“QUI NON SI VENDONO PIU’ BAMBOLE”: INTERVISTA A MICHELE SCIACOVELLI

Il 27 maggio le classi terze della scuola secondaria Nicola Zingarelli di Bari hanno assistito allo spettacolo dell’accademia OltrePalco intitolato “Qui non si vendono più bambole” ispirato al libro di Luigi Garlando “Per questo mi chiamo Giovanni”, sulla vita di Giovanni Falcone.

Tutti i giovani attori e le giovani attrici erano sorprendentemente bravi: non sembrava di assistere ad uno spettacolo amatoriale, ma ad uno spettacolo teatrale di attori professionisti!

Uno di loro, Michele Sciacovelli, è un mio compagno di classe e vederlo muoversi sul palco come un attore “vero” mi ha fatto una grande impressione, tanto che ho deciso di intervistarlo.

Da quanti anni ti dedichi alla recitazione ?

Recito da sette anni e il mio primo spettacolo l’ho fatto in prima elementare, a sei anni, quando ero ancora ignaro che quell’allora piccolo hobby sarebbe diventato la mia passione più grande.

Cosa ti piace del teatro?

Il teatro è un luogo meraviglioso nel quale ti puoi esprimere senza alcun tipo di censura, dove puoi essere tante persone diverse e scoprire che ognuna ha qualcosa del vero te. Il teatro è il luogo delle emozioni, e la cosa più bella è che le provi tu, a volte in maniera davvero travolgente, e poi, man mano che diventi bravo, puoi anche trasmetterle agli altri.

Penso che il teatro sia bello anche perché ti insegna ad andare avanti quando hai un problema e soprattutto ti fa maturare mentalmente grazie ai piccoli ma significativi insegnamenti di ogni copione: questo è il mio modo per esercitarmi ad affrontare le situazioni difficili che mi attendono nella vita reale.

Cosa provi quando sei sul palco e tutti ti osservano?

Quando recito cerco sempre di non pensare a niente che non sia ciò che sto facendo in quel momento, ma quando recitano gli altri, a volte, non riesco a mantenere lo stesso livello di concentrazione e mi capita di pensare alle battute che vengono dopo o al movimento che devo fare, perché voglio sempre dare il massimo e non sbagliare.

Se il pubblico è vicino e sono in un momento in cui recitano gli altri, cerco di guardare le persone che non conosco per non farmi prendere dall’ansia nel vedere amici o parenti, anche se a volte la curiosità di guardare dove sono seduti non riesco proprio  a fermarla …

Alla fine dello spettacolo mi hai raccontato che qualcosa non è andata come avrebbe dovuto; confesso di non essermene accorto. Come sei riuscito a mantenere il controllo tanto da far sembrare che tutto facesse parte del copione?

Ammetto che oggi c’è stato un attimo di panico: il copione prevedeva che tutti noi presenti sul palco gettassimo la giacca a terra, e quando ho notato che la mia non si apriva mi sono agitato tantissimo: ero proprio impanicato, ma, per fortuna, quando si ha una buona memoria ci si può permettere di cambiare le scene e improvvisare, perciò ho sbottonato la giacca piano e l’ho gettata giù mentre parlavo.

Chi è Michele Sciacovelli quando non recita?

Quando non recito sono un ragazzo come tanti, tranquillo e socievole; mi piace molto giocare a pallavolo, ma anche vedere le serie tv.

Credo molto nell’amicizia e infatti ho molti amici con i quali condivido rapporti basati sulla sincerità e l’empatia. Amo il mare.

Cosa consigli ai ragazzi che vogliono intraprendere il tuo stesso percorso? In cosa devono impegnarsi?

Per recitare è necessaria molta determinazione, voglia di imparare, autocorrezione e sopratutto tempo da dedicare alla propria passione.

