CURIOSANDO NELLA CIVILTA’ NIPPONICA

Prima parte~

Konnichiwa! (こんにちは – Ciao in giapponese formale)

In questo articolo volevo parlarvi della civiltà nipponica (日本 – Nihon,Nippon=Giappone, l’origine del sole), quindi se siete interessati all’argomento, o anche solo curiosi, continuate a leggere シ

Il Giappone è un arcipelago distante quasi 10.000 km dall’Italia, conta più di 6.000 isole e isolotti: è molto diverso dai paesi occidentali ai quali siamo abituati, per ambiente, territorio, abitudini, lingua e religione e anche moneta (la sua valuta è lo Yen -¥ – 1€ equivale a 136,71 yen-)!!

Viene anche chiamato spesso “Il paese del Sol Levante” a causa del fatto che si trova ad est rispetto al nostro punto di osservazione, cioè dove “si leva” il sole, ma gli sono stati attribuiti anche altri nomi: uno dei più antichi è “Wa” (scritto col kanji ),  nome non certo gradito ai giapponesi perché significa “obbedienti” e richiama anche, per similitudine, “”,  cioè “nano, basso”.

東京= Tokyo = La capitale (東) a Est (京)

Per molto tempo Tokyo è stato un semplice villaggio di pescatori chiamato “Edo”, centro politico e culturale durante lo shogunato dei “Tokugawa” (1603-1868 ). Oggi conta circa 38 milioni di abitanti e possiede l’area metropolitana più popolosa al mondo.

Una curiosità: i giapponesi possono godere del treno più veloce al mondo (Shinkansen – 500 km/h max, la velocita’ massima consentita però è 320 km/h ), di ben 13 linee metropolitane e più di 800 stazioni!

Unica accortezza da seguire è evitare le ore di punta (mattina= 7:30-9:00, sera= 17:30-19:30) per non trovarsi travolti da un fiume di persone (soprattutto ora che c’è il problema-Covid)!!!

Come capirsi semplicemente con dei gesti

Parlare giapponese, lo sappiamo tutti, è molto difficile, dal momento che sono ben tre le “lingue” utilizzate: Hiragana (caratteri fonetici utilizzati come suffissi, particelle grammaticali e parole prive di kanji corrispondente), Katakana (caratteri fonetici utilizzati per le parole di origine straniera o per le onomatopee) e infine i Kanji (i famosi ideogrammi di origine cinese, belli ma difficili da memorizzare). Secondo il Ministero dell’Istruzione i Kanji di uso comune sono 2136!

E’ utile, allora, conoscere modi alternativi per comunicare e conoscersi, uno di questi è Inchinarsi.

La profondità dell’inchino dipende dal rango della persona con cui si sta comunicando. Mi spiego meglio: quando ci si rivolge ad una persona di rango superiore, si usa fare un inchino di 45 gradi, per scusarsi, si fa un inchino di 30 gradi (ma anche di 45 gradi, se la situazione è seria …) e infine per salutare un amico basta fare un lieve inchino di 15 gradi o un cortese cenno della testa! E’ importante ricordare che la testa deve essere allineata con la schiena, mani e piedi devono stare fermi.

I Giapponesi sono così abituati ad inchinarsi che li vedrete inchinarsi anche mentre parlano al telefono o mentre scrivono in una chat (per esempio di WhatsApp).

Un altro modo per comunicare senza usare la lingua è “Leggere L’aria” (Kuki Wo Yomo), questa abilità consente nel capire cosa succede e comportarsi adeguatamente.

I Giapponesi sono molto gentili e, anche se sono adirati, offesi o anche solo contrariati, non lo mostreranno mai davanti al diretto interessato: se riuscirete ad adattarvi a questo modo di relazionarsi, sarete magicamente apprezzati, in caso contrario non mancheranno le occhiatacce !

Il sushi non è l’unica cosa che si mangia

La cucina giapponese è una delle più sofisticate e salutari al mondo e i giapponesi, anche a tavola, sono soliti seguire una precisa etichetta:

Mai conficcare le bacchette in verticale sulle ciotole di riso (pare porti sfortuna!),

Mai prendere il cibo altrui,

Mai indicare i cibi con le bacchette,

Pulirsi sempre le mani con la salvietta che starà sempre vicino a voi (Oshibori – nome giapponese)

PronunciareItadakimasu” all’inizio di ogni pasto (sarebbe il nostro “buon appetito”!) PronunciareGochisousama Deshita” (grazie per l’ottimo cibo), se si è ospiti di qualcuno.

Ovviamente ci sono molte altre abitudini interessanti, ma per non annoiarvi non ve le scrivo (le regole, si sa, alla lunga sono noiose).

Potrà sorprendervi, ma in Giappone non si mangia sempre il Sushi! Eh sì, contrariamente a quanto crediamo, il sushi si mangia solo in occasioni speciali e …è uno dei pochi alimenti che possono essere consumati con le mani!

