PLASTICA OMICIDA: PLANET, NO PLASTIC!

Spero che non vi siate persi l’interessantissima mostra fotografica Planet or Plastic, che si è tenuta al Teatro Margherita fino al 22 marzo.
Ero al corrente della pericolosità della plastica per il nostro pianeta, ma devo dire che molte delle cose che ho appreso visitando Planet or Plastic sono state per me del tutto inaspettate, anzi, sconvolgenti!
Per esempio, voi sapevate che in Cina risiede il più grande mercato della plastica? Ci sono più di 70.000 stand che vendono un incredibile numero di oggetti realizzati interamente in plastica: dalle piscine gonfiabili alle posate per la cucina, ai fiori artificiali. Oltre a questo, che già di per sé è inquietante, in Cina in ogni tipo di negozi è presente una quantità sbalorditiva di questo materiale omicida…
E sapete che ogni anno vengono buttate in mare più di otto tonnellate di plastica???
La mostra fotografica è stata per me un vero e proprio tour alla scoperta di pericoli a volte ignoti.
Per fortuna le notizie non sono state solo negative e ho tirato un po’ il fiato ammirando i negozi indonesiani che hanno sostituito la plastica con materiali naturali.
Le buone notizie, però, non sono state molte, e la seconda sezione della mostra riportava foto di esseri viventi letteralmente distrutti dalla plastica: mi ha colpito molto il bambino in mezzo a tante, anzi, tantissime mascherine. Secondo alcune stime, durante il picco della pandemia sono state usate e gettate sulla riva del fiume, in un solo mese, circa 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti: questo è veramente inquietante e allo stesso tempo incredibile!
Un’altra fotografia che davvero mi è restata impressa nella mente è “Shedbird”, il piccolo albatro di Laysan, morto soffocato per aver mangiato troppa plastica, come ha affermato la scienziata CynthiaVanderlip.
Nell’ultima parte della galleria, forse per lasciare un po’ di speranza a noi poveri visitatori, erano visibili tutte le industrie che cercano di smantellare più plastica possibile: purtroppo tutta quella eliminata dal 2016 è solo un quinto di tutta quella esistente a livello globale…
Sono uscito dalla mostra con un pensiero fisso in testa, e proprio con questo pensiero desidero concludere il mio articolo: PREFERIAMO LA VITA E IL PIANETA ALLA PLASTICA!!!

Nathan Amodio

RECYCLE AND CREATE #2

Benvenuti amici ad un nuovo articolo della rubrica “Recycle and create”!

La creazione che vi proporrò oggi è legata al dolce più amato e conosciuto della Pasqua, la ricorrenza che da poco ci siamo lasciati alle spalle.

Tutti noi, a Pasqua, non vediamo l’ora di scartare e gustare le uova di cioccolato, ma i bellissimi involucri che le ricoprono finiscono sistematicamente nella spazzatura, contribuendo all’inquinamento del nostro pianeta … 

Oggi vi propongo un’idea giocosa e divertente che rallegrerà le vostre giornate primaverili e ventose, magari in riva al mare o nel verde: l’AQUILONE PASQUALE!

Occorrente:

  • 2 bastoncini tubolari di plastica leggera
  • involucro plastificato dell’ uovo 
  • spago
  • filo da pesca
  • rollino di un filo
  • nastri colorati
  • scotch
  • forbici

Procedimento

Stendiamo l’involucro colorato dell’uovo di cioccolato su un tavolo e, con le mani, eliminiamo tutte le pieghe. Prendiamo i 2 bastoncini di plastica leggera, grandi quanto le diagonali del rettangolo dell’incarto e, sovrapponendoli, realizziamo lo scheletro dell’ aquilone, fissandoli al centro con uno spago.  Appoggiamo ora l’involucro colorato del nostro uovo sulla sagoma dell’aquilone e fissiamola attentamente, con del nastro adesivo.

Per rendere più robusto il nostro aquilone, rinforziamo i quattro vertici dei bastoncini sempre con dello scotch.

