GIORNATA DELLA MEMORIA

Il 27 gennaio è la giornata in cui si ricorda la liberazione degli ebrei dai campi di concentramento; è stata chiamata Giornata della Memoria perché non si dimentichino mai le terribili violenze subite dagli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Le violenze perpetrate ai danni degli ebrei da Hitler e Mussolini con la creazione dei campi di concentramento non sono paragonabili a nessun’altra crudeltà mai subita da altri esseri umani; sono state e sono ancora commesse terribili atrocità nei confronti di uomini e di gruppi di uomini, ma mai queste sono state messe in atto nei confronti di tante persone e sparse in tanti paesi del mondo: gli ebrei sono stati rastrellati da ogni luogo e portati nei campi di concentramento. Questi luoghi terribili avevano una recinzione di filo spinato che serviva a non far scappare i prigionieri, che qui vivevano in condizioni disumane, tutti ammassati, senza cibo, al freddo, privati della dignità e perfino del nome.

Anche prima dei campi di concentramento, durante la persecuzione, molti bambini hanno perso i loro genitori e, come raccontano numerosi film tra cui “il bambino con il pigiama a righe”, gli ebrei all’improvviso non potevano più uscire, lavorare, vedere i loro amici, i bambini non potevano giocare e dovevano solo soffrire come se avessero compiuto un atto imperdonabile. 

Secondo i nazisti, loro dovevano solo soffrire perché erano sbagliati, nessuno poteva aiutarli e questa è una grande ingiustizia. Se penso o provo a immaginare i dolori subiti e le sofferenze patite, io rimango incredula….

Istintivamente mi chiedo come faccia Liliana Segre a raccontare e ricordare le violenze subite e la paura di non riuscire a sopravvivere, poi, però, penso che grazie a persone come lei conosciamo le cattiverie che è in grado di fare l’uomo a un altro uomo e possiamo stare in guardia. 

Sembra banale ma dovremmo imparare a metterci dalla parte dell’altro e tante cose andrebbero diversamente. 

Per esempio Hitler non ha mai pensato che avrebbe potuto essere dall’altra parte, dal lato di coloro che lui ha ritenuto “sbagliati” e che avrebbe potuto soffrire anche lui come hanno sofferto gli ebrei. 

La testimonianza di Liliana Segre è importante perché ci ricorda cosa può fare un uomo ad un altro uomo, solo perché lo reputa “diverso”. Ma poi, diverso da chi?

Vittoria Vitale 

Chi salva una vita, salva il mondo intero

L’incredibile storia che oggi racconteremo vede il suo scenario nella Grande Moschea di Parigi costruita nel 1926, considerata oggi uno dei luoghi di culto islamici più belli di tutta Europa, come gesto di gratitudine della Francia nei confronti di quei musulmani che combatterono contro i tedeschi nella prima guerra mondiale.

Immaginiamo per un attimo di vivere nella Francia del 1940 invasa dai nazisti, immaginiamo di essere ebrei che all’improvviso si trovano in pericolo di vita e cercano una via di fuga.

In questo clima di terrore, molti ebrei si rivolgono proprio al capo Imam della moschea di Parigi, Si Kaddour Benghabrit di origini algerina, per chiedere aiuto e protezione dai rastrellamenti dei nazisti, ormai all’ordine del giorno.

L’Imam, nonostante stia mettendo in pericolo se stesso e la comunità che guida, senza indugio, accoglie migliaia di ebrei, nascondendoli all’interno della moschea, precisamente nei suoi sotterranei, con lo scopo di evitare che vengano deportati nei campi di concentramento, affidandoli alla resistenza che li avrebbe successivamente condotti fuori dal Paese, sani e salvi.

Per proteggerli, l’Imam non esita ad ingannare le autorità tedesche creando documenti falsi, in modo da farli passare come musulmani, soprattutto bambini, considerato che per i nazisti risulta difficile distinguere gli ebrei orientali dai musulmani visto che parlano la stessa lingua e hanno nomi simili.

Non si sa precisamente quante persone sono state salvate dall’Imam Si Kaddour Benghabrit, ma gli studiosi stimano tra 500 e 1600. Forse anche di più.

Questa è senza dubbio una storia di pura umanità, colma di speranza e di fiducia tra uomini di differenti religioni, una storia di solidarietà, una storia da non dimenticare, mai.

Chi salva una vita salva il mondo intero.

Un uomo da ricordare.