Un’altra pietanza molto comune sono i noodles, spesso utilizzati come base per altri piatti: gli Udon (spessi spaghettoni di grano), i Ramen (di origine cinese, li conoscerete sicuramente se avete visto l’Anime Naruto), e infine i Soba (tagliolini di grano saraceno giapponesi). Piccola curiosità: avete presente, come ho citato prima, l’anime “Naruto”? Ecco, il protagonista, che si chiama come l’Anime, ama il ramen, e ho scoperto che il suo nome indica proprio un ingrediente del ramen (la rotellina), mentre “Uzumaki” (il cognome del personaggio) significa “mulinello, vortice”. Cercando su google, si può trovare l’esistenza di un fiume chiamato “naruto” che tende a formare dei vortici fino a 20m di diametro!!

Giuliana Buono

AGGRAPPATEVI, SALTATE, PRENDETE, INTERAGITE, RAGIONATE, MA SOPRATTUTTO CADETE IN… HUMAN FALL FLAT!

“Mai un puzzle mi ha fatto ridere così tanto” game critics.com

“Human Fall Flat” è un video gioco sviluppato dalla No Brakes Games e pubblicato dalla Curve Digital nel 2016. E’ disponibile per Nintendo Switch, Linux, Android, Playstation 4, Playstation 5, Xbox One, IOS, Microsoft Windows, Xbox series X\S, Google Stadia e Classic Mac Os. 

Il gioco, candidato al “LOGIN Award for Game of the Year”, è un rompicapo in terza persona costituito da 14 livelli, che premiano l’esplorazione e l’ingegnosità. Tra i livelli spicca quello “Laboratory”, ovvero il livello “Laboratorio”. Le modalità di gioco sono 3: in solitaria, con due giocatori in locale, o in multiplayer fino a 8 giocatori tramite connessione Wi-Fi. Le risate sono assicurate! Il vostro personaggio, chiamato “umano”, può essere personalizzato intervenendo su 3 parti del corpo (testa, busto e gambe): basta selezionare con il pulsante “costumize” (=personalizza). Si può anche cambiare il modello del personaggio: possiamo scegliere il “None” (=Niente), “Legacy body”, “Mummy” (=Mummia), “Dog” (=Cane), “Penguin (=Pinguino) e molti altri. Si possono anche modificare i colori del personaggio, scegliendo tra quelli che più ci piacciono, per esmepio, per gli accessori o l’abbigliamento. Un recente arricchimento dei comandi ha visto l’inserimento del “Toggle”, che si può usare nella modalità con 2  e permette di scambiare il personaggio che si usa spesso con un altro, per la personalizzazione del secondo giocatore.

Nel gioco è permesso l’uso delle mani: la mano destra e la mano sinistra si possono usare per aggrapparsi, tirarsi su, prendere un oggetto, tirare leve, premere bottoni… ma non per arrampicarsi sulle pareti. Si può saltare e infine usare il “Play dead” (=finta morte), con cui l’umano sdraiato per terra si finge morto: questo è un ottimo modo per farsi 4 risate. Una breve spiegazione al nome di questo gioco, Human Fall Flat, che significa “Uomini Cadono Piatti”! Sembrerebbe un’espressione nonsense, invece quando si gioca se ne capisce il senso: quando si cade da un livello, si ritorna nello stesso livello all’ ultimo checkpoint (=punto di salvataggio), dove si cade senza pietà sul duro suolo. Quando si scappa da un livello, bisogna cercare l’uscita simboleggiata con il cartello dell’uscita d’emergenza. Di grande aiuto sono anche i vari veicoli che possono essere guidati con delle leve (generalmente 2) per raggiungere l’uscita.

Aggrappatevi, saltate, prendete, interagite, ragionate, ma soprattutto cadete, in Human Fall Flat!

Noi invece, ci rivediamo in un nuovo articolo. Alla prossima!

Giosuè Bennardo

DANIELE NICASTRO OSPITE D’ECCEZIONE ALLA ZINGARELLI

Giovedì 28 aprile nella scuola Zingarelli alcune classi terze hanno incontrato lo scrittore Daniele Nicastro, autore del romanzo che ha dato il via al progetto di educazione civica svolto durante quest’anno scolastico. “Grande”, il titolo del libro, è un romanzo di formazione che ha accompagnato le nostre lezioni e i nostri dibattiti tra alunni e professori, i quali si sono immersi nella lettura e si sono affezionati ai personaggi. L’argomento principale potrebbe sembrare la mafia, tematica tutt’oggi ancora molto attuale, ma dietro la trama si nasconde un avvincente racconto di formazione che trasmette preziosi valori, soprattutto a noi ragazzi. 