Annodiamo al centro dell’aquilone il filo da pesca avvolto al suo rollino

Abbelliamo il nostro aquilone applicando dei nastrini colorati ai vertici; questi, vibrando nell’aria, lo renderanno ancora più bello.

Il nostro aquilone è pronto…. ora possiamo divertirci a farlo volare nel cielo blu!

La cosa bella è che nessun altro avrà un aquilone uguale al nostro che sarà un manufatto originale e, cosa ancora più importante, rispettoso della natura!

Giosuè Bennardo

RINASCITA. UN ALBERO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Rispetto all’anno passato, nel periodo fino al 17 aprile, le donne vittime di omicidio in Italia sono diminuite: nel 2021 erano trentatré, mentre quest’anno sono ventinove. È certamente una buona notizia, ma teniamo a mente che, nonostante il piccolo progresso, ci sono state comunque ventinove donne, che sono anche madri, figlie, sorelle e mogli ma soprattutto donne, persone non hanno bisogno di appartenere a qualcuno per avere un’identità, che hanno perso la vita. Ventisette di queste donne sono state uccise in ambito familiare o comunque da persone a loro affettivamente vicine, e quindici da partner o ex partner.

E’ davvero scoraggiante prendere atto del fatto che ancora nel 2022 delle donne siano costrette a temere ogni giorno per la propria vita, a causa del controllo psicofisico e del privilegio che gli uomini mantengono su di loro.

Noi, però, non smettiamo di lottare affinché la situazione cambi radicalmente in meglio, e proprio per questo dobbiamo conoscere e sostenere iniziative come quella promossa dal Cav (Centro Antiviolenza dell’assessorato comunale al Welfare), sostenuta dalla 2Night Spa e intitolata “Rinascita. Un albero contro la violenza sulle donne”.

Mercoledì 29 dicembre sono stati piantati sette alberi di melograno nei pressi di luoghi che ospitano dei servizi del welfare del Comune di Bari (tra Japigia, Torre a Mare, Carbonara, San Pio, San Paolo e l’Ortodomingo di Poggiofranco) e sono stati donati 3.600 euro per sostenere azioni di sensibilizzazione proprio sul tema della violenza sulle donne.

Questa apparentemente piccola azione vuole divulgare un messaggio molto significativo, un messaggio di cura e di speranza: sprona le donne a denunciare le violenze che subiscono, a non sentirsi sole e a credere fortemente che è possibile rinascere e avere una vita migliore, una vita piena di speranza e libertà. Durante la stessa giornata sono state distribuite anche 200 bustine di semi con annesse tutte le informazioni per contattare il Cav di Bari.

“Così come è importante prendersi cura di un seme, affinché, un poco alla volta, grazie alla cura di tutti, diventi un albero, così è importante prendersi cura di se stessi e quindi anche denunciare qualsiasi tipo di violenza, in modo da vivere al meglio” dice Francesco Panebianco, direttore commerciale della 2Night Spa.

Io e un altro ex alunno dell’I.C. Zingarelli siamo andati a visitare l’Ortodomingo e la dottoressa Maria Panza ci ha lasciato scattare qualche foto all’albero, che ora è nel pieno della sua crescita e, nonostante le nuvole, splende simboleggiando il coraggio di tutte le donne.

Anna Chiara Pizzutilo

TUTTI I POPOLI SORRIDONO NELLA STESSA LINGUA

C’è il sole oggi in Orto Domingo e non c’è il vento … che delizia per l’evento in programma “Tutti i popoli sorridono nella stessa lingua”. Un incontro davvero entusiasmante e commovente.

Gli ospiti di varie origini (Albania, Kazakhstan, Brasile, Mauritius) e di varia età (a partire da un delizioso ragazzino albanese di 13 anni) ci hanno coinvolti ed emozionati nell’ascolto delle loro storie ed entusiasmato nel godere della loro vena artistica espressa nella danza, nel canto e nella recitazione. Tutto questo accompagnati dalla musica e dalle canzoni del bravo e sensibile amico Massimo De Dominicis. Gli ospiti Eusebio, Fatmira, Iris ed Irina hanno portato la propria testimonianza, descrivendo cosa li rende felici qui in Italia, su quanto si sentano cittadini del mondo e su quello che pensano e desiderano fare per migliorare il pianeta che tutti noi abitiamo. Ogni intervento è stato toccante e fra i tanti presenti si è formata una magica onda d’amore che ci ha fatto sentire quanto in fondo siamo un’unica famiglia … la famiglia umana.

