FESTA DEI POPOLI: COSA E’ PER TE LA MUSICA?

In occasione della Festa dei Popoli gli alunni del corso musicale e il coro del nostro Istituto, insieme ad altri ragazzi dei corsi ordinari, hanno dato vita ad uno spettacolo fantastico di recitazione, musica, canto e danza.

Nel backstage dello spettacolo ho avuto l’opportunità di incontrare Miriam Cascione e Giulia Mazzilli, due delle musiciste della 1^ G che ho avuto il piacere di intervistare.

Quando e come è nata la tua passione per la musica?

Miriam: Quando ero piccola avevo una piccola chitarra giocattolo e avevo sempre voglia di suonarla, però mio padre non me lo permetteva perché faceva tantissimo rumore, quindi alla fine ho iniziato questo percorso perché mi piace la musica; suono la chitarra da 6 anni.

Giulia: io invece appartengo ad una famiglia di musicisti e quindi praticamente la mia passione è partita da lì, vedendo e ascoltando mia madre, mia sorella e tutto il resto della famiglia suonare.

Da quanto tempo studi musica? Ricordi un maestro o una maestra che è stato o è stata particolarmente importante per qualche motivo?

Miriam: Io, come ho già detto, è da 6 anni che studio musica e ho avuto diversi maestri durante il mio percorso: non me li ricordo benissimo, comunque sono stati tutti bravi e mi hanno insegnato tanto.

Giulia: Io, in realtà, non ho avuto degli insegnanti di musica; la mia maestra è stata più che altro mia madre.

Come riesci a conciliare la passione per la musica con gli impegni di scuola?

Miriam: Beh, per fortuna è la scuola che organizza per noi: noi seguiamo le lezioni di musica individuali due pomeriggi alla settimana e poi ci riuniamo per fare musica di insieme un altro giorno. Il resto del tempo ci dedichiamo completamente agli impegni scolastici relativi alle altre materie.

Giulia: Dato che sono nella stessa classe di Miriam, la mia risposta è la stessa.

Per quante ore al giorno ti eserciti?

Miriam: Pur essendo molto impegnata con lo studio, cerco di dedicare comunque più o meno un’ora e mezza al giorno alla musica.

Giulia: Anche io, come Miriam, ho tanti impegni scolastici e non solo, poiché pratico anche pallavolo. E anche io mi esercito a suonare per un’ora e mezza, due ore tutti i giorni.

Che genere di musica ti piace ascoltare e suonare? Voglio dire, ascolti lo stesso genere che suoni o no? E qual è la tua canzone preferita?

Miriam: Io ascolto tutti i generi di musica: il jazz, il blues, il rock, che è forse il mio genere preferito, e anche la musica classica e tutti gli altri generi di musica. Non ho una canzone preferita, ne ascolto tantissime.

Giulia: Anche io ascolto un po’ tutti i generi musicali, però i miei preferiti sono il rock e il pop; anche per me non c’è una canzone preferita perché ascolto un po’ tutte le canzoni.

A quale artista o a quali artisti ti ispiri maggiormente?

Miriam: A me piacciono i gruppi, non i cantanti o i cantautori singoli: quindi, per esempio, il mio gruppo rock preferito sono i Maneskin, ma mi piacciono anche i Queen e altri gruppi di un po’ di anni fa.

Giulia: Io non mi ispiro ad un artista in particolare, ma al mio professore di chitarra a scuola, Gianfranco Gabriele: lui è il mio punto di riferimento.

Ti piace riprodurre i brani o comporne di nuovi? Ci hai mai provato?

Miriam: Io non ho mai composto nuovi brani o inventato musiche, però ho suonato tante volte canzoni di cantanti o di gruppi molto famosi, sia da sola sia in orchestra.

Giulia: A volte ho provato a mettere insieme qualche accordo, quindi sì, diciamo che mi piace inventare nuove musiche.

Se non avessi fatto l’artista, cosa avresti fatto?

Miriam: In verità non lo so, perché dedicarmi alla musica è sempre stato il mio sogno fin da bambina.

Giulia: In realtà non ho ancora un quadro preciso di quello che vorrei fare da grande, non ce l’avevo neanche prima di iniziare a studiare la chitarra…

Credi che da grande questa grande passione possa diventare il tuo lavoro? Hai un piano B?