Luca, un ragazzino che vive in Piemonte, viene costretto dai genitori a rinunciare alla vacanza con i suoi amici per andare a trovare la nonna malata in un piccolo paesino della Sicilia, di cui i suoi genitori sono originari… Qui passerà tutta l’estate e incontrerà un ragazzo di nome Mario, dal cui modo di fare Luca è affascinato: impennare sul motorino, avere tanti amici intorno che obbediscono a qualunque cosa lui dica, tante ragazze, serate mozzafiato… L’indole da adolescente ribelle di Luca, lo spinge ad avvicinarsi a questo mondo, facendo quello che secondo lui è da grande, senza nemmeno accorgersi del grosso rischio a cui va incontro. Luca inizialmente non se ne accorge, perché immagina che la mafia sia qualcosa di molto lontano dal vissuto quotidiano, cioè  che sia solo quella che si legge nei libri o si vede nei film… Nemmeno le prediche del cugino Paolo, un ragazzino responsabile e obbediente (l’opposto di Luca), sono servite a fargli cambiare idea, essendo ormai accecato da quel subdolo ambiente! Eppure, essendo Luca intelligente, percepisce che qualcosa non va, ma non riesce ad ammetterlo a se stesso, perché non vuole rinunciare a ciò che ha conquistato. Da qui nasce l’interessante trama, interessante e coinvolgente…

Come in tutti i libri dell’autore, è stato descritto e delineato un bel percorso di crescita della maggior parte dei personaggi, trattando valori che noi ragazzi dovremmo imparare per crescere e diventare davvero grandi!

Dal romanzo è stato tratto anche un film, girato interamente da due giovanissimi registi e recitato da piccoli attori che hanno fatto un passo in avanti per realizzare il loro sogno ed entrare in questo nuovo mondo.

Daniele Nicastro è stato gentile e disponibile nel raccontare degli aneddoti inediti che si celano dietro le vicende dell’estate di Luca e abbiamo avuto anche l’occasione di consegnargli un cartellone con la nostra analisi dei personaggi e i disegni di come li immaginiamo.

È stata una bellissima esperienza e soprattutto il libro ci ha insegnato davvero tanto! Ognuno di noi dovrebbe prendere spunto dalla crescita di Luca.

Nicole Ida Nitti

disegni di Davide Troccoli

APOCALYPSE

Capitolo sei

Mi svegliai nel mezzo della notte, quando Sayu venne ad avvertirci di un attacco improvviso. KIkka mi ordinò di svegliare Aesira, che stava ancora dormendo appoggiata alla mia spalla. Quanto avrei voluto non interrompere mai quel momento…

“Aesira, siamo sotto attacco! Svegliati! – le gridai.

“Cosa, moccioso?” – mi chiese lei, ancora mezza addormentata.

“Siamo sotto attacco!” – le ripetei.

Spalancò gli occhi e, appoggiando il braccio al muro, si diede una spinta per aiutarsi ad alzarsi in piedi più velocemente. Afferrò sia il suo sia il mio fucile, che subito dopo mi passò.

“Muoviti, andiamo ad aiutare quelle due!” – mi disse, rivolgendomi uno sguardo che solo lei avrebbe potuto rivolgermi.

“Agli ordini, capitano! – le risposi sorridendo, mentre mi alzavo da terra portandomi la mano destra sulla fronte come si usa fare nell’esercito. Uscimmo fuori e vedemmo Kikka che cercava di proteggere Sayu, visto che non aveva ancora un’arma. Ci avvicinammo a loro, cercando di evitare tutti gli infetti che ci circondavano e sparando all’impazzata. Durante il combattimento ci rendemmo conto che era davvero arrivato il momento di costruire un nostro accampamento difensivo: gli infetti erano molti più del solito e il loro numero era destinato a crescere. Iniziammo a preoccuparci, ma Aesira prese il comando, come sempre. “Ragazzi, calmi! State dietro di me e copritemi le spalle!”

Non smetterò mai di dire che quella ragazza è straordinaria. La ascoltammo, come al solito, per questo ci posizionammo tutti alle sue spalle e continuammo a sparare finché non freddammo tutti gli infetti che ci avevano attaccato. Quando finimmo era già mattina.

“Ragazzi, rimboccatevi le maniche: è qui che sorgerà il nostro accampamento – disse il nostro “capo”.

“Raggio di sole, non vorrei contrastarti ma per costruire un accampamento ci vuole parecchio tempo, soprattutto se dobbiamo starci in quattro” – le feci notare.

Lei si avvicinò pian piano a me, era fin troppo vicina al mio volto.

“Lo so benissimo.” – disse prendendomi per il mento e avvicinando il mio viso al suo – “Solo perché ieri notte ho dormito vicino a te, non vuol dire che io mi sia innamorata, e non vuol dire neppure che tu debba trattarmi come se fossi la tua ragazza! – mi disse mentre lasciava lentamente la presa dal mio mento e lo allontanava dalla sua faccia. Arrossii come non mai… Comunque, anche se mi aveva detto esplicitamente che non mi amava, io non avrei certo rinunciato all’intento di farla innamorare di me; non sono una di quelle persone che si arrendono facilmente: fin da piccolo avevo sempre ottenuto quello che volevo, quindi lo avrei ottenuto anche allora. E a tutti i costi.