Flora Ruggieri La Notte

LE RCU DI BARI, LA CITTA’ CHE PARTECIPA

“La città che partecipa”, di Anna Materi, è un libro che racconta l’esperienza delle Reti Civiche Urbane nella città di Bari.

Le RCU (come ha spiegato l’autrice venerdì 4 marzo nella bellissima cornice del Museo Civico)  nascono dall’impegno di gruppi di cittadini baresi che, attraverso una serie di iniziative socio-culturali, hanno deciso di contribuire concretamente alla vita della città.

Tali iniziative,  coerentemente il forte senso di appartenenza al quartiere che caratterizza il sentire di noi baresi, si sono realizzate nell’ambito di alcuni quartieri.

L’idea delle Reti Civiche Urbane prende spunto dalla convinzione che, affinché gli individui partecipino in modo attivo allo sviluppo della propria città, si debba uscire da una logica assistenziale di soddisfacimento del bisogno da parte dell’amministrazione: se una comunità si riunisce e si dà uno scopo, metterà in campo tutto il proprio impegno al fine di raggiungerlo. Il mezzo e lo scopo saranno indissolubilmente legati e l’obiettivo verrà centrato.

Quando la comunità decide di organizzarsi e di essere parte attiva per la realizzazione dei propri bisogni, allora trova davvero la propria identità. E’ quindi la partecipazione che fa la differenza: il capitale sociale, cioè il capitale umano che coopera, non si esaurisce, come qualsiasi altro capitale, ma al contrario, attraverso l’”uso” e la pratica, si autoalimenta.  Questo è proprio ciò che sta avvenendo nella nostra città dal momento in cui il Comune ha pubblicato  il bando sulle RCU.

In 100 giorni, si sono tenuti  incontri che hanno coinvolto tantissimi cittadini che si sono confrontati facendo emergere i propri bisogni e cercando strategie per realizzarli.

Da giugno 2019 si tengono in tutto il territorio eventi di cui i cittadini stessi sono protagonisti. Purtroppo, le scuole non sono intervenute in maniera significativa, tranne in qualche caso, forse anche per l’arrivo della pandemia, a causa della quale i lavori delle diverse Reti hanno inevitabilmente subito un rallentamento pur senza fermarsi.

Abra Lupori, della Rete di Carbonara- Santa Rita, ha parlato delle RCU come di un’opportunità grandiosa, uno strumento democratico in cui per la prima volta hanno potuto partecipare insieme sia enti del terzo settore sia i cittadini. Ha raccontato con entusiasmo della Casetta di Mary Poppins, che ha ridato vita ad un luogo ormai fatiscente, trasformandolo in uno spazio meraviglioso per i bambini e le bambine di Carbonara e dell’intera città.

La rappresentante della Rete di Torre a Mare e San Giorgio ha evidenziato come l’attività del suo gruppo si sia sviluppata attorno a tre luoghi simbolo del quartiere che vive di due anime, quella della meravigliosa luce sul mare e quella tormentata dal degrado: la Torre, Calafetta, la meravigliosa terrazza sul mare completamente abbandonata, e Cala San Giorgio. “C’è stata una grandissima voglia di esserci, di fare, di mettersi a confronto con gli altri”, ha sottolineato. Durante la pandemia, questa voglia di esserci si è concretizzata in attività di supporto psicologico ai cittadini in difficoltà e di supporto didattico ai bambini con la DAD.

“L’obiettivo di far uscire di casa le persone e di farle sedere allo stesso tavolo a discutere è stato raggiunto” , ha sottolineato il rappresentante della Rete di Carrassi, San Pasquale e Mungivacca: e di questi tempi, ci sembra davvero un grande obiettivo anche quello!