Miriam: Beh, non lo so: il futuro va come deve andare. La musica potrebbe diventare un lavoro ma potrebbe anche non diventarlo. Io continuo a studiarla, poi si vedrà.

Giulia: Io, oltre a suonare, pratico la pallavolo e vorrei tanto diventare una pallavolista, anche se è un pò difficile. E non mi dispiacerebbe neppure diventare “semplicemente” una mamma.

Lo studio della musica comporta sacrifici per te?

Miriam: No, non mi comporta alcun sacrificio perché lo faccio con grande piacere.

Giulia: Anche per me non è affatto un sacrificio.

Ti piacerebbe trasmettere la tua passione ad altri?

Miriam: Beh, sì, per far scoprire a tutti il mondo della musica.

Giulia: Sì, mi piacerebbe cominciare a trasmettere la mia passione e insegnare la musica innanzitutto alle persone che mi sono più vicine, per esempio i miei cugini. E poi anche agli altri.

In che modo la musica ha contribuito a farti diventare quello che sei oggi? La musica ha arricchito e migliorato la tua persona e il tuo modo di essere, o semplicemente ti rende felice?

Miriam: Io quando suono mi sento più felice, rilassata, serena: se, per esempio, sono arrabbiata per qualcosa o litigo con i miei genitori o con mia sorella, prendo la chitarra e suono, così mi tranquillizzo.

Giulia: Sì, anche per me è così. Quando inizio a suonare mi sento libera!

Arianna Manfredi

Niccolò Piccinni: un legame indissolubile tra la musica e la città di Bari

Niccolò Piccinni (Vito Niccolò Marcello Antonio Giacomo) nacque a Bari il 16 gennaio 1728 da Onofrio (dal 1719 violinista e contrabbassista nella basilica di S. Nicola e nel 1743 maestro di cappella ad interim) e da Silvia Latilla, sorella dell’operista Gaetano.  È considerato uno dei maestri dell’opera buffa napoletana.

Ricevuta dal padre una prima formazione musicale, si trasferì a Napoli e lì proseguì gli studi nel conservatorio di S. Onofrio; durante questi anni di studio ebbe comunque modo di tornare a Bari per coadiuvare l’attività paterna. Il debutto operistico avvenne nell’autunno del 1754 al teatro dei Fiorentini di Napoli con Le donne dispettose. Nel gennaio 1756 al Nuovo venne allestita la commedia per musica Il curioso del suo proprio danno. Il 13 luglio, nella parrocchia dei SS. Francesco e Matteo, Piccinni sposò la cantante quattordicenne Vincenza Sibilla, sua allieva: il loro primogenito, Giuseppe Maria Onofrio Gabriele, nacque meno di otto mesi dopo. Il 18 dicembre musicò al teatro di S. Carlo la Zenobia del Metastasio. Seguirono L’amante ridicolo deluso e la metastasiana Nitteti.

Consolidata in patria la propria notorietà, Piccinni poté affrontare le scene di Roma nel genere serio: al teatro Argentina il 21 gennaio 1758 fu messo in scena Alessandro nell’Indie, sempre del Metastasio. In quello stesso anno compose La morte d’Abele  e nella stagione autunnale e invernale tornò al teatro Nuovo. Il 6 febbraio 1760 al teatro delle Dame di Roma andò in scena La buona figliuola, dramma giocoso di Carlo Goldoni. Quest’opera, spesso citata sotto il nome di Cecchina (sesto tra i titoli comici d’attribuzione certa, scritto a soli sei anni dal debutto teatrale) delineò in modo decisivo lo stile di Piccinni.

In seguito il compositore barese tenne un ritmo di produzione costante (da 3 a 5 opere buffe l’anno), e, fra il 1760 e il ’70, compose oltre cinquanta fra opere serie e comiche. Queste ultime, dal 1762, cominciarono significativamente a diffondersi in Europa.

