LO STRANO CASO DELLE 7ETTE

Ciao, sono Michele. Sono un ragazzo normale, o almeno credevo di esserlo fino a qualche
mese fa, quando successe qualcosa di “strano”. Strano forse non è la parola esatta per
descrivere quello che è avvenuto. Strano è ritrovarsi, per esempio, un leone marino in un
bosco o una scimmia al Polo Nord. Quello che è accaduto è qualcosa di straordinario e
pazzesco che nessuno avrebbe mai pensato che si verificasse in una scuola. E non mi
riferisco a un bidello ninja o una professoressa che in realtà non lo è… 
Ma cominciamo dall’inizio.
Era esattamente il mio quattordicesimo giorno di scuola superiore in una città nuova, molto
più trafficata, frenetica e lontana dalla vita del paesino in cui vivevo. Avevo sempre
frequentato le scuole in un posto sperduto, in una chiazza verde che contrastava con i
terreni da pascolo gialli. I colori brillanti della natura abbagliavano e incantavano e l’aria
profumava di fresco. Ricordo ancora il giorno in cui i miei genitori mi annunciarono il nostro
trasferimento…

  • Dai Michele alzati dal letto, il grande giorno è arrivato!
  • Mamma lasciami dormire.
  • Niente discussioni ragazzo, oggi dobbiamo partire per la nuova città.
    Mi alzai di malavoglia dal letto. Era una bella giornata, con il sole alto nel cielo e gli
    uccellini che canticchiavano la loro solita melodia soave. Mi misi in macchina con in mano
    uno dei romanzi gialli che preferivo: “John e il caso irrisolto”, un libro scorrevole e adatto ai
    ragazzi della mia età che parla di un adolescente che riesce a risolvere un mistero lasciato
    chiuso in un cassetto per anni. Il viaggio non fu molto lungo ma riuscii a leggere i primi 7
    capitoli del mio libro. Stavo ormai sonnecchiando, mentre all’orizzonte si notavano le prime
    case.
  • Siamo arrivati! – esclamò mio padre raggiante. 
    La nuova città aveva un’atmosfera più metallica, grandi tronchi di cemento alti otto o nove
    piani (e addirittura, in certi casi anche undici), palazzi luccicanti e moderni, auto scintillanti
    e veloci.
    Al contrario, la mia scuola era un modesto edificio che quasi cadeva a pezzi. La ruggine
    aveva incrostato le pareti e ormai l’intonaco si era sfaldato tutto, come se fosse frolla. La
    porta dell’istituto era in legno di quercia scuro. Era un legno duro, ma, dopo tutti quegli
    anni, era segnato dal tempo.
    Le classi erano simili a quelle del libro Cuore: piccole, spoglie con pochi posti a sedere e
    con banchi in legno.
    Comunque, dopotutto, era l’istituto più prestigioso e importante della città, se non quello
    più antico della regione. 
    Qualche giorno dopo il mio arrivo iniziai a frequentare quel nuovo luogo e a conoscere la
    classe dove mi avevano iscritto, la I B. Ma non sarebbero mancate le sorprese.
    Era un lunedì mattina. Quel giorno a scuola ero arrivato prima del solito. Faceva un po’
    freddo, anche se eravamo a settembre e l’estate non era ancora finita. Non mi portai un
    giacchino e stavo soffrendo il freddo. Certo che lo stavo soffrendo! Ero l’unico sciocco in
    maglietta a maniche corte e pantaloncini. Tutti avevano qualcosa addosso come un
    maglione, una felpa, e alcuni tra i più freddolosi avevano anche indossato un giubbotto
    invernale. 
    Andai verso i miei amici, o meglio, compagni di classe. Infatti non avevo legato con
    nessuno, o forse sì, se legare significa essere preso in giro per poi sentirti dire: “Stavo
    scherzando amico!”. L’unico che si era avvicinato a parlare era Bob. Non era il suo vero
    nome. Si chiamava Roberto, ma tutti preferivano Bob. Non ho mai saputo il motivo di quel
    nomignolo, ma anche i professori lo chiamavano così. Aveva folti capelli rossi ricci e
    corporatura robusta.

Ero seduto su un muretto e vagavo tra i miei pensieri mentre osservavo l’edificio scolastico. Detti un’occhiata all’orologio: segnava le 7:07. A un certo punto, notai sette uomini vestiti in nero che si aggiravano nei corridoi della scuola. Uno di loro tirò fuori qualcosa di luccicante e… “BUONGIOORNOO Michele!”. Mi fece sobbalzare. Era Bob con un sorriso gigantesco a forma di luna stampato in faccia. 

Cosa mai voleva significare quella sua espressione? E chi erano quegli strani individui?

Mario Panzarino

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