Mattia Sbiroli e Beatrice Stallone

LE DONNE E LA CITTADINANZA ATTIVA.

Tutto è iniziato quando venerdì 4 marzo siamo andati come inviati speciali al Museo Civico di Bari per assistere alla presentazione del libro La città che partecipa, scritto da Anna Materi, web writer, vincitrice di concorsi letterari, scrittrice di componimenti poetici e brevi racconti.

Questo libro è nato come sviluppo della tesi di laurea in Sociologia Generale dell’autrice, e rappresenta la conclusione di un lungo percorso di lavoro collettivo – il progetto Reti Civiche Urbane del Comune di Bari – realizzato con l’obiettivo di creare un’identità cittadina attraverso la partecipazione attiva dei cittadini alla città, per sviluppare appunto la cosiddetta “cittadinanza attiva”.

Partecipando alla presentazione, non abbiamo potuto fare a meno di notare che la maggioranza dei relatori era composta da donne ed essendo passato da poco l’8 marzo, cioè la Giornata Internazionale della Donna, ci è venuto spontaneo riflettere sull’importanza della figura della donna come cittadina attiva che partecipa consapevolmente alla vita sociale.

Per cittadinanza attiva si intende l’adesione consapevole della persona alla vita cittadina e il suo pieno inserimento nelle reti di quei diritti e doveri che sono fondamentali per essere cittadini; significa contribuire pienamente alla comunità di riferimento grazie ad un reale e interessato senso di partecipazione. E allora la riflessione ci ha portato indietro nel tempo, a considerare come soltanto alla fine dell’Ottocento in Italia siano stati riconosciuti alle donne alcuni di quei diritti fondamentali a cui abbiamo accennato: come il diritto all’istruzione, ad esempio, ottenuto soltanto nel 1874, quando alle donne fu consentito l’accesso ai licei e alle università; o come il diritto ad avere un’identità propria, garantito con la Legge Sacchi del 1919, che abolì la potestà maritale e consentì alle donne l’accesso ai pubblici uffici; o il diritto ad entrare nella magistratura (alla quale fu consentito l’accesso solo nel 1963), nella politica e nell’esercito (dove si potè accedere solo nel 1999).

E come possiamo dimenticare che il suffragio femminile fu autorizzato in Italia solo il 10 marzo 1946, data non troppo lontana da oggi? Nè è troppo lontano il tempo in cui la donna viveva esclusivamente all’ombra di un uomo – il padre, il marito, o addirittura il figlio – e non godeva di nessuno dei diritti giuridici, economici, civili riservati agli uomini, rimanendo esclusa dalle più elementari attività sociali. Sono stati necessari tanti anni e tante battaglie coraggiose perché finalmente le donne cominciassero ad avere quelle possibilità che gli uomini hanno sempre avuto di diritto.

E nonostante tutto, ancora oggi non si può dire purtroppo che ci sia una vera e propria parità di genere: rimane sempre un gap sociale – il “gender gap” – ed esistono fenomeni come il cosiddetto “glass ceiling” (che significa letteralmente “soffitto di cristallo”), ossia l’insieme di tutte quelle condizioni che non permettono alle donne di progredire nella carriera professionale e di ricevere gli stessi stipendi degli uomini che occupano le loro identiche posizioni.

Per ridurre queste differenze sociali tra i diciassette obiettivi dell’Agenda 2030 (il nuovo quadro di riferimento globale per l’impegno nazionale e internazionale, teso a trovare soluzioni comuni alle grandi sfide del pianeta), troviamo al quinto posto la parità di genere. Si punta ad “avviare riforme per dare alle donne uguali diritti di accesso alle risorse economiche così come alla titolarità e al controllo della terra e ad altre forme di proprietà, ai servizi finanziari, eredità e risorse naturali, in conformità con le leggi nazionali” e a “garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica”.

Beh, da quanto abbiamo visto e sentito durante la presentazione de La città che partecipa, l’esperimento delle Reti Civiche Urbane ha visto come protagoniste importantissime e preziose proprio le donne: appassionate, volitive, dinamiche, attive e sempre più consapevoli e partecipi della vita cittadina in una società che ha ancora tanto da migliorare nell’ambito dei diritti femminili.