La cosa bella del teatro è che per farlo “non ci vuole una laurea”, come si suol dire: tutti possono recitare e, con l’impegno e la passione, tutti possono diventare bravi!i

La cosa che mi colpisce ancora quando parlo con chi, come me, ama recitare è che ciascuno è spinto da una motivazione diversa (c’è chi lo fa per esprimere i propri sentimenti, chi per diventare più socievole, chi per passare il tempo) ma, alla fine, tutti  sono uguali perché sul palco finiscono per liberare le mente e il corpo e lasciarsi trasportare solo dall’emozione.

Che messaggio vuoi trasmettere a chi leggerà questa intervista?

Voglio dire a tutti che raggiungere i propri obiettivi è importante, ma  è ancora più importante il percorso fatto per raggiungerli: è proprio quello  che ci rende come siamo oggi e ci aiuterà ad essere gli uomini e le donne di domani-

A volte dobbiamo trovare anche noi il coraggio per dire alla nostra vita e a chi cerca di controllarla: “Qui non si vendono più bambole”!

Federico Trotta

Niccolò Piccinni: un legame indissolubile tra la musica e la città di Bari

Niccolò Piccinni (Vito Niccolò Marcello Antonio Giacomo) nacque a Bari il 16 gennaio 1728 da Onofrio (dal 1719 violinista e contrabbassista nella basilica di S. Nicola e nel 1743 maestro di cappella ad interim) e da Silvia Latilla, sorella dell’operista Gaetano.  È considerato uno dei maestri dell’opera buffa napoletana.

Ricevuta dal padre una prima formazione musicale, si trasferì a Napoli e lì proseguì gli studi nel conservatorio di S. Onofrio; durante questi anni di studio ebbe comunque modo di tornare a Bari per coadiuvare l’attività paterna. Il debutto operistico avvenne nell’autunno del 1754 al teatro dei Fiorentini di Napoli con Le donne dispettose. Nel gennaio 1756 al Nuovo venne allestita la commedia per musica Il curioso del suo proprio danno. Il 13 luglio, nella parrocchia dei SS. Francesco e Matteo, Piccinni sposò la cantante quattordicenne Vincenza Sibilla, sua allieva: il loro primogenito, Giuseppe Maria Onofrio Gabriele, nacque meno di otto mesi dopo. Il 18 dicembre musicò al teatro di S. Carlo la Zenobia del Metastasio. Seguirono L’amante ridicolo deluso e la metastasiana Nitteti.

Consolidata in patria la propria notorietà, Piccinni poté affrontare le scene di Roma nel genere serio: al teatro Argentina il 21 gennaio 1758 fu messo in scena Alessandro nell’Indie, sempre del Metastasio. In quello stesso anno compose La morte d’Abele  e nella stagione autunnale e invernale tornò al teatro Nuovo. Il 6 febbraio 1760 al teatro delle Dame di Roma andò in scena La buona figliuola, dramma giocoso di Carlo Goldoni. Quest’opera, spesso citata sotto il nome di Cecchina (sesto tra i titoli comici d’attribuzione certa, scritto a soli sei anni dal debutto teatrale) delineò in modo decisivo lo stile di Piccinni.

In seguito il compositore barese tenne un ritmo di produzione costante (da 3 a 5 opere buffe l’anno), e, fra il 1760 e il ’70, compose oltre cinquanta fra opere serie e comiche. Queste ultime, dal 1762, cominciarono significativamente a diffondersi in Europa.