Ci mettemmo d’accordo sul formare due gruppi da due per raccattare il materiale che avrebbe potuto servirci per costruire il nostro accampamento; io finii in squadra con Sayu. Per comunicare fra noi usammo degli auricolari che avevamo trovato nella città attraversata il giorno precedente e decidemmo di andare a rubare qualcosa in alcuni accampamenti abbandonati che avevamo visto prima di arrivare al trullo. Kikka aveva proposto di occuparli e farli diventare nostri, ma ci sarebbe voluto troppo tempo per renderli di nuovo abitabili, e poi probabilmente sarebbe stato necessario anche cacciare i banditi che vi ci erano rifugiati prima di noi. I banditi non erano infetti, né facevano parte di alcun accampamento: erano soltanto persone che non sapevano cosa fare della loro vita e non volevano impegnarsi più di tanto, così tiravano avanti derubando gli altri.

Visto che Sayu non aveva un’arma, decisi che l’avrei protetta fino a che non ne avesse trovata una. Mi chiedevo come avesse fatto quella ragazza a sopravvivere per tutto per quel tempo senza potersi difendere. Avrei voluto domandarglielo, ma non mi sembrò il momento giusto per farlo.

Entrammo nell’accampamento cercando di non fare rumore, proprio per evitare di attirare l’attenzione di eventuali banditi. Vicino all’ingresso trovammo un ripostiglio; con l’aiuto del fermaglio per capelli di Sayu, riuscimmo a forzare la serratura e ad entrare. Lì dentro c’era il finimondo! Scatole su scatole, armi appese alle pareti, banconote nei comodini e molti altri oggetti. Ovviamente io e Sayu ci ficcammo tutto quello che potevamo nelle tasche e lei, finalmente, trovò un fucile e delle munizioni in modo da potersi difendere da sola. Dopo poco mi accorsi di una strana cassa situata in un angolo buio del magazzino; preso dalla curiosità mi avvicinai. Notai che sulla cassa c’era uno strano simbolo, una specie di “logo”: una bomba con un cerchio rosso attorno. Quell’immagine mi sembrava familiare, ero sicuro di averla già vista da qualche parte. Cercai di aprire la cassa, ma tutti i miei tentativi si rivelarono del tutto inutili. Mentre cercavo disperatamente di forzare quel misterioso contenitore, Sayu mi si avvicinò.

“Scusa James,ma cosa stai facendo?” – mi chiese sottovoce per paura dei banditi.

“Sto cercando di aprire questa cassa, ma non ci riesco…” – le risposi.

“Spostati, ci provo io.”

Mi spostai riluttante: se io non ero riuscito ad aprire quella brutta cassaccia, figuriamoci se ci sarebbe riuscita lei! E invece…Le bastò qualche spinta qua e là e… clic: aperta! Rimasi senza parole.

“Mi sa che sei un po’ fuori allenamento, James. Forse dormire con Aesira ti ha fatto un brutto effetto! – mi disse con un’aria piuttosto divertita.

“Che dici, vogliamo continuare a parlare di come ho dormito e dei miei sentimenti verso Aesira, o ci diamo da fare e guardiamo cosa c’è dentro questa benedetta cassa?” – le risposi infastidito.

Detto questo sposta lo sguardo sul fondo della cassa: vidi una siringa piena di un liquido verdognolo.

“Ma non ha senso: qua dentro c’è solo una siringa, perché la cassa è così grande?!”

Urlò Sayu innervosita.

“Zitta! Non gridare! Forse si tratta di qualcosa di importante!”

Presi la siringa e la misi in una delle tasche dei miei pantaloni, ormai stracolme. Continuavo a pensare a quel logo: dove lo avevo già visto?

Frugammo un altro po’ in giro e poi ci dirigemmo all’uscita del ripostiglio sperando di fare brutti incontri, ma la fortuna non fu dalla nostra parte. Ad un tratto, infatti, sentimmo dei passi provenire da fuori e subito ci nascondemmo dietro alcune scatole vicino all’entrata.

”Ho saputo che ci sono dei ragazzi che girano da queste parti – stava dicendo un uomo di cui riuscii a vedere soltanto la grossa pancia (ma come faceva ad essere così grasso? Non credo che a questo mondo ci siano persone che mangino talmente tanto da diventare così enormi!).

“Sì, l’ho saputo anche io. Se li incontrassimo, pensi che potremmo derubarli? – chiese un altro individuo, molto più magro del primo. Sembravano gli aiutanti del cattivo di uno di quei film che vedevo da bambino, dove c’erano sempre il cretino grosso e il suo compare ancora più cretino magro.

“Certo Rob, che domande fai?!” – gridò l’altro. Io e Sayu non sapevamo che pesci prendere. Stavo per andare in panico: io sono quella classica persona che, se le dicono di stare in silenzio, si mette a ridere fino alla morte. Sayu, che ormai aveva capito che ero k.o., prese il controllo della situazione, accese il suo auricolare e provò a contattare Aesira e Kikka.

“Ehilà! Avete trovato qualcosa di utile?” – chiese Aesira.