Oltre a Giuseppe Maria, Piccinni ebbe cinque figlie e un secondo figlio maschio, che avrebbe poi seguito le orme paterne nei teatri d’Italia, di Parigi e di Stoccolma. Nel 1774 compose il suo più valido e maturo melodramma, l’Alessandro nelle Indie il cui successo determinò, di lì a due anni, il trasferimento a Parigi. Con diciassette opere, egli fu l’autore più frequentemente scritturato al S. Carlo nel XVIII secolo, assieme a Johann Adolf Hasse. Almeno a partire dal 1767 Piccinni fu maestro di composizione al conservatorio di S. Onofrio. Agli incarichi di organista della Real Cappella e vicemaestro della cappella in Duomo, egli affiancò una florida attività privata di docente e di maestro di cappella in vari conventi e istituti religiosi partenopei. Nel 1776 fu chiamato a Parigi. Dopo un primo concerto pubblico, il 29 gennaio i parigini gustarono la versione francese della Cecchina alla Comédie Italienne. Il 19 febbraio fu introdotto alla corte di Maria Antonietta, di cui fu poi maestro di canto e clavicembalo. La collaborazione con Marmontel sfociò nella tragédie-lyrique d’esordio, Roland, eseguita in privato l’11 ottobre 1777 e all’Opéra il 27 gennaio 1778 con ottima accoglienza (26 repliche fino al 28 giugno). Atys fu eseguita a corte il 22 febbraio 1780, il 4 aprile all’Opéra. Il 23 gennaio 1781 andò in scena con esito mediocre Iphigénie en Tauride, resa celebre da una querelle combattuta tra Piccinni e Christoph Willibald Gluck, il musicista boemo autore di una diversa Iphigénie en Tauride data all’Opéra il 18 maggio 1779 (l’opera di Piccinni sarebbe dovuta essere allestita il 15 gennaio 1779). Nel 1782 Piccinni, residente a Méréville, fu nominato direttore della scuola di canto dell’Opéra e avviò così un’intensa attività didattica.

 Durante il periodo parigino la sola opera che riscosse autentico successo fu Didon, anche se altre opere ebbero  ottima accoglienza, ma lo scoppio della Rivoluzione impedì l’allestimento della promettente Clytemnestre. Angustiato da ristrettezze economiche, al rientro in patria il compositore fu mal visto dal regime borbonico. La pensione regia non risolse l’indigenza che lo attanagliò dopo la rovinosa gestione della vendita per procura delle lastre delle sue partiture francesi e dei diritti di rappresentazione. Fallimentare si dimostrò anche il tentativo di tornare a imporsi come autore di drammi seri.

 Dopo il rientro da Venezia, dove nell’autunno 1793 aveva seguito al S. Samuele l’allestimento del «dramma eroico comico» Griselda, Piccinni fu ufficialmente accusato di giacobinismo e messo agli arresti domiciliari per ben quattro anni, durante i quali si limitò a intonare alcuni Salmi e a progettare una fuga da Napoli che concretò infine nel 1799. Lasciata la famiglia e rifugiatosi a Roma, rientrò a Parigi in compagnia d’un membro della legazione francese a Napoli.

Acclamato dai musicisti del neocostituito Conservatoire come un martire della Rivoluzione, ricevette una pensione di sostentamento e a luglio fu raggiunto dai familiari.

Nell’aprile 1800 Napoleone nominò Piccinni ispettore del conservatorio, onorificenza di cui poté godere per meno di un mese.

Niccolò Piccinni morì il 7 maggio 1800 a Passy per un blocco renale. Durante i funerali solenni Jean-François Lesueur lesse il discorso commemorativo, e il trasporto della salma fu accompagnato dalla musica del coro dei Sogni di Atys, con parole opportunamente parafrasate.

A Bari, in suo onore, fu costruito un grande teatro al quale il Comune dette il suo nome, oltre ad una statua in marmo che lo fronteggia e che sembra dirigere dall’esterno la sua musica eterna. Anche il conservatorio della sua città d’origine è a lui orgogliosamente intitolato. Nella città vecchia, la sua casa, è ora diventata un museo.

                                                                                       Miriam Cascione

SOGNANDO LA PACE: I BAMBINI DELL’ANNA FRANK CONTRO LA GUERRA

Lunedì 4 aprile dalle ore 8.30 alle ore 13.00 i bambini della scuola primaria Anna Frank faranno sentire la loro voce, nel vero senso della parola! I nostri piccoli grandi alunni, infatti, manifesteranno la loro contrarietà alla guerra e il loro desiderio di pace con un’esecuzione corale nel corso di una manifestazione dal nome significativo, SOGNANDO LA PACE, che si terrà nello spazio esterno della scuola.