Oltre a Giuseppe Maria, Piccinni ebbe cinque figlie e un secondo figlio maschio, che avrebbe poi seguito le orme paterne nei teatri d’Italia, di Parigi e di Stoccolma. Nel 1774 compose il suo più valido e maturo melodramma, l’Alessandro nelle Indie il cui successo determinò, di lì a due anni, il trasferimento a Parigi. Con diciassette opere, egli fu l’autore più frequentemente scritturato al S. Carlo nel XVIII secolo, assieme a Johann Adolf Hasse. Almeno a partire dal 1767 Piccinni fu maestro di composizione al conservatorio di S. Onofrio. Agli incarichi di organista della Real Cappella e vicemaestro della cappella in Duomo, egli affiancò una florida attività privata di docente e di maestro di cappella in vari conventi e istituti religiosi partenopei. Nel 1776 fu chiamato a Parigi. Dopo un primo concerto pubblico, il 29 gennaio i parigini gustarono la versione francese della Cecchina alla Comédie Italienne. Il 19 febbraio fu introdotto alla corte di Maria Antonietta, di cui fu poi maestro di canto e clavicembalo. La collaborazione con Marmontel sfociò nella tragédie-lyrique d’esordio, Roland, eseguita in privato l’11 ottobre 1777 e all’Opéra il 27 gennaio 1778 con ottima accoglienza (26 repliche fino al 28 giugno). Atys fu eseguita a corte il 22 febbraio 1780, il 4 aprile all’Opéra. Il 23 gennaio 1781 andò in scena con esito mediocre Iphigénie en Tauride, resa celebre da una querelle combattuta tra Piccinni e Christoph Willibald Gluck, il musicista boemo autore di una diversa Iphigénie en Tauride data all’Opéra il 18 maggio 1779 (l’opera di Piccinni sarebbe dovuta essere allestita il 15 gennaio 1779). Nel 1782 Piccinni, residente a Méréville, fu nominato direttore della scuola di canto dell’Opéra e avviò così un’intensa attività didattica.

 Durante il periodo parigino la sola opera che riscosse autentico successo fu Didon, anche se altre opere ebbero  ottima accoglienza, ma lo scoppio della Rivoluzione impedì l’allestimento della promettente Clytemnestre. Angustiato da ristrettezze economiche, al rientro in patria il compositore fu mal visto dal regime borbonico. La pensione regia non risolse l’indigenza che lo attanagliò dopo la rovinosa gestione della vendita per procura delle lastre delle sue partiture francesi e dei diritti di rappresentazione. Fallimentare si dimostrò anche il tentativo di tornare a imporsi come autore di drammi seri.

 Dopo il rientro da Venezia, dove nell’autunno 1793 aveva seguito al S. Samuele l’allestimento del «dramma eroico comico» Griselda, Piccinni fu ufficialmente accusato di giacobinismo e messo agli arresti domiciliari per ben quattro anni, durante i quali si limitò a intonare alcuni Salmi e a progettare una fuga da Napoli che concretò infine nel 1799. Lasciata la famiglia e rifugiatosi a Roma, rientrò a Parigi in compagnia d’un membro della legazione francese a Napoli.

Acclamato dai musicisti del neocostituito Conservatoire come un martire della Rivoluzione, ricevette una pensione di sostentamento e a luglio fu raggiunto dai familiari.

Nell’aprile 1800 Napoleone nominò Piccinni ispettore del conservatorio, onorificenza di cui poté godere per meno di un mese.

Niccolò Piccinni morì il 7 maggio 1800 a Passy per un blocco renale. Durante i funerali solenni Jean-François Lesueur lesse il discorso commemorativo, e il trasporto della salma fu accompagnato dalla musica del coro dei Sogni di Atys, con parole opportunamente parafrasate.

A Bari, in suo onore, fu costruito un grande teatro al quale il Comune dette il suo nome, oltre ad una statua in marmo che lo fronteggia e che sembra dirigere dall’esterno la sua musica eterna. Anche il conservatorio della sua città d’origine è a lui orgogliosamente intitolato. Nella città vecchia, la sua casa, è ora diventata un museo.

                                                                                       Miriam Cascione

“STEFANIA” VINCE EUROVISION 2022

Sabato 14 maggio su RAI 1 è stata trasmessa la finale dell’Eurovision Song Contest, una delle più importanti gare canore del mondo, che quest’anno ha avuto luogo proprio in Italia, precisamente a Torino, grazie alla vittoria dell’Italia, lo scorso anno, con il gruppo rock dei Måneskin. Questi ultimi sono tornati come ospiti esattamente un anno dopo, presentando il loro nuovissimo singolo “Supermodel”. 