Giulia Vergari e Alessandro Iuliano

SENZA LE DONNE NON SE NE PARLA. La provocazione di Luisa Torsi a Log@Ritmi

Gli scienziati che hanno fatto la storia della scienza? Einstein, Newton, Galilei… Tutti uomini. E le donne? Luisa Torsi, professoressa ordinaria di chimica all’Università di Bari, vincitrice di numerosi e prestigiosi premi, è chiara: Senza le donne? Non se ne parla.

Durante Log@Ritmi – La provocazione della scienza, festival di divulgazione scientifica arrivato alla sua sesta edizione, Luisa Torsi ci propone la sua prospettiva sulla questione della disparità di genere, soprattutto in ambito accademico.

Le statistiche comunicano l’urgenza e la drammaticità della situazione: dall’inizio del percorso universitario fino alla laurea, la popolazione studentesca è costituita per metà da donne e ciò può essere verificato in tutti i corsi di laurea, tranne che per i percorsi di facoltà STEM (acronimo con cui si indicano le facoltà scientifiche: Science, Technology, Engineering, Mathematics) in cui le studentesse non superano mai il 50%.Con l’avanzare della carriera e l’innalzarsi del ruolo, però, il gender gap aumenta esponenzialmente. La curva decrescente nei grafici corrisponde al periodo della maternità, ancora percepita come una condizione invalidante per la donna. Di tragica rilevanza è anche il problema del gap salariale, presente ancora in moltissimi ambiti del lavoro.

Ma perché le donne hanno ancora difficoltà a raggiungere ruoli apicali, o addirittura la parità rispetto agli uomini? Ciò è dovuto a un retaggio culturale caratterizzato da stereotipi, false credenze e ignoranza, che influenza l’opinione pubblica e il modello di società in cui viviamo.

Negli ultimi decenni, anche grazie alle passate battaglie del femminismo e alle sollecitazioni venute dall’Unione Europea, la condizione femminile è lentamente migliorata, ma la parità di genere non è stata ancora raggiunta: il processo di emancipazione femminile e liberazione della cultura dai modelli maschilisti sta, anzi, rallentando.

Per questo sono necessarie veloci ed efficaci soluzioni – non solo in campo sociale, ma anche politico e giudiziario – che possano far ricredere le menti più ostinate. Ne è un esempio la legge Golfo-Mosca, che introduce un minimo del 22-30% di componente femminile nei consigli di amministrazione delle imprese. “Incredibilmente”, con questa legge, moltissime aziende hanno avuto una grande crescita economica e finanziaria.

Le quote rosa sono poi declinate in ogni ambito della vita e della società: per le scienze, ad esempio, è necessario un aumento della rappresentanza femminile nei convegni (di qualsiasi rilievo), oggi minima, quasi insufficiente. È questo, per esempio, l’obiettivo della campagna No women no panel, portata avanti dalla Commissaria Europea Mariya Gabriel e abbracciata da Luisa Torsi nella sua relazione.

Il sistema delle quote rosa potrebbe apparentemente minare i principi della meritocrazia: si potrebbe pensare che una donna abbia rilevanza politica o sociale o scientifica solo in quanto tale. In realtà si tratta di un modo per far sì che vi sia sempre una eguale rappresentanza di entrambi i generi, che rispecchi la composizione della società civile e contrasti l’anomalia della disparità di questa rappresentanza, riscontrabile a tutti i livelli, dai congressi scientifici ai dibattiti fino alle posizioni apicali ed ai ruoli decisionali in campo lavorativo o politico.

Le donne scienziate (o politiche o giudici…) sono tante e danno importanti contributi al sapere scientifico, ma spesso, proprio perché meno rappresentate pubblicamente, a loro è attribuita minore importanza rispetto a un uomo.

Potrebbe sembrare una disparità di genere al contrario, ma in realtà è il rimedio per riportare in equilibrio i piatti della bilancia.