“Noi abbiamo trovato tantissima roba!” – continuò Kikka.

“Ragazzi, siamo in difficoltà: ci sono dei banditi che ci bloccano la via per tornare a casa – disse Sayu con un filo di voce  per non farsi sentire dai banditi.

“Avete le vostre armi? Usatele! – disse Kikka.

“Ma così finiremo per attirare anche l’attenzione di altri banditi! – replicai io.

Intanto Bob e Rob, o come caspita si chiamavano, continuavano a parlottare delle loro cose. Abbastanza stupide, direi.

“Ragazzi, non perdetevi d’animo! Siete in gamba! Sparategli e andatevene via il più  velocemente possibile.” – proseguì Aesira – “Noi siamo già arrivate al trullo e abbiamo già iniziato a costruire, ma di questo vi parleremo dopo.”

Beh, in quella situazione non potevamo che fare due cose: o rimanere lì e aspettare chissà quanto prima che quei due se ne andassero, o sparare e scapparcene più veloci della luce. Per quanto riguardava me, non mi andava di aspettare ancora tanto tempo chinato, mi facevano troppo male le caviglie! E credo che la stessa cosa valesse per Sayu quindi, senza dare una risposta a Aesira, ci precipitammo a sparare contro quei due.

“Ma che diavolo…?!” Il ciccione che doveva chiamarsi Rob non fece neanche in tempo a finire la frase che fu colpito da uno dei miei proiettili.

“Brutti mocciosi! Avete frugato nel magazzino, non sapete contro chi vi siete.. – cominciò a dire lo stecchino, ma non fece in tempo a finire la frase: finì stecchito sul pavimento pieno di sangue, freddato da Sayu.

Io e la mia amica non aspettammo un minuto: ci mettemmo subito a correre più veloci che mai, attraversammo il portone dell’uscita e ci dirigemmo al trullo. Mentre correvo pensavo a cosa, o meglio a chi si stesse riferendo lo stecchino umano: contro chi ci eravamo messi? Forse io e Sayu avevamo sbagliato a prendere quella siringa?

Gaia Brunetti

LA GUERRA NON E’ SEMPRE SOLO UN GIOCO

Possiamo affermare quasi con certezza che tutti i ragazzi che possiedono una console per videogiochi hanno almeno un  videogame di guerra.   Questi, infatti, sono tra i passatempi più comuni tra i ragazzi, e spesso fanno vivere in prima persona epoche o eventi storici della vita dell’uomo.

Negli ultimi anni, hanno conquistato il favore dei videogamer perché offrono la possibilità, anche se virtuale, di correre, vincere, sfogarsi, insomma, ma anche di aumentare la propria capacità di progettare secondo un ragionamento strategico. La realtà immaginata e trasmessa dallo schermo diventa qualcosa di vissuto in prima persona, e chi gioca finisce per sentirsi un soldato pronto a combattere e fare di tutto per aiutare i propri compagni con l’unico obiettivo della vittoria!

Uno dei nostri videogame di guerra preferiti è “ Fortnite”, il gioco di sopravvivenza in cui 100 giocatori combattono l’uno contro l’altro finché uno solo dei protagonisti, dopo aver ucciso tutti i suoi rivali, resta l’unico vivo e vince.

In questi giorni, però, vedendo le immagini della guerra in Ucraina, dei bombardamenti e della gente che soffre e muore, ci riesce difficile divertirci giocando a questo gioco che fino a poco tempo fa appariva entusiasmante…

La guerra, purtroppo, non è sempre solo un gioco, e forse, sarebbe giusto sostituire i videogame di guerra con altri giochi, per rispettare tutti coloro che la guerra la vivono veramente e non per divertimento.

Gabriele Capriati e Aurelio Zonno

RECYCLE AND CREATE #2

Benvenuti amici ad un nuovo articolo della rubrica “Recycle and create”!

La creazione che vi proporrò oggi è legata al dolce più amato e conosciuto della Pasqua, la ricorrenza che da poco ci siamo lasciati alle spalle.

Tutti noi, a Pasqua, non vediamo l’ora di scartare e gustare le uova di cioccolato, ma i bellissimi involucri che le ricoprono finiscono sistematicamente nella spazzatura, contribuendo all’inquinamento del nostro pianeta … 

Oggi vi propongo un’idea giocosa e divertente che rallegrerà le vostre giornate primaverili e ventose, magari in riva al mare o nel verde: l’AQUILONE PASQUALE!

Occorrente:

  • 2 bastoncini tubolari di plastica leggera
  • involucro plastificato dell’ uovo 
  • spago
  • filo da pesca
  • rollino di un filo
  • nastri colorati
  • scotch
  • forbici

Procedimento

Stendiamo l’involucro colorato dell’uovo di cioccolato su un tavolo e, con le mani, eliminiamo tutte le pieghe. Prendiamo i 2 bastoncini di plastica leggera, grandi quanto le diagonali del rettangolo dell’incarto e, sovrapponendoli, realizziamo lo scheletro dell’ aquilone, fissandoli al centro con uno spago.  Appoggiamo ora l’involucro colorato del nostro uovo sulla sagoma dell’aquilone e fissiamola attentamente, con del nastro adesivo.