Oltre ai paesi che fanno parte dei Big 5 (Italia, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna), hanno superato l’ostacolo della semifinale altre 20 nazioni, lasciando purtroppo le altre fuori gioco. 

La serata finale ha avuto un grande boom di ascolti con altissime percentuali di share, trattenendo famiglie di tutto il mondo incollate alla televisione a fare ognuna il tifo per il proprio Paese. Ogni paese europeo ha potuto aiutare la propria canzone in gara attraverso i fatidici 12 punti a disposizione: la classifica parziale, tuttavia, è stata successivamente stravolta dal televoto da casa…

L’Italia, rappresentata dai vincitori di Sanremo 2022, Mahmood e Blancocon “Brividi”, è riuscita a piazzarsi solo al sesto posto in classifica, lasciando gli italiani un po’ delusi. E’ andata meglio alla Spagna, che ha conquistato il terzo posto con “SloMo” di Chanel, al il Regno Unito, secondo posto con “Space Man” di Sam Ryder e all’Ucraina che, con “Stefania” della Kalush Orchestra, ha raggiunto la vetta della classifica.

La canzone vincitrice dell’Eurovision 2022 ha un ritmo allegro  che si presta bene alla trasmissione delle radio, ma dietro c’è un grande significato, tristemente attuale… Il testo è dedicato a tutte le mamme ucraine che, come la mamma del frontman della band,  stanno combattendo per i loro figli. Il suo videoclip rappresenta crude immagini di guerra purtroppo più attuali che mai. Il presidente Zelensky augura al pubblico di riuscire ad ospitare la rappresentazione nel 2023, contento del risultato che il gruppo musicale è riuscito a regalare al popolo ucraino.

La polemica, però, non è mancata… Parte del pubblico accusa i telespettatori di buonismo, avendo fatto vincere l’Ucraina solo per la tragica situazione del popolo causata dal presidente russo Putin (che ha portato alla squalifica del suo Paese per quest’anno).  

Nonostante la terribile situazione politica, cosa ne pensate del decreto finale?

Nicole Ida Nitti

ZINGARELLINEWS AL BIF&ST

Quest’anno abbiamo avuto l’opportunità, in qualità di giornalisti dello Zingarelli News, di partecipare a un evento molto importante per la città di Bari, per il cinema e per la cultura in generale.
Il BIF&ST ha una lunga tradizione, che si ripete con successo da ormai tredici anni.
Vivere la penultima serata del Festival tra le mura di un teatro magnifico, quale il Petruzzelli, è stata un’esperienza che conserveremo nel cuore con piacere. Non solo! Abbiamo assistito all’anteprima del film Goliath, del regista Frèdèric Tellier, una pellicola impegnata sulla denuncia dell’utilizzo da parte di una multinazionale di pesticidi cancerogeni, usati nella coltivazione e dannosi per la salute dell’uomo. Pur non conoscendo il francese, attraverso i sottotitoli, abbiamo apprezzato il tema affrontato: la lotta per il riconoscimento dei diritti dei contadini, che difendono con coraggio la loro terra, contro soprusi e prepotenza. Incalzante il ritmo, bellissima la fotografia, fra primi piani e inquadrature di paesaggi a lungo campo.
Prima della proiezione del film, c’è stata la premiazione dell’attore Vinicio Marchioni a cui è stato conferito il premio Vittorio Gassman; una menzione speciale per l’attrice Carolina Sala per il film Vetro (con la quale abbiamo fatto una foto, per rendere ancora più emozionante la serata!!) e il premio internazionale BIF&ST 2022 come migliore attrice a Irene Virguet per il film La Hija (THE DAUGHTER).
Le luci del teatro, il red carpet, i flash dei giornalisti, tutto ci ha catapultato in un mondo che fino a venerdì sembrava così lontano e irraggiungibile e che invece abbiamo vissuto in poltronissima.
Un meraviglioso modo per crescere!