Nel 2005 un’associazione di donne ebree e musulmane ha presentato una petizione all’Ente nazionale per la memoria della Shoah, affinché Si Kaddour Benghabrit venga riconosciuto tra i Giusti fra le nazioni.

Arianna Manfredi

Il Giorno della Memoria

Olocausto, a pronunciare questo termine mette già i brividi! In automatico la mente lo ricollega agli orrori della storia, che non sono solo quelli del periodo nazi-fascista, ma ha origini ancora più antiche. Facciamo un passo indietro per comprendere meglio il significato di questa parola. L’etimologia della parola olocausto è di derivazione greca, infatti, in greco antico il verbo ὁλοκαυτεῖν (holokautein), da cui il termine ὁλοκαυστός (holokaustos), formato dal prefisso ὅλος (holos) = intero + καυστός (kaustos) = bruciato, significa letteralmente “bruciato per intero, completamente bruciato“. Ci si riferiva a cerimonie sacrificali di civiltà antiche, che prevedevano, in genere, vittime animali ma talvolta anche sacrifici umani. Gli storici ritengono che sia più corretto usare il termine Shoah (in ebraico: lett. “catastrofe, distruzione“), che ha trovato ragioni storico-politiche nel diffuso antisemitismo secolare.

Ma da dove ha origine l’odio nei confronti del popolo ebreo? 