“Gli eventi bellici, tristemente noti a tutti, non potevano lasciare indifferente la nostra istituzione scolastica” – ha dichiarato la maestra Carla Diacono che, insieme al maestro Antonio Amato, dirigerà il coro di voci bianche dell’Anna Frank.

L’impegno e l’entusiasmo dimostrato dai bambini nella preparazione dell’evento è stato particolarmente apprezzato dalla Dirigente della nostra scuola, Manuela Baffari, che ha accolto e sostenuto fin da subito l’iniziativa proposta dai docenti e dalla comunità scolastica.

Lo stesso evento sarà occasione per dimostrare concretamente la nostra solidarietà e la nostra vicinanza alle popolazioni che stanno soffrendo a causa della guerra: durante le esibizioni canore, infatti, sarà attivata una piccola raccolta fondi a cui tutti i docenti, i genitori e quanti vorranno fermarsi ad ascoltare potranno liberamente aderire. In questo modo speriamo che la “voce” dei nostri bambini riuscirà davvero ad arrivare proprio lì dove è più necessario che sia udita.

Nostra compagna sarà la musica che, in questo difficile momento storico, ha sicuramente un forte potere e che può aiutarci a costruire un nuovo futuro. La nostra scuola, i nostri maestri, i nostri genitori ma soprattutto i nostri bambini ci credono fermamente, così come credono che è possibile sognare un mondo diverso, di pace e confronto, di rispetto e amore.

A lunedì!

Rosa D’Apolito e Adriana Cianci

HIP HOP: poesia, danza e arte direttamente dai ghetti americani.

Molti giovani italiani praticano l’hip-hop, ma quanti ne conoscono la storia?

L’hip-hop non è semplicemente una danza, ma è un movimento culturale che nacque a New York, nel quartiere del Bronx, negli anni ’70 del secolo scorso.
Specialmente all’epoca, il Bronx era un quartiere povero e malfamato, dove spesso le persone, vittime della povertà e dell’abbandono, si sfidavano per ottenere un territorio, finendo, in molti casi, addirittura allo scontro fisico.
Fortunatamente ad un certo punto (negli anni ’70, per l’appunto), proprio lì, nacque l’hip-hop, che rappresentò per i giovani un’occasione per mettere da parte gli scontri e la violenza e sfidarsi in gare di ballo e di “canto”.

L’ hip- hop, insomma, salvò la vita a tante persone.

All’hip-hop sono collegate diverse altre altre discipline molto amate dai giovani;
una di queste è sicuramente la Break dance, la ” mamma” dell’hip-hop: i ballerini che la ballano vengono chiamati B-boys e B-girls .
Ricordiamo poi il MC’ing, letteralmente “il maestro delle cerimonie”, ovvero, il Rap, il Writing, cioè il graffitismo, un modo di esprimersi attraverso le coloratissime bombolette spray con le quali vengono realizzati dei graffiti sui muri delle città, oppure sui treni, di notte, per far capire a tutti l’ appartenenza ad un quartiere, o anche il proprio Tag (nome in codice che ciascun gruppo si attribuisce), il DJnig, cioè il Disk Jokey, colui che gioca con i dischi creando basi per chi rappa.

E’ incredibile pensare che un’arte tanto bella che sprigiona energia, forza e vita sia nata in un quartiere così povero dove addirittura, durante la prime feste hip-hop (i Bloch Party), veniva rubata la corrente dai lampioni, perché gli abitanti del Bronx non ne disponevano… Eppure è così, e forse è proprio questa la magia che questa arte sprigiona: la magia della forza pura!

Alessia Romito

IL FESTIVAL DI SANREMO: la più grande rappresentazione della musica italiana.

Da pochi giorni si è ormai concluso l’evento che riunisce le famiglie italiane e non solo, davanti al piccolo schermo da ormai ben 72 anni! Il Festival di Sanremo anche quest’anno ha portato un po’ di spensieratezza per cinque serate consecutive, riuscendo a mettere d’accordo tre generazioni completamente differenti grazie all’aiuto del conduttore Amadeus che ha preso il timone della rappresentazione canora per la terza volta consecutiva. Ma cosa è successo durante queste sere? 