Swami De Chirico e Alessandra Matarrese

UNO SCHIAFFO DA OSCAR

Sono giorni che sentiamo parlare dello schiaffo che alla notte degli Oscar Will Smith ha rifilato a Chris Rock: un gesto che ha fatto scalpore, quello del celebre attore americano che verrà ricordato più per questo che per il tanto atteso riconoscimento.

Come sempre, per capire davvero ciò che accade, è importante non fermarsi all’apparenza che, certo, condanna il noto attore.

Ho guardato più volte la scena e ho notato che il nostro amato Smith ha dato il famigerato schiaffo al presentatore televisivo dopo una pausa di riflessione. Mi spiego meglio: alla battuta del collega sull’alopecia della moglie, una battuta davvero inopportuna e inaccettabile,  Smith  aveva inizialmente riso; dopo aver visto, però, la triste espressione sul volto di Jada è partito contro l’altro senza esitazione.

E’ facile e scontato condannare il gesto, ma per comprendere davvero la situazione, dobbiamo riflettere sulle radici di questo comportamento e tornare a 45 anni fa, quando Smith, figlio di un padre violento, non poteva difendere la propria madre, che in un’occasione era arrivata addirittura a  rischiare la vita a causa delle percosse ricevute dal marito.

Sono, dunque, d’accordo con quanti hanno letto il gesto di Smith pensando che sia stato causato dal suo vissuto precedente; in quel momento, forse, lo sguardo della moglie gli ha ricordato quello della madre e lui ha fatto ciò che avrebbe voluto fare quando era ragazzo: difendere la donna che amava.  Will Smith ha porto le sue scuse a Chris Rock, cosa che non ho sentito fare a quest’ultimo, il quale non si è scusato con la persona che ha offeso.

La situazione dunque, è complessa: la violenza è sempre e comunque da condannare,  ma penso che Smith abbia avuto un grande coraggio a compiere quel gesto, a costo di rovinarsi forse il momento più bello della carriera.  Penso anche, però, che una donna possa difendersi da sola: forse gli adulti ancora non lo sanno …

Luca delle Grazie

WILL SMITH: LOTTA TRA ISTINTO E PROFESSIONALITA’

La notizia che ha aperto un interminabile dibattito in questi giorni riguarda quello che è accaduto domenica 27 marzo durante la notte degli Oscar.
Il celebre attore Chris Rock, dopo una serie di battute divertenti, ha scherzato anche sulla moglie del famoso attore Will Smith, Jada Pinkett, facendo un riferimento alla somiglianza tra lei e il il Soldato Jane.
L’attrice soffre di alopecia, una malattia che fa perdere i capelli, e Will Smith, innervositosi, si è alzato, ha colpito con sonoro uno schiaffo Chris Rock e dopo essersi rimesso a sedere gli ha urlato a chiare lettere di non nominare più sua moglie.
Io ritengo che lo schiaffo, seppur meritato, sia stato del tutto inadeguato al contesto, essendo stato “elargito” durante una serata di grande importanza e soprattutto in mondovisione. Gli attori sono personaggi pubblici che esercitano una notevole influenza sulle persone, hanno spesso milioni di fans, soprattutto tra noi giovani, e dovrebbero dare il buon esempio, anziché far apparire la violenza come un gesto gentile…

Anche la violenza verbale, però, è violenza e fa male, molto male. Ti entra nella carne come una lama e le ferite non sempre si rimarginano facilmente.

Chris Rock ha usato una gratuita violenza verbale nei confronti di una persona inerme e impossibilitata a difendersi: anche lui, a mio parere, non è giustificabile.

Greta Mesto

UNA CLASSIFICA MOLTO SPECIALE

Da quanto esistono, i film sono parte della vita quotidiana di molte persone. 

Chi di noi non ha mai sognato di essere il personaggio del proprio film preferito?? Uno di quelli forti, che sconfiggono i nemici ed escono vincitori tra mille avversità??