A Roma gli ebrei, che sin dai tempi di Giulio Cesare e di Augusto vivevano come tutti gli altri cittadini, furono addirittura inclusi nell’Editto di Caracalla del 212 d.C., il quale estese la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’Impero. Successivamente, con l’avvento del Cristianesimo, vennero ritenuti cittadini di posizione sociale inferiore. Un grande cambiamento avvenne in sostanza quando il Cristianesimo si diffuse ovunque e diventò una religione dominante, prima con l’Imperatore Costantino, che emanò un editto nel 313 d. C. che concedeva la libertà di culto ai cristiani e poneva fine a una sanguinosa stagione di persecuzioni iniziate nel 303 d.C. dall’Imperatore Diocleziano. Subito dopo, nel 380 d.C., l’Imperatore Teodosio emanò l’editto di Tessalonica, in cui ufficializzava il Cristianesimo quale religione unica dell’Impero. Il Cristianesimo, basato su un monoteismo rigido, cominciò a creare problemi all’Ebraismo. I cristiani, infatti, non ammettevano l’esistenza del paganesimo, ciò nonostante accettavano l’Ebraismo. L’esistenza degli ebrei rispetto a quella dei cristiani doveva essere, però, regolamentata e considerata di categoria inferiore, con la conseguente riduzione dei diritti civici e sociali. Gli ebrei, quindi, dovevano essere accettati, soprattutto perché non sarebbe stato possibile negare le origini comuni, essendo lo stesso Gesù un ebreo. In pratica gli ebrei servirono ai cristiani per far risaltare al mondo la diversità tra le due religioni. Gli Ebrei non riconoscevano Gesù come il Messia, anzi, secondo una versione che è circolata per secoli fino ai giorni nostri, vollero addirittura la sua morte. Gesù venne condannato a morte in quanto fu considerato blasfemo nell’affermarsi come il figlio di Dio e colpevole di lesa maestà nei confronti dell’Impero Romano. Ciò nonostante, i padri della Chiesa non nutrirono mai odio in senso razziale verso gli ebrei. Alla fine del VI sec. Papa Gregorio Magno, pur continuando a considerare l’Ebraismo come una religione piena di superstizione e perfidia, dichiarò illegittime le conversioni forzate. Dall’VIII secolo fino all’anno Mille le comunità ebraiche sparse nell’Occidente vissero un periodo di calma e prosperità. Tale cambiamento avvenne grazie all’atteggiamento favorevole degli imperatori carolingi a partire da Carlo Magno (768-814), il quale degli ebrei apprezzava l’onestà e la lealtà verso il prossimo. Pertanto volle proteggerli garantendo loro non solo la vita, ma anche il diritto alla proprietà, alla libertà religiosa, mercantile e all’indipendenza giudiziaria. Gli ebrei, per ringraziare l’Impero, favorirono lo sviluppo dell’industria e del commercio, soprattutto con l’Oriente, interdetto ai cristiani dall’Islam. Con Ludovico il Pio, e i suoi successori, aumentarono i privilegi, infatti la corte si serviva di medici e ambasciatori ebrei. Nelle principali città della Germania nacquero addirittura comunità ebraiche molto attive culturalmente e commercialmente. La popolazione ebraica si spinse sino all’Austria e alla Moravia. Intanto, a partire già dal VII secolo, era cominciata l’espansione degli Arabi musulmani. L’Islam si pose nei confronti degli ebrei, che trovò sul territorio che invase, allo stesso modo dei cristiani. Li lasciò vivere in condizioni di inferiorità giuridica. La nuova religione, cioè quella musulmana, scatenò la “guerra santa” che si diffuse rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo, verso l’Iraq e la Persia. Il successore di Maometto, il califfo Omar, occupò la Palestina e innalzò sulla spianata del sacro Tempio di Gerusalemme le due moschee di Al-Aqsa e della Roccia. Facendo un enorme salto nelle epoche della storia, arriviamo al XIII secolo in cui iniziarono le grandi espulsioni di massa degli ebrei. La prima avvenne in Inghilterra nel 1291, poi nel 1394 in Francia e infine l’espulsione più drammatica in Spagna nel 1492. Ripercorrendo i fatti che portano a quest’ultima data, occorre ricordare che nella Penisola iberica gli ebrei fondarono delle comunità molto prospere, protette dagli stessi sovrani spagnoli. Purtroppo però, gli ebrei di Andalusia dovettero lasciare il Sud della Spagna all’arrivo degli Almohadi (islamici intransigenti), e si trasferirono in parte in Marocco e in Egitto, ma soprattutto nel regno di Castiglia e di Aragona, dove inizialmente i sovrani cattolici li accolsero, dando loro la possibilità di esercitare qualsiasi attività, pur cercando sempre di sollecitare le conversioni. Quando la Spagna avviò la reconquista, cioè la cacciata degli Arabi per ristabilire il primato del Cattolicesimo, gli ebrei furono minacciati. Dovevano andarsene oppure convertirsi. Poco dopo iniziò un periodo storico molto buio e atroce, quello dell’Inquisizione, durante il quale ci fu il primo rogo degli ebrei nel 1481. Il tribunale della Santa Sede promise il perdono a coloro che avrebbero denunciato eventuali altri colpevoli, ovvero ebrei convertiti che continuavano a seguire i costumi giudaici, innescando così una catena infinita di arresti, torture, processi, condanne, roghi e confische di beni. All’accanimento feroce del primo Inquisitore Generale, il terribile Tomaso Torquemada, si oppose spesso lo stesso re Ferdinando e così pure ebrei influenti come Abraham e Isaac Abrabanel, una famiglia di eminenti statisti e banchieri, che ricorsero persino al Papa. Né Re né Papi riuscirono a fermare la macchina infernale della Santa Inquisizione, infatti gli inquisitori mandarono al rogo migliaia di ebrei, convinsero i sovrani, Isabella e Ferdinando, che l’unico modo per sottrarre i nuovi cristiani all’influenza ebraica era quello di espellere tutti gli ebrei dalla Spagna, dalla quale erano appena stati cacciati i Mori. Il decreto di espulsione fu firmato dai Sovrani il 31 marzo 1492 e fu un trauma enorme nella memoria ebraica. Dopo qualche secolo, nel Settecento, ovvero nel Secolo dei Lumi e dell’Illuminismo, nacque e si diffuse nuovamente l’idea della cittadinanza. Anche gli ebrei potevano essere considerati dei cittadini come gli altri. Si sviluppò un movimento intellettuale di apertura democratica che dalla Francia si diffuse in altri Paesi, come ad esempio la Prussia. Essendo l’Illuminismo un movimento che poneva al centro l’uomo e lo Stato e non la fede, il concetto di identità nazionale non fu più legato strettamente alla religione, pertanto anche gli ebrei furono considerati cittadini come tutti gli altri. Tutto ciò rappresentò la piena emancipazione degli ebrei, una sorta di rivoluzione che coincise col periodo 1789-1870. Ma questo popolo dovette subire altri atroci attacchi!

Chi ha coniato il termine “antisemitismo”?

Antisemitismo: pregiudizio e odio nei confronti degli ebrei e dell’Ebraismo. Il termine fu coniato nel 1879 dal giornalista ed agitatore tedesco Wilhelm Marr, per definire la propaganda antiebraica allora diffusa in Europa. In poco tempo antisemitismo diventò di uso comune, come un termine atto ad indicare tutte le forme di ostilità verso gli ebrei, e risuonerà nel corso della storia. Nel periodo della Repubblica di Weimar, cioè dal 1919 in poi, gli ebrei tedeschi erano e si sentivano tedeschi a tutti gli effetti, erano integrati nella società e molti si erano arricchiti. Poco dopo, però, gli ebrei diventarono un pericoloso nemico interno, ritenuto colpevole di molti dei problemi che affliggevano la Germania. Dopo anni di atroci discriminazioni, messe in atto probabilmente dalla retorica di Hitler, fu resa impossibile la vita agli ebrei tedeschi, e nel 1942 la Germania nazista adoperò spazi, uomini e risorse per mettere in pratica ciò che i gerarchi nazisti avevano progettato: lo sterminio di tutti gli ebrei.     

