molti musicisti hanno dovuto far fronte alla tragica realtà di essere costretti a suonare per allietare i loro sterminatori e non per il piacere di esibirsi, come Alba il numero 50381, conosciuta come “ La violinista di Auschwitz”.

Arrivata al campo, Alba venne nominata direttrice dell’orchestra di Auschwitz, e lei, pur di non compiacere i suoi aguzzini, fu tentata di rifiutare. Ben presto, però, si rese conto che poteva sfruttare la sua posizione per salvare se stessa e le altre donne musiciste, ricevendo razioni di cibo extra e la possibile salvezza dalle grinfie della morte; fu così che iniziò la sua missione.

Una delle 47 donne a far parte dell’orchestra era Fania Goldstein, in arte Fenelon, una cantante e pianista francese.

Per Fania la musica divenne un filo sottile per la salvezza della sua vita. Il suo unico scopo era sopravvivere per testimoniare e far sapere alle generazioni future le atrocità subite da non dimenticare.

Negli ultimi 30 anni l’importanza della musica nei campi di concentramento è stata valorizzata anche grazie alla curiosità ed interesse del musicista pugliese Francesco Lotore impegnato nel recupero, studio, archiviazione ed esecuzione di reperti musicali di ogni genere provenienti da tutto il mondo. La sua instancabile dedizione sarà premiata con la nascita a Barletta della Cittadella della Musica Concentrazionaria, il primo hub al mondo dedicato alla musica prodotta nei Campi di sterminio.

                                                                                        Alessandra Nicastri