Luisa Torsi propone, come soluzione più rapida ed efficace alla condanna culturale della società, le donne e le iniziative che le promuovono come immagine e modello di una società femminista: Shefigures è il manifesto delle grandi donne, promosso dall’Unione Europea, che invita tutti i cittadini, uomini e donne, a disinnescare gli stereotipi radicati nelle menti e nella cultura, per creare insieme un nuovo mondo di uguaglianza e diversità, di unicità e collettività.

Miriana Alfonsi

8 MARZO: GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELLA DONNA O FESTA DELLA DONNA?

Vi ricordate che ricorrenza si festeggia l’8 marzo? Per tutti “La Festa della Donna”. Ma è proprio corretto chiamarla così? Sono in pochi a sapere che dietro la superficie (ma anche superficialità) della festa si nasconde qualcosa di molto più profondo, ovvero la Giornata Internazionale dei Diritti della Donna. Ed allora festeggiamo, ma anche, e soprattutto, riflettiamo!

Se oggi, in molta parte del mondo, le ragazze possono indossare pantaloni, andare a scuola, votare, lavorare ed essere indipendenti, è proprio grazie alle ribellioni che alcune donne del passato hanno portato avanti per spezzare i modelli sociali e culturali in cui non si riconoscevano.

Ed allora l’8 marzo diviene il momento per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche, ma anche, purtroppo, le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in ogni parte del mondo.

Perché è stata istituita questa ricorrenza?

Già dall’inizio del XIX secolo le donne di molti paesi iniziarono a lottare contro lo sfruttamento dei datori di lavoro nei confronti delle operaie (sia per quanto riguardava il basso salario che per l’orario di lavoro), contro le discriminazioni sessuali e per ottenere il diritto di voto. 

Le donne, specialmente quelle appartenenti al partito socialista, sia negli Stati Uniti che in altri paesi, iniziarono a lottare con tutte le loro forze, organizzando diverse manifestazioni per ottenere il diritto di voto . A New York, già nel 1910, fu istituito il Woman’s Day. Così, anche in altri paesi, si decise di istituire la Giornata Internazionale dei Diritti della Donna e il 16 dicembre 1977 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose a ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all’anno come la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale.

In questo modo l’Assemblea delle Nazioni Unite iniziò a riconoscere il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe la necessità di porre fine ad ogni discriminazione e di assicurare alle donne una partecipazione paritaria alla vita civile e sociale del loro paese.

Non so se siete curiosi anche voi, ma io lo sono tanto e, alla ricerca di notizie per scrivere questo articolo…

Ho scoperto che dopo la Seconda Guerra Mondiale cominciarono a circolare fantasiose versioni sulle origini di questa ricorrenza, versioni secondo le quali l’8 marzo ricorderebbe la morte di centinaia di operaie in un incendio avvenuto nel 1908, a New York, in una fabbrica di camicie. La suddetta fabbrica pare non sia mai esistita e, probabilmente, la tragedia si sarebbe in realtà verificata (sempre a New York) il 25 marzo del 1911, quando, nella fabbrica Triangle, morirono 146 lavoratori tra cui 123 donne, in gran parte giovani immigrate di origine italiana ed ebraica.

Nonostante le ricerche effettuate da diverse femministe tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta del XX secolo abbiano dimostrato l’erroneità di alcune ricostruzioni, come quella sopra riportata, le stesse vengono ancora oggi ancora diffuse sia dai mass media che dai social network.

Perché l’8 marzo?

L’8 marzo 1917 tantissime donne manifestarono a San Pietroburgo contro la guerra: fu così che la Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia» e la decisione fu seguita da molti paesi dopo l’istituzione della ricorrenza da parte dell’ONU.

In Italia invece la Giornata Internazionale della Donna fu celebrata per la prima volta soltanto nel 1922.

Perché la mimosa?

Ogni anno in inverno c’è sempre un fiore che rompe con i suoi colori il grigiore della stagione e fa venire l’allergia…

La mimosa, meravigliosa pianta dall’acceso colore giallo e l’inconfondibile profumo, è il simbolo della Festa della Donna perché è associata a forza e femminilità. Il vero significato del nome mimosa sembra fare proprio riferimento alla personalità femminile: candore non bianco.