Ma perché Hitler odiava così tanto gli ebrei?

Per Adolf Hitler gli ebrei erano una razza inferiore rispetto alla razza ariana, a cui appartenevano i tedeschi, inoltre li riteneva portatori di malattie e morte. Per Hitler ed i suoi seguaci, gli ebrei incarnavano il male sotto ogni punto di vista, poiché erano coloro che avevano crocefisso Gesù.

Da quando comincia la Shoah?

Le persecuzioni contro gli ebrei nella Germania nazista iniziano non appena Hitler ottiene il potere. Nel 1933 iniziarono le prime violenze contro gli ebrei in Germania, spesso organizzate dalle SA di Hitler. Nel 1935, con le leggi di Norimberga, venne approvata una legge per la cittadinanza, secondo la quale gli ebrei non erano più considerati cittadini tedeschi. Nell’autunno del 1941 gli ebrei, che ormai erano obbligati a cucire una stella di David sugli abiti sin dall’età di 6 anni, non poterono più emigrare dal Reich. Nel 1942 ebbe luogo la Conferenza di Wannsee, presso una villa nell’omonimo quartiere di Berlino. Qui si incontrarono 15 importanti gerarchi delle SS, dello Stato e del partito nazista, per discutere sulla soluzione finale, nome in codice per l’eliminazione fisica degli ebrei d’Europa. Da questo momento le politiche naziste volsero ad uno sterminio di massa degli ebrei. Furono individuate strutture dedicate allo sterminio, come Auschwitz (Polonia), dove gli ebrei furono eliminati in massa attraverso metodi atroci, come le camere a gas. Gli ufficiali nazisti non ci hanno lasciato documenti sul conteggio delle vittime, infatti a partire dal 1943, quando si iniziarono a temere che i Paesi dell’Asse avrebbero perso la guerra, gran parte della documentazione riguardante le vittime fu distrutta dai nazisti, che intuirono che al termine della guerra ci sarebbero stati dei processi. Soltanto con la fine della seconda guerra mondiale i Paesi vincitori hanno iniziato a fare delle stime, gli ebrei sterminati dai tedeschi per motivi razziali ammontano a circa 6 milioni.

Il Giorno della Memoria

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono nella città polacca di Auschwitz e scoprirono il noto campo di concentramento. Riuscirono a liberare i pochi superstiti. La data del 27 gennaio, in ricordo della Shoah, è diventata una data ufficiale per gli Stati membri dell’Onu. In Italia il Giorno della Memoria venne istituito con la Legge 211 del 20 luglio 2000, e ogni anno viene celebrato per non dimenticare mai l’atroce e assurdo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, i deportati nei campi di concentramento, la loro prigionia e la loro morte.

Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi sarò contento,
a che serve essere tristi, a che serve.
Perché soffia un vento cattivo.

Perché dovrei dolermi, oggi, del domani.
Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro.
Forse domani splenderà ancora il sole.
E non vi sarà ragione di tristezza.

Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento,
e ad ogni amaro giorno dirò,
da domani, sarà triste,

Oggi no.

(Poesia di un ragazzo trovata in un Ghetto nel 1941)

Monica Cocciardo

disegno di Carlotta Ciccarelli

Nei panni di… Guido Cavalcanti

Firenze,1280

Cara donna mia,
ti scrivo questa lettera un po’ particolare per essere d’amore, ma soprattutto triste. Anche se ho aderito al Dolce Scrivere come il mio amico Guido Guinizzelli, non riesco a parlare di te infatti come di una donna angelo.