Spider-Man, l’Agente 47, 007, Antonio Montana, Jack Sparrow, Rambo, Rocky, Vito Corleone sono sicuramente tra i preferiti di molta parte del pubblico maschile.

Un’altra cosa che il pubblico apprezza, però, sono le armi usate da questi personaggi. 

E per questo ho deciso di fare una mia classifica delle cinque armi più potenti e belle nei film. 

  • Posizione numero 5: Pistola ad Aria compressa di Anton Chigurh (No country for old men)

In fondo alla classifica abbiamo il nostro caro sicario psicopatico Anton Chigurh. 

Questa pistola (o bombola) usa l’aria compressa per sparare degli stantuffi che, se spararti ad una distanza ravvicinata, diventano letali.

Chigurh durante il corso del film usa quest’arma per rompere le serrature delle porte, e per giustiziare le sue vittime. 

Si trova in questa posizione perché dalla media e lunga distanza, è completamente inutile, e non provoca nessun dolore.

Naturalmente oltre a questa arma, Anton Chigurh brandisce anche un fucile a pompa Remington 11-87 con soppressore, e una pistola semiautomatica TEC-9

  • Posizione numero 4: La motosega di Leatherface (non aprite quella porta) 

Grosso, spaventoso, completamente impazzito … beh, il Leatherface corrisponde a tutti questi aggettivi.

Il Leatherface naturalmente non usa la sua motosega per tagliare gli alberi , ma la usa per scagliarsi e fare a pezzi i poveri malcapitati, e poi prendere le loro facce per creare maschere umane. 

Nonostante la potenza di questa arma, scagliando oggetti contro di lui, puoi  facilmente fargli perdere il controllo della motosega, e magari disarmarlo pure

PODIO:

Posizione numero 🥉: M16 “Little Friend” di Antonio Montana (Scarface) 

Il gangster cubano Antonio Montana si aggiudica con grande onore la terza posizione.

Il suo “Piccolo amico” è un M16 dotato di lanciagranate M203, che il nostro protagonista usa per punire e far esplodere gli assalitori boliviani, durante la parte finale nella sua villa.

Purtroppo anche con il suo M16, Tony alla fine viene ucciso alle spalle, lasciando però una scia di morte ed esplosioni dietro di sé. 

Posizione numero 🥈: L’offerta di Vito Corleone (il Padrino parte 1)

“Gli farò un’offerta che non può rifiutare” La si può leggere come un’offerta o come una minaccia, ma il punto è sempre questo: o accetti, o andrai incontro ad un triste destino. 

Anche se non è un’arma vera e propria, Don Vito Corleone fa intendere le sue intenzioni al rivale in affari, senza il bisogno di armi o di uomini, ma semplicemente dicendo 7 parole. 

Ma soprattutto chi rifiuterebbe la salvezza offerta da “un uomo d’onore” così potente come Don Vito Corleone? 

Primo Posto 🏅: Silverballer  dell’agente 47 (Hitman) 

In prima posizione abbiamo l’assassino geneticamente modificato “47”, con la sua coppia di Silverballer.

Questa coppia di pistole sono basate sulla leggendaria pistola Colt 1911. 

Le principali personalizzazioni sono le incisioni, marchi, e i silenziatori e mirini laser montati sulle 2 armi. 

Queste 2 pistole si trovano in prima posizione, semplicemente perché l’Agente 47 è programmato per fare solo una cosa: uccidere, senza commettere il minimo errore. 

Infatti possiede fisico, agilità e sensi superiori ad un normale essere umano. 

Inoltre è addestrato per avere una grande forza, (riesce a piegare un osso del collo senza il minimo sforzo, e mette KO il nemico con un solo pugno) e per cambiare identità e travestimento in ogni momento. Inoltre possiede un senso unico, “l’istinto” che lo rende più furtivo, e gli fa vedere i bersagli attraverso i muri. 