Abbiamo visto diversi ospiti come: i Måneskin, che sono stati i vincitori lo scorso anno e che, dopo la vittoria all’Eurovision, hanno infuocato i palchi di tutto il mondo con il loro rock; i Meduza, tre giovani dj italiani che hanno fatto ballare intere nazioni con la loro musica elettronica, in particolare con “Tell It To My Heart”; il cantautore italiano, Cesare Cremonini, che ha coinvolto più generazioni con la sua musica e i suoi testi poetici, ma ha fatto anche scatenare l’Ariston con il tormentone dei Lùna Pop “50 special”; Fioerello, showman e spalla di Amadeus per i primi suoi due Festival, ha regalato un sorriso al pubblico durante la prima serata, passando successivamente il testimone al nostro conterraneo Checco Zalone, recordman da botteghino, che tratta tematiche di attualità nei suoi film cercando di dare un insegnamento attraverso il suo umorismo.

Le 25 canzoni in gara stanno riscontrando parecchio successo nelle radio e sulle piattaforme digitali musicali; ormai, canzoni come: “Ciao ciao” della Rappresentante Di Lista, “Farfalle” di Sangiovanni, “Dove si balla” di Dargen D’Amico, “Ovunque sarai” di Irama, sono diventati dei veri e propri tormentoni, nonostante non si siano piazzate sul podio, conquistato, invece, da Morandi con “Apri tutte le porte” al terzo posto, Elisa con  “O forse sei tu” al secondo e Mahmood e Blanco al primo, pronti a portare “Brividi”, la canzone con più successo di Sanremo 2022, all’Eurovision Song Contest, che quest’anno si terrà proprio in Italia, precisamente a Torino con la conduzione di Laura Pausini, Mika e Alessandro Cattelan, annunciata durante una delle serate sanremesi. 

Ma Sanremo 2022 è stato accompagnato da un’altra competizione che ha unito noi fans con gli artisti: il FantaSanremo è stato un fenomeno virale! Gioco ispirato al Fantacalcio. Ma in che cosa consiste? Ognuno ha una squadra composta da 5 artisti che si può comporre grazie a un budget di 100 Baudi (moneta dedicata al celebre conduttore); durante le serate sono stati assegnati bonus o malus in base alle azioni compiute dai cantanti sul palco, infatti spesso gli artisti hanno citato il nome del gioco sul palco, o quello di Mara Venier ( ” Ciao zia Mara!”) o quello di Papalina, proprietario del bar dove ha avuto inizio il progetto, proprio per far guadagnare punti ai fans che li hanno messi in squadra.

I giochi da poco si sono conclusi, ma viviamo già in funzione del prossimo Festival, aspettando il nominativo del nuovo conduttore o la conferma di Amadeus.

Ida Nicole Nitti

CICLONE CHECCO A SANREMO

Luca Pasquale Medici, nome d’arte di Checco Zalone,  è nato a Bari il 3 giugno 1977 ed è un comico,  attore,  musicista, sceneggiatore, cantautore e regista, famoso per le sue mitiche battute e amato da giovani e adulti.

La simpatia di Checco arriva a tutti attraverso i suoi film (da “Cado dalle nubi” a “Tolo Tolo” sono stati un crescendo di successo), le sue canzoni (quante risate ci siamo fatti con Angela, Immigrato, L’immunità di gregge, La vacinada), il suo modo di essere: semplice, alla portata di tutti, ma, a ben guardare, sempre carico di riflessioni e messaggi importanti.

Mercoledì 2 febbraio, Checco Zalone si è esibito sul palco dell’Ariston, insieme ad Amadeus, lo straordinario conduttore del programma, e, come al solito, è stato un vero ciclone!

Ha parlato del Covid con ironia e allegria e ci ha aiutato, ancora una volta, a guardare la realtà con spirito critico, ma senza intristirci.

Il suo personaggio, il cozzalone che può sembrare rozzo e sempliciotto, in realtà è tutt’altro, e anche sul palco dell’Ariston il nostro Checco ha mostrato a tutti che la sua comicità è frutto di riflessione e conoscenza.

A me piace davvero tanto!! 

Mi ha colpito l’intervista nella quale ha parlato di come sua zia lo abbia sempre incoraggiato a laurearsi per cercare di iniziare la carriera di magistrato e di come lui, pur essendosi laureato, abbia sempre continuato ad inseguire il suo sogno: fare spettacolo e far ridere. 