Mi piace scrivere d’amore, ma purtroppo quest’amore non mi rende felice, anzi! Tu mi hai così tanto riempito di dolore la mente e il cuore che la mia anima vorrebbe solo allontanarsi dal mio corpo … insomma, io con lei vorrei morire!
Per quanto tu sia bella, io proprio non riesco a pensare ai tuoi occhi, al tuo sorriso ma sono concentrato solo sul dolore che mi provochi, di nutro dei tristi e dolorosi sospiri che manda il cuore e che il cuore stesso non riesce più a sopportare, tanto fanno male. Mi sembra a volte persino di sentire parlare Amore in persona:
come un angelo dalle ali bianche, mi si affianca, con in mano il suo arco e le frecce e, vedendo così spietata e me così disperato, come fosse il mio migliore amico, il mio confidente, mi consiglia di lasciarti perdere. Lui dice che sai solo farmi male, che sei senza pietà, una bestia feroce che si muove verso di me a passi lenti per
indurmi piano piano ad indietreggiare in preda alla paura. Il mio amico Amore mi ripete continuamente queste parole ed io arrivo a volte, esasperato, quasi a cacciarlo via, arrabbiato, e sai perché? Perché, mi dico, un dio tenero e amorevole come lui non può dirmi di allontanarmi da te! Ma un attimo dopo penso che in fondo ha ragione: io sto troppo male a causa tua, mi sembra di non essere neanche più un uomo! Di certo non controllo più i miei muscoli né la mia volontà; cammino per inerzia, e se ne accorgono tutti che non sono più io, quasi che sia diventato di legno o di rame o di pietra e non sia più un essere umano ma un automa, capace di muoversi solo grazie ad un marchingegno. I miei occhi, che bramano la vista di te e dovrebbero trarne giovamento, sembrano invece aver perso la loro funzione: non vedono più colori e bellezza delle cose, non più luce e splendore, ma buio e tenebre. Tutto intorno a me è nulla. Sono morto senza te a causa delle ferite che tu mi hai inferto.

Spero tu possa perdonare queste mie dure parole ma non potevo non aprirti il mio cuore addolorato. Perciò spero di dirti per sempre
                                               

Addio.
              Il tuo Guido
(alias Flavio Sivo)

LETTERA DAL FRONTE

Cara madre e caro padre,

la nostalgia di casa mi affligge in ogni momento e non vedo l’ora di ritornare da voi perché  questa guerra ci sta uccidendo lentamente.

In ogni momento vedo un amico, un compagno, colpito senza pietà che muore in completa solitudine, avvolto solo dai rumori di una guerra che sembra non finire mai …

La trincea e’ un posto infernale dove ho continuamente la sensazione di soffocare e la paura di morire per il fuoco di un nemico che mi sono reso conto di non conoscere e non riuscire neppure ad odiare: uomo come me…

Siamo circondati da sangue, malattie sconosciute, sporcizia di ogni genere, come se fossimo animali destinati al macello.

I nostri comandanti ci avevano riempito di inutili speranze dicendoci che saremmo tornati presto a casa, ma adesso sono tutti morti e noi siamo lasciati a noi stessi , ho così tanta paura di non rivedervi che pagherei qualunque cifra per tornare da voi.

Ho bisogno di voi, ho bisogno di tornare a casa mia.

Con infinito affetto, il vostro adorato figlio.

BENVENUTA A BARI, FIAMMETTA BORSELLINO

Il giorno mercoledì 9 novembre, nell’ambito del corso di formazione rivolto ai docenti “Sono Stato Io”, presso il Palazzo della Regione Puglia, è intervenuta la Dottoressa Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo, e noi, in qualità di inviati del nostro giornale, abbiamo avuto la fortuna di ascoltarla.

Fiammetta è una donna sorridente e serena che ha parlato senza filtri, desiderosa, si capiva senza ombra di dubbio, che le sue parole non fossero memorie di un tempo passato, ma avessero un senso nel nostro presente e nel nostro futuro.

Ha racccontato episodi della sua infanzia e della vita del padre in maniera molto personale, evidenziando aspetti e sensazioni della lei adolescente nella quale è stato facile ritrovarsi.

Fiammetta ci ha fatto conoscere il giudice Borsellino uomo, ci ha spiegato che suo padre amava trascorrere il tempo con i giovani, soprattutto per far capire loro quanto fossero importanti l’istruzione e la cultura.

L’uomo che immaginavamo sempre serio e chino su un mare di documenti era una persona che affrontava con ironia i pericoli di una vita dedicata agli altri: si svegliava la mattina presto “perché devo fottere il mondo con due ore d’anticipo” , e scherzava spesso anche sulla sua morte. Quando una volta la figlia gli chiese il permesso di andare in vacanza lontano da casa, lui le rispose di no poiché “se mi ammazzano quando sei laggiù come ti raggiungo?”