Per rendere più robusto il nostro aquilone, rinforziamo i quattro vertici dei bastoncini sempre con dello scotch.

Annodiamo al centro dell’aquilone il filo da pesca avvolto al suo rollino

Abbelliamo il nostro aquilone applicando dei nastrini colorati ai vertici; questi, vibrando nell’aria, lo renderanno ancora più bello.

Il nostro aquilone è pronto…. ora possiamo divertirci a farlo volare nel cielo blu!

La cosa bella è che nessun altro avrà un aquilone uguale al nostro che sarà un manufatto originale e, cosa ancora più importante, rispettoso della natura!

Giosuè Bennardo

A SCUOLA NEL REGNO UNITO

La scuola italiana funziona, non funziona, è datata, è in fase di transizione, è …. E la scuola degli altri paesi europei? Come è organizzata e come funziona?

In questo articolo vi parlo del modello scolastico del Regno Unito e delle differenze con quello italiano; chissà che non possiamo prendere qualche idea interessante …

Le scuole inglesi si dividono in maintained (scuole statali) e independent (scuole private). Sin dal XIX secolo il sistema scolastico del Regno Unito crede fortemente nella decentralizzazione delle decisioni in materia di istruzione: sono infatti le Local Education Authorities (LEAs), 96 in tutto il paese, che amministrano tutto il sistema e si occupano di garantire che l’istruzione pubblica gratuita venga fornita in modo adeguato in tutto il Paese.

Non è quindi il Ministero della Pubblica Istruzione (Department for Education & Skills, fondato soltanto nel 1964) a occuparsi in maniera diretta delle scuole, come accade in Italia, nonostante esegua costantemente controlli.

GLI ORDINI DEL SISTEMA SCOLASTICO INGLESE SONO TRE, COME DA NOI:

-Primary Education (Istruzione primaria): riguarda la fascia di età che va dai 4/5 agli 11 anni. L’obbligo scolastico parte dai cinque anni, ed è suddivisa in tre tipi:

   infant (5 -7 anni), junior (7- 11 anni), junior e infant (5 -11 anni)

Secondary Education (Istruzione Secondaria): l’istruzione secondaria copre la fascia dagli 11 ai 16 anni, età a cui termina l’obbligo scolastico.

Tertiary Education (Istruzione Terziaria): l’istruzione superiore non è obbligatoria, ma una percentuale vicina al 90% del totale degli studenti continua a frequentare la scuola fino ai 18 anni, quando si consegue il diploma, necessario per iscriversi all’università.

IL NATIONAL CURRICULUM

Più di vent’anni fa, nel 1988, l’Education Reform Act ha introdotto un programma comune a tutte le scuole per quel che concerne le materie fondamentali; a 7 e 11 anni gli studenti sostengono esami di inglese, matematica e scienze. Le scuole private sono esentate dal seguire le direttive della scuola pubblica, ma solitamente adottano anch’esse quello che viene definito il National Curriculum.

Il National Curriculum è formato da diverse fasi chiave (key stages) e 10 materie: 3 materie chiave (inglese, matematica e scienze) e 7 materie propedeutiche (informatica, storia, geografia, musica, arte, educazione motoria, lingua straniera).

SCUOLA SUPERIORE

L’istruzione superiore è strutturata secondo un sistema stabilito nel 1938, e poi migliorato e perfezionato nei decenni successivi. 

Si tratta di un sistema tripartito: ci sono le Grammar School (i nostri licei), le Technical School (gli istituti tecnici) e le Modern School (gli istituti professionali). Quelle che invece sono chiamate Public School di pubblico hanno ben poco, perché sono scuole private solitamente destinate solo a un’elite. Le LEA territoriali nel secondo dopoguerra proposero di estendere la Grammar School alla totalità degli studenti: dal momenti che non potevano accogliere tutti gli studenti, vennero istituite le Comprehensive School.

Le giornate scolastiche sono organizzate in modo autonomo dalle singole scuole, cosa che non avviene nel nostro Paese,  ma la giornata scolastica tipo è più o meno questa: lezione dalle 9 alle 12, pausa pranzo e poi altre due ore di lezione nel pomeriggio. In alcune scuole, soprattutto quelle private, era obbligatoria la divisa fino al conseguimento del cosiddetto GCSE (cioè fino ai 16 anni), ma dagli ultimi due anni non è più obbligatorio indossarla nemmeno nelle scuole private.

GLI INSEGNANTI

Per esercitare la professione gli insegnanti sono tenuti a ottenere la qualifica del Department for Education and Skills e a essere registrati al General Teaching Council. Dopo un periodo di prova solitamente gli insegnanti hanno contratti a tempo indeterminato. Gli stipendi sono regolati da un contratto nazionale, ma ci sono retribuzioni supplementari in base ai risultati, cosa che non accade in Italia. Le scuole possono dare premi, incentivi e gratifiche per trattenere i professori più bravi. Il contratto di base degli insegnanti prevede 1265 ore di servizio annuali.