Inseguire i sogni fino a raggiungerli: EVVIVA CHECCO!!

Alessia Romito

LA MUSICA: UN MIRACOLO NELLA TRAGEDIA

Il 27 gennaio, ogni anno, ricordiamo il giorno in cui i pochi ebrei sopravvissuti furono liberati dal regime nazista guidato dallo spietato Hitler. 

In questo articolo voglio parlare di un argomento poco trattato nei documentari, la MUSICA: un miracolo nella tragedia.

Nei campi di concentramento e di prigionia si è sempre fatta tantissima  musica, di ogni tipo e d’ogni qualità.

La musica nei lager poteva diventare un’arma a doppio taglio, per quanto trasmettesse speranza, salvezza e consolazione, scandiva anche il tempo della morte.

Molti musicisti hanno dovuto far fronte alla tragica realtà di essere costretti a suonare per allietare i loro sterminatori e non per il piacere di esibirsi, come Alba il numero 50381, conosciuta come “ La violinista di Auschwitz”.

Arrivata al campo, Alba venne nominata direttrice dell’orchestra di Auschwitz, e lei, pur di non compiacere i suoi aguzzini, fu tentata di rifiutare. Ben presto, però, si rese conto che poteva sfruttare la sua posizione per salvare se stessa e le altre donne musiciste, ricevendo razioni di cibo extra e la possibile salvezza dalle grinfie della morte; fu così che iniziò la sua missione.

Una delle 47 donne a far parte dell’orchestra era Fania Goldstein, in arte Fenelon, una cantante e pianista francese.

Per Fania la musica divenne un filo sottile per la salvezza della sua vita. Il suo unico scopo era sopravvivere per testimoniare e far sapere alle generazioni future le atrocità subite da non dimenticare.

Negli ultimi 30 anni l’importanza della musica nei campi di concentramento è stata valorizzata anche grazie alla curiosità ed interesse del musicista pugliese Francesco Lotore impegnato nel recupero, studio, archiviazione ed esecuzione di reperti musicali di ogni genere provenienti da tutto il mondo. La sua instancabile dedizione sarà premiata con la nascita a Barletta della Cittadella della Musica Concentrazionaria, il primo hub al mondo dedicato alla musica prodotta nei Campi di sterminio.

                                                                                        Alessandra Nicastri  

I MANESKIN: VERA BRAVURA O SOLO MARKETING?

“HANNO UN’ENERGIA INCONTENIBILE”. “SONO COSTRUITI A TAVOLINO”. DAMIAN0, VICTORIA, EITHAN E THOMAS FINISCONO SOTTO L’OCCHIO DEI MUSICISTI.

I Maneskin sono sicuramente una delle più note e discusse band del momento. Secondo alcuni, il loro ultimo grande successo, il travolgente tour negli Stati Uniti e l’ apertura del concerto dei Rolling Stones, è prova della loro grandezza: sebbene si siano esibiti con solo tre canzoni e un medley, infatti, nessuna band italiana era mai arrivata a questo livello. Secondo altri, invece, sono un fenomeno passeggero e sopravvalutato.

Insomma, quello di Damiano David, Victoria De Angelis, Eithan Torchio e Thomas Raggi è vero talento o semplicemente il risultato di un enorme impresa di marketing e fama? Gli esperti di musica hanno avuto la parola per dare una risposta a tutto questo. Ascoltiamoli!

DA VIA DEL CORSO A LAS VEGAS IN QUATTRO ANNI

Roma, via del Corso, 4 maggio 2017. I Maneskin, jeans e t-shirt suonano

reggaeton davanti a un negozio. Per terra, la fodera della chitarra aperta

per raccogliere le monetine. Las Vegas, 6 novembre 2021. Top in pailettes

e occhi truccati, la band sale sul palco dell’Allegiant Stadium per aprire il

concerto dei Rolling Stones di fronte a 65 mila persone. Mick Jagger, il

leggendario frontman dei RollingStones, li saluta in italiano: «Grazie mille

ragazzi!». Nel frattempo, una valanga di successi: XFactor, Sanremo,

l’Eurofestival, i complimenti di Vasco e Celentano, un disco di platino, la

vittoria come migliore band rock agli MtvEuropean Music Awards, la

pagina sul New York Times, l’ultima campagna pubblicitaria di Gucci e

milioni di followers su Instagram . Ancora minorenne Victoria De Angelis,

bassista del gruppo, spiegava che rockstar si nasce, non si diventa.