Certamente il suo significato di forza e femminilità può indicare il carattere femminile, così come la morbidezza e la delicatezza dei suoi fiori. Però esiste un momento storico in cui la pianta è diventato il simbolo della Giornata internazionale dei diritti donna: nel 1946 le donne dell’UDI (Unione Donne Italiane), cercavano un fiore per celebrare la prima Festa della Donna dopo la seconda guerra mondiale. Fu così scelta la mimosa perché era uno dei primi fiori a sbocciare a inizio marzo e aveva il vantaggio di essere poco costosa!

SIAMO DONNE… OLTRE LE GAMBE C’E’ DI PIU’….

Greta Feroni

UNO PSICOLOGO DI BASE PER TUTTI.

Da circa due anni, la particolare situazione di emergenza causata dalla pandemia, sta mettendo a dura prova alunni, docenti e genitori.
Dopo mesi di divieti e restrizioni, il ritorno alla normalità, in alcuni casi, si sta rilevando difficoltoso per via di una particolare condizione di malessere psicologico, la cosiddetta “sindrome della capanna” che sta interessando un gran numero di persone e consistenella paura di uscire e lasciare la propria casa, il luogo che per mesi ci ha fatto sentire al riparo da qualsiasi pericolo.
L’impatto che la pandemia sta avendo sul benessere emotivo della collettività è un dato che non può più essere trascurato, soprattutto se si pensa che negli ultimi mesi disturbi quali, ansia, stress, attacchi di panico, incertezza del futuro, sono aumentati in maniera esponenziale insieme alle richieste di supporto psicologico.
I casi di anoressia, che hanno colpito maggiormente giovani ragazzi dai dodici anni in su, sono aumentati di circa il 30% e di conseguenza, numerosi genitori si sono ritrovati improvvisamente dinanzi a situazioni complesse e difficili da fronteggiare con le sole forze del calore familiare.
La mancanza di strutture pubbliche terapeutiche per i casi più gravi di disturbi alimentari, continua a causare notevoli disagi alle famiglie che il più delle volte sono costrette a chiedere ospitalità in centri riabilitativi fuori regione.
Queste patologie portano a turbamenti nella vita della famiglia e molto spesso la sconvolgono determinando cambiamenti in ogni suo componente. I familiari vivono la malattia come un’esperienza di grande sofferenza e di stress e, il più delle volte, soprattutto dopo la diagnosi, percepiscono la sensazione di perdere il controllo.
In questi casi, il contributo psicologico può rivelarsi essenziale per intraprendere un percorso medico che porti verso una piena guarigione, considerando che tali
disturbi non riconosciuti in tempo e non curati, nel peggiore dei casi possono portare anche alla morte.

In alcune scuole, non in tutte, purtroppo, è stato attivato un servizio di supporto psicologico, ma questa misura, da sola, non è sufficiente.
Alcune Regioni, infatti, si stanno organizzando autonomamente per fornire ai cittadini voucher con cui sostenere le spese di un percorso psicologico o psichiatrico (così accadrà nella Regione Lazio), o servizi di assistenza gratuita, come proposto dalla Regione Campania. Anche la Lombardia ha annunciato l’istituzione di una nuova figura medica,“lo psicologo di base”, che, in collaborazione con il medico curante, fornirà prestazioni gratuite a tutti i cittadini che non possono permettersi la spesa di un professionista privato.
Permettere, dunque, ai cittadini di andare dallo psicologo gratuitamente così come si va dal medico ogni volta che si presenta la necessità, oggi è diventata un’esigenza reale.
Sarebbe bello se, alla luce di questa impellenza, anche la nostra regione, come hanno già fatto la Campania, il Lazio e la Lombardia, si attivasse per garantire un’assistenza psicologica di base a tutti.
Sarebbe bello immaginare il medico curante e lo psicologo lavorare insieme all’interno dello stesso laboratorio medico, per fornire a paziente la possibilità di curare corpo e mente, ugualmente importanti per il benessere della persona.
Soprattutto noi giovani chiaediamo a gran voce aiuto: desideriamo tornare a vivere nel migliore dei modi la nostra quotidianità, ritrovare la serenità e la spensieratezza che due anni difficili ci fanno vedere, talvolta, come un miraggio