Le ore settimanali di lavoro sono circa 37. La busta paga annuale di un insegnante del Regno Unito è di circa 32 mila euro, in Italia invece un insegnante guadagna circa 23 mila euro all’anno.

Nonostante gli insegnanti italiani non siano pagati quanto quelli inglesi offrono comunque un’istruzione di qualità che permette agli alunni italiani di competere con quelli degli altri stati. 

Purtroppo però, molti degli studenti più in gamba si trasferiscono all’estero per avere possibilità lavorative migliori, in questo modo l’Italia perde ogni anno molte menti per le quali ha investito le proprie risorse.

Sara Medici

APOCALYPSE

Capitolo 4

La giornata passò velocemente tra chiacchiere e combattimenti contro gli infetti, sempre pronti a contagiarci. Ad un tratto, camminando tra le strade della città, ci rendemmo conto che stavamo per finire le scorte di cibo. Sparare agli infetti e cercare persone che si volessero unire a noi in quella stranissima avventura non era affare da poco: nulla di strano che ci fosse venuta fame. Cercando qua e là, fui la prima ad adocchiare quello che era stato un piccolo supermercato; la sua insegna era molto rovinata, ma si riusciva ancora a leggere la scritta “Conad”. Feci segno a James e Kikka di raggiungermi all’entrata.

“Oh Dio, qui ci venivo sempre da bambino con mia madre!”- esclamò James correndo verso di me. Non appena mi fu più vicino allargò le braccia come per abbracciarmi, ma con mio grande stupore mi prese in braccio e mi fece fare una giravolta. Anche se non lo dimostrai, quel gesto mi piacque e mi piacque la felicità con cui lo aveva fatto: mi ricordò quello che spesso faceva mio padre, quando mi prendeva in braccio da bambina tornato dal lavoro. Arrivata anche Kikka al piccolo supermercato, iniziò a provocare sia me sia James: “Piccioncini, entriamo? Magari là dentro potremo trovare qualcosa di buono da mangiare!” James arrossì e io fui tentata di darle un pugno, ma non sarebbe servito a niente in quella circostanza.

“Sì, entriamo!” – disse James fiondandosi all’interno del negozio e trascinando anche me e Kikka con forza. Appena entrati, notammo i vecchi carrelli della spesa tutti insieme in un angolo e degli alti scaffali pieni di cibo probabilmente scaduto, ma che poteva comunque farci comodo. Infondo quel posto per noi era una specie di paradiso! C’era tantissimo cibo!

Prendemmo talmente tante scatolette di tonno, merendine e anche pasta che oramai non c’era più spazio per altro nei nostri zaini. Ma eravamo tutti e tre ben consapevoli che quel cibo ci sarebbe bastato solo per una settimana, non avremmo dovuto allontanarci troppo da quella città. Mentre stavamo per uscire soddisfatti, sentimmo un rumore provenire da dietro le casse che un tempo le commesse usavano per agevolare la vendita dei prodotti del supermercato. Presi d’istinto il mio fucile e mi girai di scatto verso le casse, posizionando il mio braccio destro davanti a Kikka e James per non farli avvicinare. Quando mi girai vidi una ragazza con capelli castani e una maglietta con su scritto “Sono solo un otaku girl”; aveva una faccia a dir poco spaventata ed era seduta a terra con il braccio appoggiato al bancone della commessa. Gli altri erano rimasti immobili, finché KIkka non si avvicinò a quella ragazza spostando di poco il mio braccio: cercai di bloccarla, ma fu inutile. Le si avvicinò e si chinò verso di lei.

“Stai bene?!” – le chiese con aria preoccupata ma con il viso dolce e il tono calmo.

“Non fatemi del male! Non sono armata come voi!” – gridò la ragazza allontanandosi spaventatissima da Kikka. Abbassai il mio fucile, visto che la ragazza non era armata e non sembrava volerci assalire.

“Come ti chiami?” – le domandai , riponendo il fucile dietro la schiena.

“Mi chiamo Sayu Haruyato” – mi rispose con voce tremolante

“Vuoi unirti a noi?” – intervenne Kikka con tutto il suo entusiasmo.

“Unirmi a voi?” – ripetè lei.

“Sì, unirci a noi! Vogliamo creare un accampamento, così gli infetti non ci potranno più dare troppo fastidio! – Disse Kikka porgendole la mano.

Sayu sprizzò felicità da tutti i pori:

“Davvero posso venire con voi? Sul serio? Non devo più stare da sola in questo supermercato!?”

Kikka l’abbracciò:

“Certo!!!” – Sayu ricambiò l’abbraccio.

Io e James ci guardammo e riuscimmo a capire l’una cosa stesse pensando l’altro: “Ne abbiamo trovata un’altra, e anche parecchio strana come Kikka”.