Di fronte alla Maneskinmania, però, il mondo si divide in due: quelli che «i

giovani rocker romani sono bellissimi, i nuovi Led Zeppelin» (e chi li critica

è pura invidia) e i vecchi fan del progressive rock degli anni sessanta,

cresciuti a Pink Floyd, che storcono il naso e parlano di tanto fumo e una

geniale operazione di marketing.

“PIENI DI ENERGIA… IN UN LOOK ACCURATO”

Manuel Agnelli, che li ha fatti crescere ad X Factor, è sentenzioso: «Hanno

un talento mostruoso, hanno riportato il rock sulla scena mondiale, stop».

Mettiamo pure che Agnelli sia di parte e andiamo oltre. «Fanno

canzonette? Ma no, la provocazione, l’aggressività, basta ascoltare Zitti e

buoni. Sono trasgressivi, mantengono il palco e un concerto sold out, alla

loro età cosa si può chiedere in più?», commenta Red Canzian, il bassista

dei Pooh, band da milioni e milioni di dischi venduti e un tour americano

già nel 1973. Sul tema trasgressione qualche dubbio si muove: «Il rock è

dannato, loro al contrario sono angelici: non vorremmo che il loro

successo stesse soprattutto racchiuso in un look ben curato e nel bel

faccino di Damiano». Iva Zanicchi, che a 20 anni cantava, alza gli occhi al

cielo: «Sono giovani e belli, e allora? Comunicano una vitalità pazzesca. E

poi se vinci un Eurofestival significa che qualcosa dentro ce l’hai». Non

basta. Per altri giornalisti i ragazzi li amano perché i Maneskin incarnano

perfettamente la loro generazione, «sospesa tra ragazzi e ragazze,

sostenente delle battaglie Lgbt, alla moda e internazionale». E Orietta

Berti, che a 78 anni ha cantato con Fedez e Achille Lauro, rincara la dose:

«Quanti tra i giovani di oggi conoscevano il rock prima dei Maneskin?

Nessuno. Sono straordinari, hanno cambiato la musica italiana».

RIVOLUZIONARI? MA NO …

Se sulla grinta sono tutti d’accordo, sul sound i pareri si dividono. «I

Maneskin rivoluzionari? Ma dai, il rock è altro…», dice Ivano Michetti dei

Cugini di Campagna, otto serate piene al Madison Square Garden di NYC

nel 1975. E sottolinea: «Primo: non si apre il concerto dei Rolling Stones

portando due pezzi e continuandoa cover. Secondo: come primo Mamma

Mia come gli Abba non è un omaggio, è una ruffianata. Terzo: il look del

concerto di Las Vegas l’hanno solamente copiato da noi. Detto questo,

sonoromani come noi, bravi ragazzi e gli auguro tutto il bene. Ma ne

hanno ancora da imparare…». Altri sottolineano: «Il loro non è plagio, ma

fanno cose già sentite 50 anni fa: il canto strappato di Alice Cooper, i riff

ispirati al glam-rock, gli occhi truccati comeOzzy Osbourne. Un gruppo

ben costruito dal management». E il look, qui, ha un ruolo importante. «Il

loro è studiatissimo, ispirato al gender fluid», dice Giusi Ferré. «Si

presentano come rivoluzionari, ma sono sofisticati, come icone del rock

chic. «Sia chiaro: io sono felice per loro. Ma i Maneskin non sono rock,

fanno pop. E no, non sono bravi musicisti. Attenzione: un milione di

ascolti in streaming, spesso gratuiti, non sono un milione di dischi

venduti. Sono ancora dei ragazzi… Sai quanto hanno lavorato Nannini,

Negramaro, Eros, Pausini per arrivare dove sono?» dice Claudio Trotta,

produttore artistico italiano che ha fatto suonare in Italia molte band del

mondo.

Rimangono i dubbi, rimangono le teorie sul loro successo e sulla loro

musica ma di una cosa si è certi, nel panorama mondiale i maneskin

continuano a sfondare!

Federico Bagnulo

E TU CHE CHITARRA SEI?