Sfortunatamente non ci sono modi per contrastarlo o per ucciderlo, quindi meglio non farselo nemico, se non vuoi guardarti le spalle per il resto della tua vita … 

La classifica giunge al termine, spero che vi sia piaciuta!!!

Al prossimo articolo!

Federico Tamma

LA TERRA DEI FIGLI

Il regista del film La terra dei figli, Claudio Cupellini, ambienta la sua storia in uno scenario post-apocalittico: la terra è invasa dalle acque e i pochi sopravvissuti vivono su delle palafitte. I protagonisti sono un ragazzo e suo padre, che cercano di sopravvivere in un mondo ostile.

Il dover provvedere quotidianamente ai propri fabbisogni rende gli individui egoisti e poco disposti ad aiutare gli altri.

In una tale condizione è considerato superfluo insegnare ai giovani perfino a leggere e scrivere e quindi, quando il ragazzo riceve in dono dal padre morente il suo diario segreto, non è in grado di leggerlo. Parte, dunque, alla ricerca di qualcuno che possa aiutarlo a interpretare quanto c’è scritto sul quadernetto e il messaggio che vi è contenuto.

Il protagonista compie il suo viaggio in una società in cui prevale il più forte e in cui i più deboli sono destinati a diventare schiavi o anche cibo per gli altri umani; non a caso egli si imbatte in una ragazza che è tenuta come schiava e che libera, proseguendo il cammino insieme a lei. Ad un certo punto i due vengono catturati e imprigionati; il ragazzo chiede al suo carceriere di leggere il quaderno e quest’ultimo, dopo averlo fatto, li libera e si uccide.

Dalle parole del padre, che con il figlio è stato sempre duro e severo, il protagonista scopre quanto invece lo abbia amato e come il suo comportamento sia stato finalizzato a renderlo più forte, così da poter affrontare la vita che lo attendeva.

Questo film mi ha fatto riflettere su come condizioni estreme di vita possano compromettere l’avvenire dell’umanità. Il mondo rappresentato all’inizio del film è un mondo senza speranza, un mondo dove i bambini vengono uccisi alla nascita e dove ci si riduce al cannibalismo. Il finale, invece, lascia aperto uno spiraglio sul futuro dell’uomo: il carceriere che libera i due giovani, annientando nelle stesso tempo tutti coloro che lo circondano simili a lui e addirittura se stesso, pone le basi di un nuovo inizio e prelude alla speranza di una società più umana.

Giulia Maria Lombardi (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

“PROSSIMO EPISODIO”: perché siamo così attratti dalle serie televisive?

Le serie televisive sono ormai una parte della vita di tutti. A quanti di noi non è capitato di rimanere ore e ore a digitare ripetutamente l’opzione “prossimo episodio” sui siti streaming?

Uno psicologo di nome Robert Zajonc ha studiato proprio l’”effetto familiarità”, cioè l’effetto “più lo vedi più ti piace”. La maggior parte della popolazione che segue le serie tv, infatti, lo fa perché sollecitata dal passaparola delle persone, dalle voci e dai pettegolezzi sugli attori, dalle infinite notizie divulgate dal fandom, la schiera degli appassionati sempre impegnati a creare intorno alla serie che prediligono un alone di interesse e di continua attenzione.

A quanto pare la gente, tra cui io stessa, viene catturata dalle serie tv anche perché si immedesima in esse, talvolta al punto di immaginare che la propria vita sia per certi aspetti simile a quella dei protagonisti e addirittura di vivere negli ambienti dove è stata girata questa serie.

Molte persone, tuttavia, pur non appassionate, continuano a guardare le serie Tv. Perché? Proprio per l’opzione “prossimo episodio”, l’apparentemente innocua scritta che compare quando la puntata finisce. Insieme ai titoli di coda, infatti, appare un rettangolo in cui si evidenzia che è possibile passare all’episodio successivo (il “prossimo” per l’appunto). Questa opzione induce a pensare: “che sarà mai un altro episodio?” . Bene, uno tirerà l’altro e gli episodi si succederanno sullo schermo, uno dopo l’altro, l’altro, l’ altro…

Questo crea dipendenza e spinge gli spettatori, spesso anche giovanissimi, a macinare puntate su puntate ogni giorno e addirittura a perdere ore di sonno.