Mentre quelle due si abbracciavano sul pavimento come se fossero due bambine dell’asilo che si incontrano di nuovo a scuola dopo le vacanze estive, mi avvicinai a loro e le aiutai ad alzarsi da terra.

“Andiamo, forza! Guardate che l’accampamento non si crea da solo”.

Gaia Brunetti

SOGNANDO LA PACE: I BAMBINI DELL’ANNA FRANK CONTRO LA GUERRA

Lunedì 4 aprile dalle ore 8.30 alle ore 13.00 i bambini della scuola primaria Anna Frank faranno sentire la loro voce, nel vero senso della parola! I nostri piccoli grandi alunni, infatti, manifesteranno la loro contrarietà alla guerra e il loro desiderio di pace con un’esecuzione corale nel corso di una manifestazione dal nome significativo, SOGNANDO LA PACE, che si terrà nello spazio esterno della scuola.

“Gli eventi bellici, tristemente noti a tutti, non potevano lasciare indifferente la nostra istituzione scolastica” – ha dichiarato la maestra Carla Diacono che, insieme al maestro Antonio Amato, dirigerà il coro di voci bianche dell’Anna Frank.

L’impegno e l’entusiasmo dimostrato dai bambini nella preparazione dell’evento è stato particolarmente apprezzato dalla Dirigente della nostra scuola, Manuela Baffari, che ha accolto e sostenuto fin da subito l’iniziativa proposta dai docenti e dalla comunità scolastica.

Lo stesso evento sarà occasione per dimostrare concretamente la nostra solidarietà e la nostra vicinanza alle popolazioni che stanno soffrendo a causa della guerra: durante le esibizioni canore, infatti, sarà attivata una piccola raccolta fondi a cui tutti i docenti, i genitori e quanti vorranno fermarsi ad ascoltare potranno liberamente aderire. In questo modo speriamo che la “voce” dei nostri bambini riuscirà davvero ad arrivare proprio lì dove è più necessario che sia udita.

Nostra compagna sarà la musica che, in questo difficile momento storico, ha sicuramente un forte potere e che può aiutarci a costruire un nuovo futuro. La nostra scuola, i nostri maestri, i nostri genitori ma soprattutto i nostri bambini ci credono fermamente, così come credono che è possibile sognare un mondo diverso, di pace e confronto, di rispetto e amore.

A lunedì!

Rosa D’Apolito e Adriana Cianci

ADOLESCENZA E DISAGIO

La scheda informativa sul tema della salute mentale dei ragazzi redatta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a novembre 2021, ha rilevato che a livello globale tra i 10 e i 19 anni, 1 adolescente su 7 soffre di un disturbo mentale. I più comuni, ansia, depressione e disturbi comportamentali, sono tra le principali cause di malessere e disabilità dei ragazzi. Il suicidio, invece, è la quarta causa di morte nei giovani tra i 15 e 19 anni. Questo dimostra come il mancato trattamento dei primi sintomi di instabilità mentale negli adolescenti possa portare alla compromissione della loro salute fisica e mentale, limitando le loro opportunità di condurre una vita appagante.

La pandemia ha pregiudicato ancora di più la salute degli adolescenti, in modo particolare dei ragazzi compresi nella fascia 12-18 anni. Secondo i dati di un vasto studio internazionale, il malessere psichico dei minori si è aggravato, con un aumento di rabbia, noia, difficoltà di concentrazione, stress, disturbi del sonno, senso di solitudine e di impotenza. Per non parlare di come la socialità sia stata limitata a causa delle restrizioni e dei lockdown, causando un malumore generale rilevante.

A nome di tutti i ragazzi, riteniamo le nostre emozioni siano degne di attenzione. Troppo spesso gli adulti non considerano come dovrebbero il nostro stato emotivo, trascurando il malessere che proviamo e concentrandosi su questioni di minore importanza. La pressione psicologica a cui sono sottoposti gli adolescenti per soddisfare le aspettative che la società impone è alta, e li induce a pensare che sia necessario un cambiamento della loro persona, o l’omologazione ad uno standard che secondo loro è quel che più si avvicina ad una perfezione inesistente che, ovviamente, non potranno mai raggiungere. Siamo governati da concetti inventati dal nulla e sui quale basiamo la nostra intera esistenza, concetti difficili da demolire come i muri di cemento armato.

Il nostro messaggio è forte e chiaro: le conseguenze della disattenzione nei confronti del disagio che gli adolescenti sperimentano ogni giorno sono molteplici e soprattutto preoccupanti, e solo talvolta si manifestano apertamente. Se si continuerà a non prestare la dovuta attenzione alla salute mentale e fino a quando le fragilità dei ragazzi non riceveranno supporto, le ripercussioni saranno gravissime…

Gli adolescenti devono essere ascoltati, devono poter far sentire il loro grido di aiuto. Vogliamo fortemente sensibilizzare i nostri coetanei a non sottovalutare la propria sofferenza e a non vergognarsi se, nel corso della loro crescita, si renda opportuno fare ricorso ad uno specialista.

Chiara Caldarola, Giada Del Re (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)