L’inventore della chitarra moderna fu Antonio de Torres Jurado. 

Lo spagnolo Antonio de Torres, nel 1862, costruì la prima chitarra a sei corde che viene ancora oggi utilizzata. 

Egli fu il primo a concentrare l’ attenzione sulla tavola armonica, aumentandone la superficie e disponendo il ponticello nel punto di massima larghezza, sulle misure del manico e della tastiera e sulla forma del ponte. Dispose tre catene trasversali, due sopra e una sotto la buca; nella parte sotto il ponte si trovano sette raggi simmetrici disposti a ventaglio. 

Nel 1862 costruì una chitarra con fasce e fondo di cartone per dimostrare le sue tesi sull’importanza della tavola armonica e dell’incatenatura.

“Quando ho preso in mano una chitarra per la prima volta, improvvisamente, semplicemente suonando un paio di note, mi ha veramente parlato. Era quasi come se fossi già stato capace di farlo prima. Era qualcosa che sentivo veramente naturale.”

Ecco qui una frase citata da “Slash” (Saul Hudson), nato il 23 luglio 1965, chitarrista dei Guns’n Roses nonché 65esimo chitarrista migliore di tutti i tempi secondo la rivista Rolling Stones: il suo strumento, come tutti sanno, è la chitarra moderna.

Anche io  ho sentito parlare una chitarra, anzi, tre chitarre! Infatti io ho tre chitarre: la mia prima chitarra classica,  la mia prima chitarra elettrica e la mia chitarra acustica, quella che utilizzo sempre nelle lezioni.

Ogni persona è diversa dall’altra, lo sappiamo bene, e di conseguenza, ha un’anima diversa dalle altre: chi ama la chitarra sa che ogni chitarra rappresenta un’anima.  

La chitarra elettrica è per chi ha uno spirito ribelle e progressista;

La chitarra classica per chi è tranquillo e calmo;

La chitarra acustica … è per chi non sa scegliere e ha paura di dire qualcosa, temendo il giudizio degli altri (per questo io suono la chitarra acustica…). 

Non posso che augurare a tutti di provare almeno una volta a suonare la chitarra perché fa sentire liberi e consente di liberare le emozioni e a volte ti accorgerai che la chitarra parla per te quando non sai che dire.

Rossana Cicchetti

AKA7EVEN

Aka7even è il nome d’arte di Luca Marzano,  un ragazzo nato il 23 ottobre 2000 a Vico Equense (NA) in provincia di Napoli dove vive con i genitori e i quattro fratelli maggiori.

Luca è un artista poliedrico: è un cantautore e anche uno scrittore. Ha partecipato ai talent show noti come di X-factor e Amici di Maria De Filippi. Durante la sua permanenza nella scuola di Amici ha stretto un solido rapporto di amicizia con Giulia Stabile, la vincitrice del programma, ed un rapporto sentimentale con una ballerina di danza latino americana  di nome Martina Miliddi. 

E’ autore di numerosi singoli di successo come  Loca e Mi Manchi e ha continuato a comporre anche a seguito della conclusione della sua esperienza presso la citata scuola di amici.

E’ altresì uno dei cantanti in gara al Festival della canzone che si terrà a breve nella città di Sanremo.

Per comprendere la scelta del nome con cui si è presentato al pubblico (Aka7even) occorre fare un passo indietro. Aka- sta per “Also Known As” e  -7even rappresenta il numero della sua vita. Quando aveva 7 anni, fu ricoverato in ospedale per una grave encefalite che lo portò a stare 7 giorni in coma per poi risvegliarsi, avendo probabilmente 7 vite come i gatti. 

La musica, la sua passione sin da quando era piccolo, gli è stata trasmessa, come egli stesso ci tiene a sottolineare, dal suo papà. 

La musica è la sua vita, e ad essa si dedica quotidianamente cantando, scrivendo e producendo.

Nonostante la sua giovanissima età ha raggiunto una grande notorietà poiché la sua musica melodica ha la capacità di emozionare il pubblico di ogni età, dai più giovani ai più grandi.

Sono, però, soprattutto le nuove generazioni a sognare di innamorarsi sulle note delle sue appassionate canzoni.

BUON FESTIVAL, AKA7EVEN!!

Luca Masanotti

Dal 21 Maggio il primo album di Aka7even, "AKA 7EVEN"