Ma qual è la serie di puntate che trattiene di più gli spettatori dietro lo schermo? Quali sono gli show più visti dal pubblico?

The Wire, ideata da David Simon, la serie che racconta la società americana e i suoi rapporti con sostanze illegali, è sicuramente una di quelle che vanta più episodi e che ha catturato l’attenzione di diversi milioni di persone.

Prossimo episodio, prossimo episodio, prossimo episodio … A questo punto lo schermo del sito streaming Netflix è diventato il nostro migliore amico!

Ma è un buon amico?

                                                                                        Carla Maria Andreazza

THE CROW’S EGG

Nel corso del primo quadrimestre io e la mia classe abbiamo assistito alla proiezione di un film che mi ha molto colpito e che mi ha fatto conoscere un’altra parte del mondo.
Grazie all’Associazione Balafon, che da tanti anni a Bari si occupa di intercultura attraverso il cinema, ho potuto vedere Kaaka Muttai (titolo originale del film), prodotto in India nel 2014 dal regista indiano M. Manikandan.
Il titolo, che tradotto significa Uova di corvo, è legato ad un’abitudine dei due bambini protagonisti del film: essi, che si fanno chiamare Grande Uovo di Corvo e Piccolo Uovo di Corvo, sottraggono le uova dai nidi dei corvi nella baraccopoli indiana in cui vivono e se ne nutrono di nascosto alla madre e alla nonna. Il loro papà è in prigione e vivono nella povertà assoluta. La loro vita viene improvvisamente stravolta dall’apertura di una pizzeria proprio nel luogo in cui
solitamente giocano, oltre che dall’arrivo in casa di una televisione che pubblicizza la bontà della pizza.
Essi vorrebbero tanto assaggiare questa squisitezza della cucina occidentale, ma non possono permettersi di comprarne una, così chiedono aiuto ad un loro amico “che conta” e recuperano soldi
rubando del carbone. Nonostante il denaro raccolto, però, non vengono ammessi alla pizzeria perché vestiti di stracci. Decidono allora di recuperare altri soldi per comprarsi dei vestiti decenti.
Nel frattempo la nonna, per accontentarli, prova a preparare una pizza in casa, ma i ragazzi la deridono perché non è filante come quella della pubblicità. Dopo essere riusciti a trovare dei vestiti nuovi, Grande Uovo di Corvo e Piccolo Uovo di Corvo ritornano in pizzeria, dove però non solo non vengono accettati, ma vengono addirittura maltrattati. Per loro fortuna, tuttavia, il maltrattamento viene ripreso da un video e i proprietari della pizzeria, per evitare di essere denunciati e pagare una multa, offrono loro libero accesso alla pizzeria e pizza gratis per sempre.
Finalmente i due ragazzini riescono ad assaggiare la tanto desiderata pizza, ma ne rimangono molto delusi: la trovano troppo lontana dalle loro aspettative e pensano che, alla fine, era molto meglio quella preparata dalla loro adorata nonna, che nel frattempo è volata via in cielo.
Questo film mi ha fatto riflettere sul fatto che alcuni paesi, come appunto l’India, sono afflitti dalle disparità economiche e dalle discriminazioni sociali: una parte della popolazione è ricchissima e l’altra è poverissima e per quest’ultima anche andare a scuola non è un diritto garantito, laddove prevalgono le esigenze della famiglia (come in questo caso guadagnare per fare uscire il papà di prigione).
Inoltre ho pensato a come gli uomini siano sempre attratti da ciò che non hanno, anche se molto lontano dalla loro cultura, e a come spesso rimangano delusi proprio nel momento in cui riescono ad ottenerlo. Dovremmo piuttosto imparare ad apprezzare ciò che abbiamo e a goderne ogni giorno.