Secondo Fiammetta Borsellino la mafia sarà sconfitta quando i giovani la rifiuteranno: ecco perché bisogna parlare di mafia, conoscere e studiare questa realtà, mettere in atto comportamenti virtuosi, a partire da quando si è piccoli!! Il bullismo è un fenomeno che riproduce tante delle modalità che caratterizzano la mafia, ecco perché bisogna che tutti lo constrastiamo con decisione e coraggio. Tacere davanti ad un bullo significa essere omertosi, e l’omertà è uno dei tasselli che tengono in piedi la Mafia!!!

Siamo felici e onorati di aver partecipato a questo evento, e ci auguriamo che questo articolo faccia riflettere tanti ragazzi e tante ragazze come noi .

A fine incontro, è stata data a tutti i presenti la possibilità di fare domande, e noi abbiamo chiesto come Fiammetta si sentisse ad essere la figlia di un giudice tanto importante per la lotta contro la mafia, quanto a rischio di essere ucciso.

La sua risposta ci ha molto colpito: suo padre ha sempre voluto vivere e ha permesso alla sua famiglia di essere libera, senza che la paura avesse mai il sopravvento. E questo è il messaggio che più di tutti portamo con noi: vivere sempre, secondo giustizia e senza paura!

Adelinda Vurro e Antonio Trentadue

GAE AULENTI

Avete mai sentito parlare di Gaetana (meglio conosciuta come Gae) Emiliana Aulenti? I vostri genitori e gli adulti in generale sicuramente sì, ma tra noi ragazzi forse questa signora non è tanto nota. Beh, dovete sapere che fu una delle prime architette e art designer non solo italiane ma internazionali e che con la sua attività voleva trasmettere un messaggio, ossia che anche le donne possono e devono farsi valere in campi tradizionalmente dominati dagli uomini.

Nata il 4 dicembre 1927 e morta il 31 ottobre 2012, visse parte della sua giovinezza durante il terribile periodo della seconda guerra mondiale. Un giorno la sua scuola e tutti i luoghi che lei amava furono distrutti da un bombardamento. Fu allora che Gae, non sopportando la vista delle macerie, fece una promessa a se stessa: “Un giorno ricostruirò tutto”. E infatti, quando la guerra finì, studiò come architetta, diventando una delle poche donne coinvolte nella ricostruzione dell’Italia.

Le sue idee sull’architettura sono davvero affascinanti: Gae considerava l’architettura soprattutto come un modo per manipolare lo spazio con la luce; e proprio la luce, soprattutto quella naturale, era per lei fonte di ispirazione, tanto che diceva spesso che “una finestra di giorno è una bellissima lampada”. Quando le chiesero di trasformare la vecchia stazione Gare d’Orsay di Parigi in un museo (il famosissimo Museo degli Impressionisti) progettò un edificio con tantissime vetrate che lasciassero fluire la luce esterna, in modo che i quadri esposti potessero cambiare “a seconda del cielo di Parigi che è un cielo di nuvole in movimento, di luci abbaglianti”. Non è emozionante sentire queste parole?

Se non avete mai visto le opere di Gae, vi consigliamo di cercarle sul web (o, meglio, di andarle a vedere dal vivo) e di godervi lo spettacolo! Tra le altre vi indichiamo, per esempio, le sue numerosissime ristrutturazioni, come quella di Palazzo Grassi a Venezia, delle ex Scuderie del Quirinale a Roma, del Piazzale Cadorna a Milano, del Palazzo Branciforte a Palermo.

Chiudiamo questo nostro breve articolo con una frase davvero significativa di Gae:

“Mi fa imbestialire la ghettizzazione in genere, a cominciare da chi dice: come architetto ho preso una donna”.

Rita Capurso, Emanuela Gusman

A LEZIONE DI STORIA? CON ALESSANDRO BARBERO Si’, GRAZIE!