Nicole Lamuraglia

LO STRAORDINARIO MONDO DELLE PIANTE

Le piante o vegetali fanno parte della nostra vita quotidiana, sono quasi scontate nella loro semplicità, e raramente ci soffermiamo sulla complessità che si nasconde dietro di loro! 
Di solito pensiamo alle piante come oggetti per abbellire la casa, o i nostri spazi esterni, ma queste sono esseri viventi come noi: nascono, crescono, si riproducono e muoiono!

Solo alcuni scienziati decidono di studiare e comprendere tutto ciò che fa parte del meraviglioso mondo dei vegetali: i botanici, che provano a farci conoscere questo mondo fantastico.


La rivoluzione delle piante
Le piante hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere, dalle piccole cose (basti pensare agli oli, ai profumi, alle tisane …) alle grandi cose come le medicine, che hanno salvato e salvano migliaia di vite.
Se ci pensiamo, anche solo guardando i nostri mobili o altri oggetti di vita quotidiana, ci accorgiamo che la maggior parte sono costituiti principalmente da legno. Oppure pensiamo solamente alla carta che usiamo tutti i giorni … anche quella proviene dagli alberi!
Come esempio di tutto ciò che proviene dagli alberi, vorrei parlarvi di un albero che mi ha colpito molto: l’eucalipto.
Ha origine in Australia; cresce soprattutto in foreste alte e aperte, oppure in una vasta gamma di terreni  neutri  e acidi, o in zone a clima subtropicale o temperato.
L’esemplare più “vecchio” ha raggiunto i 200 anni e i 70 metri d’altezza!
L’eucalipto è in grado di resistere al fuoco e l’olio che si può ricavare da esso è infiammabile, infatti la sua corteccia e le sue foglie sono un combustibile molto utilizzato.
Inoltre quest’albero straordinario, una volta bruciato, apre le capsule che si trovano all’interno della corteccia, rilasciando i semi, i quali germogliano sul terreno che, essendo pieno di cenere, è fertile e  favorisce quindi  la crescita delle piante.
I vegetali non sono solo quelli che vediamo sulla terraferma, ma ce ne sono anche nell’acqua; proviamo a pensare alle alghe: esse sono indispensabili per la vita acquatica e hanno dato origine a molti esseri viventi fornendo loro l’ossigeno necessario; sono vegetali semplici, dai colori e dalla forma variabili a seconda della specie.

Le piante hanno memoria
Le piante hanno memoria, infatti possono vivere per centinaia di anni immagazzinando e conservando nel legno informazioni chimiche sull’ambiente che le circonda e sui cambiamenti climatici: alcuni scienziati studiano proprio questo!
L’albero più longevo è un pino dai coni setolosi ubicato nelle White Mountains della California che, secondo alcune ricerche, dovrebbe aver raggiunto i 5068 anni.
Non solo le piante possono vivere a lungo, anche in condizioni estreme, ma i loro semi possono essere molto resistenti, basti pensare che sono stati trovati dei semi di pesco fossilizzati risalenti a 700000 anni fa.

Le piante moderne
Poco tempo fa, nel 2017, è stata scoperta una nuova pianta: l’albero Esser degli Inca, scoperto per la prima volta dai ricercatori della Smithsonian Institution e della Wake Forest University. 
Questo albero è originario del Perù e dell’Ecuador; vive nelle foreste pluviali montane a 1800-2400 metri dal mare; raggiunge al massimo 25 metri di altezza.
Di recente è stato inventato un sistema che permette la depurazione dell’aria tramite le piane: un tubo immette l’aria in una teca simile ad un acquario, contenente una pianta che assorbe le sostanze tossiche, poi rilascia l’aria ormai depurata.
Possiamo dire, quindi, che le piante sono dappertutto, hanno segnato la storia del nostro pianeta, influenzando fortemente la nostra vita quotidiana: abbiamone cura!!

Claudia Grassini