Se non avete ancora assistito ad una lezione di storia di Alessandro Barbero, non perdete altro tempo: cercatelo su You Tube e vi innamorerete dei suoi avvincenti racconti come è successo ai miei compagni e a me.
La sua lezione sui Guelfi e i Ghibellini è stata davvero una scoperta! Studiarli dai libri di storia è una vera tortura, diciamolo pure, e tanta fatica non porta neppure a capire bene chi mai fossero e cosa facessero questi signori … Ma con Barbero è stata tutta un’altra storia (è il caso di dirlo)!!! Lui ne parla con tanti riferimenti alle vicende contemporanee, spiega che non si trovavano solo a ,Firenze, che a volte convivevano (non pacificamente) nella stessa città e altre finivano per prevalere gli uni sugli altri (come accadde, per esempio, proprio a Firenze, che finì nelle mani dei Guelfi) e soprattutto sottolinea il fatto che, al di là del fatto che appoggiassero il Papa o l’imperatore, il loro scopo era sempre quello di arraffare potere e denaro (un po’ come capita ancora oggi tra le diverse parti politiche che si fronteggiano in politica e in affari…).
Oltre a lezioni e conferenze, Barbero ha di recente realizzato per Rai Storia il bellissimo programma, “1492”, che racconta in un modo davvero speciale l’anno che ha segnato non solo la scoperta dell’America ma anche il passaggio dal Medioevo all’età moderna.
Questo approfondimento ha catturato la mia attenzione e mi ha anche divertito molto: Barbero, infatti, immagina come all’epoca, se fossero esistiti i giornali, i giornalisti avrebbero commentato gli avvenimenti. Gli eventi storici del 1492 vengono raccontati attraverso interviste immaginarie a personaggi dell’epoca: Abraham Zacuto, astronomo e scrittore ebreo; Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, “i re cattolici”; Torquemada, il grande inquisitore; il predicatore Savonarola; la compagna di Cristoforo Colombo; il marinaio Giacomo Rimo; Rodrigo Borgia, ossia Papa Alessandro VI; Amerigo Vespucci; un Indios. Tramite la loro
testimonianza, Alessandro Barbero racconta ciò che accade in quell’anno: la scoperta del “Nuovo Mondo” da parte di Cristoforo Colombo, la resa di Granada e il regno dei “re cattolici” di Spagna, la morte di Lorenzo il Magnifico, l’Italia ricca e corrotta, l’inquisizione di Torquemada e la cacciata degli Ebrei dalla Spagna.
E così scopriamo il carattere testardo di Cristoforo Colombo che, avendo bisogno dell’approvazione della regina Isabella di Castiglia per il fatto che il viaggio nell’Atlantico prevedeva il passaggio ttraverso i proti del suo regno, la supplicò di appoggiarlo e non si arrese davanti al suo iniziale rifiuto. Grazie alla sua ostinazione il navigatore genovese riuscì ad ottenere due navi, la Nina e la Pinta; poi un finanziatore gli diede una terza nave, ed egli poté partire alla volta delle Indie… o
meglio dell’America!!!
Oltre alla scoperta dell’America, giustamente ricordato come un fatto epocale nella storia moderna, nel suo programma Alessandro Barbero ci vuole far capire che ci furono altri due eventi importanti nel 1492: la “Reconquista” della penisola iberica da parte dei “re cattolici”, che cacciarono dalla Spagna meridionale il sultano arabo di Granada, e l’editto che imponeva agli Ebrei di lasciare la terra di Spagna come era già avvenuto prima in Egitto, in Inghilterra e in Francia.
Con il suo modo accattivante, chiaro e anche divertente di raccontare questi come altri eventi storici Alessandro Barbero fa in modo che la storia ci rimanga impressa nella mente. Consiglio a tutti di ascoltare le sue lezioni e di guardare i suoi video: sono pronto a scommettere che anche chi non ama la storia non potrà fare a meno di appassionarsi.

Alberico Nigri

I CALCOLATORI UMANI

Ciao a tutti!

Quello di cui vorrei parlarvi oggi è una notizia che secondo me ha dell’incredibile.

Essa riguarda il fatto che spesso l’atteggiamento dell’uomo è in contraddizione con le sue azioni. Mentre si accingeva a compiere la missione che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’umanità e coronare il sogno di tanti – andare sulla Luna -, per quella stessa missione l’uomo usava alcune donne di colore come computer umani, tanto da essere chiamate calcolatori umani.

Alle stesse era impedito di usare i bagni comuni e anche gli spazi dove pranzare; avevano delle zone dedicate esclusivamente alle persone di colore.

Anche davanti alla straordinarietà di queste donne, che erano scienziate con capacità fuori dal comune, – basti pensare che si occupavano dei calcoli per le traiettorie, delle finestre di lancio, delle rotte di ritorno per i primi voli spaziali con esseri umani a bordo -, la rigidità mentale portava a pensare a loro come esseri inferiori solo perché donne di colore, persone con cui non condividere nulla, ma da utilizzare solo come macchine.

Allora mi chiedo: a cosa serve il progresso se i pregiudizi rimangono gli stessi di mille anni fa?

Conoscere queste realtà credo che possa servire a noi giovani a far sì che si cambi e a capire che tutti gli esseri umani sono uguali.

Massimiliano Figliuolo

COSTANTINO FERONI: IMPRENDITORE E PIONIERE DEL MOTOCICLISMO BARESE

C’è un proverbio che dice: non tutti i mali vengono per nuocere.

Ed infatti, durante i giorni del 2020, quando eravamo tutti chiusi in casa a causa del lockdown, mio nonno Sabino ha aperto la scatola dei ricordi tirando fuori documenti e foto di famiglia che, alla fine, hanno dato vita ad un piccolo capolavoro.

È nato, infatti, un volume ricco di memorie e fotografie che raccontano la storia del mio bisnonno Costantino Feroni (che poi è anche il nome del mio papà!), un uomo conosciuto da tantissime persone a Bari, in particolare dagli appassionati di motociclismo.

Ancora oggi, molto spesso mi capita che quando sentono il mio cognome mi chiedono: “Ma tu sei la nipote di Sabino Feroni, figlio di Costantino, della Moto Guzzi?” ed io rispondo: “Si, sono io!” un po’ come i soliti ignoti… 😊

Per me è davvero molto strano che tutti conoscano mio nonno e il mio bisnonno. Immagino abbia fatto grandi cose e la mia immaginazione è divenuta realtà quando ho letto il libro scritto da mio nonno Sabino.

Anzi, più che leggendo, direi osservando le immagini del volumetto che raccontano la Bari di un tempo e le avventure di Costantino, foto che trasmettono sentimenti di amicizia, passione, gioia, laboriosità, amore per il lavoro e per la famiglia.

Ma chi era, Costantino Feroni?

Costantino nacque nel 1905 a Bari. Entrò da piccolissimo nell’officina di famiglia e imparò rapidamente il mestiere del padre, diventando poi bravo meccanico e ciclista; nel 1924, padre e figlio diventarono concessionari per la vendita di motocicli e ricambi della ditta Gilera di Arcore.

Negli anni successivi, Costantino, dal rapporto di fiducia con la Gilera passò a quello con la Moto Benelli di Pesaro e soprattutto, dal 1947, con la Moto Guzzi di Mandello del Lario, collaborazione che sarà fondamentale per il giovane imprenditore barese.

Finalmente, dopo il periodo difficile della guerra mondiale, il Sud iniziò a svilupparsi e le aziende locali e gli enti iniziarono, grazie anche alla concessionaria Guzzi di Feroni, ad acquistare motociclette, scooter, motocarri.

Intanto, grazie alla passione e alla tenacia dei Feroni, venivano costantemente organizzate esposizioni alla Fiera del Levante a Bari, sfilate di moto sul lungomare, gare motociclistiche, come la mitica Milano-Taranto, iniziata già nel 1937, e in molti baresi si diffuse la passione per le motociclette.

Mio nonno mi ha raccontato che negli anni ‘50 c’era il premio sponsorizzato dai Feroni “Il Galletto al miglior Galletto” che univa città, calciatori e imprenditori: il Galletto era il modello di punta della Moto Guzzi, e Galletto era anche il miglior giocatore del Bari, votato da giornalisti e tifosi che, al termine del campionato, riceveva in omaggio il“piccolo bolide” dell’epoca (nella foto sotto si vede la premiazione del portiere del Bari Enzo Magnanini da parte di Costantino Feroni).

Nel 1965,  Costantino e i figli Sabino, Gaetano e Nicola avviarono un altro importante rapporto professionale, diventando prima agenti e poi concessionari della Piaggio di Pontedera (che, nel 1967, presentò al pubblico lo storico ciclomotore “Ciao”) e sempre con la Moto Guzzi.

Un avvenimento molto importante nella vita del mio bisnonno fu l’incontro, nel 1972, con l’indimenticabile Aldo Moro all’ Expo-Sport di Bari: Moro visitò lo stand Moto Guzzi, intrattenendosi con Costantino sulla nuova creazione della Guzzi, la mitica V-7 California (vedi foto sotto).

Costantino Feroni morì nel 1988, lasciando ai figli Sabino e Nicola il compito di portare avanti la tradizione di famiglia. Lo stesso anno nacque il “Motoclub Costantino Feroni”. Nel 2003, infine, proprio Gilera, Guzzi e Piaggio si riunirono, insieme ad altre aziende minori, in un supergruppo motociclistico.

Adesso spetta a noi eredi del cognome Feroni continuare a raccontare al mondo con orgoglio quanto fatto dalla nostra famiglia.

Greta Feroni