INTERVISTA A FERDINANDO NAPOLI DI EDILPORTALE

Mossa dall’intenzione di intervistare imprenditori baresi che si sono distinti per innovazione e lungimiranza, mi sono imbattuta in diverse imprese innovative, alcune  sturt-up, altre già consolidate anche a livello internazionale.

L’intervista che segue riguarda una delle eccellenze che Bari può vantare e di cui il nostro territorio ha bisogno. Con questa intervista vorrei offrire degli spunti di riflessione a tutti i ragazzi che sono in procinto di intraprendere un nuovo percorso di studi, con la speranza che questo possa facilmente introdurli in ambienti lavorativi appaganti e stimolanti. 

Mi racconta in poche parole di cosa si occupa la sua azienda?

La mia azienda gestisce portali internet per l’edilizia, l’architettura, il design e l’arredamento.

Questi portali sono: edilportale.com, archiproducts.com, archiportale.com e archilovers.com. L’azienda, oltre a essere un punto di riferimento per tutti i lavoratori di questi settori, architettura, arredamento e design, è uno dei più grossi e-commerce internazionali di prodotti di arredo ed edilizia; per cui possiamo essere contattati sia dai lavoratori sia dalle aziende.

Com’è nata l’idea di fondare un’azienda del genere?

L’idea è nata nell’anno 2000 (anno in cui non esistevano social come google, facebook, ossia di un’epoca pioneristica per il web) allo scopo di creare uno strumento che desse un’utilità a tutti i progettisti, gli ingegneri e gli architetti, insomma a professionisti quali noi siamo. 

L’azienda è stata fondata da quattro ingegneri edili e architetti del Politecnico di Bari, che hanno ideato un modo per mettere online le informazioni sui prodotti in modo che fossero sempre ricercabili.

Il fatto di essere al sud Italia ha creato qualche ostacolo nel momento i cui dovevate iniziare? Se foste stati una start-up al nord Italia, quali dinamiche sarebbero cambiate? Avreste avuto opportunità in più?

Ci sono stati dei pro e contro: nel 2000 una start-up web del sud Italia aveva in un certo senso meno credito e fascino di una del nord, ma, allo stesso tempo, ha goduto anche di vantaggi grazie al fatto che è stato più facile e più economicamente sostenibile avere alte professionalità in un mercato come quello del sud Italia, dove queste professionalità avevano una domanda minore di quanta ce ne potesse essere altrove.

Nel tempo il fatto di essere a Bari è diventato un plus, un motivo di fascino- vantaggio. Una punta d’orgoglio questa, ogni volta che in seguito abbiamo sentito dire: “da Bari sono riusciti a fare tutto questo”.

Quanto il web può dare supporto ad attività quali quelle legate ad architettura, edilizia e marketing?

E’ la base del nostro lavoro, nel senso che per fare edilizia e architettura bisogna comunicare con il web attraverso la pubblicizzazione dei prodotti ossia rendere noto a chi progetta l’esistenza e le caratteristiche di alcuni progetti.

Visto che il settore dell’informatica è in continua evoluzione, immagino che siate sempre allerta rispetto ai segnali di novità che il mercato offre. Quali sono le prospettive di crescita e in quale direzione va la vostra azienda?

L’azienda comprende 160 dipendenti, con sedi a Bari e a Milano; la nostra prospettiva è quella di un ulteriore internazionalizzazione. Anche se il nostro portale è visibile in tutto il mondo siamo più seguiti in Europa, vorremmo, quindi, espanderci negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nei paesi Asiatici.

In questi due anni e mezzo di pandemia come avete affrontato da un punto di vista pratico l’organizzazione del vostro lavoro?

Abbiamo fatto ricorso allo smart working e tutt’ora lo utilizziamo se si verifica un contagio. Essendo il nostro tipo di lavoro propenso all’uso di apparecchi informatici, è stato molto facile adattarsi alla nuova modalità.

Si parla tanto di metaverso, siete proiettati in questa nuova “dimensione”? Se sì, in che modo?

Il metaverso per noi non è una novità: infatti esiste fin dai tempi del web perché sono stati promossi i prodotti come second life cioè l’idea di avere degli universi paralleli in cui in modo virtuale esistano delle rappresentazioni di ciò che esiste nel mondo fisico. Soprattutto in ingegneria e in architetture si usa il metaverso per modellare tridimensionalmente un manufatto. Noi immaginiamo che in futuro il metaverso sia più simile a un multiverso, con n. metaversi ognuno caratteristico di un proprio ecosistema, dove ogni comunità possa realizzare un proprio metaverso vincente. Molto più interessanti sono le tematiche di intelligenza artificiale, applicate alla progettazione.

I rapporti interni tra voi e i dipendenti come sono? 

Viviamo un ambiente di lavoro invidiabile rispetto alla stragrande maggioranza delle aziende italiane ed europee. Da 22 anni attuiamo una politica di fair play assoluto nei confronti dei nostri dipendenti, non facciamo ricorso a espedienti come i modelli di lavoro in cui il lavoratore viene sottopagato. Crediamo di avere un clima aziendale molto favorevole soprattutto nel contesto del sul Italia, dove la media di aziende rispetto a queste tematiche non è quella del nord Italia.

Le figure professionali che voi ricercate, quale percorso di studio hanno svolto? Può dare un indirizzo a noi ragazzi?

Noi abbiamo diverse professionalità ossia ingegneri e architetti, anche i nostri giornalisti sono esperti di ingegneria e architettura e vengono da un percorso di studi che è quello di edilizia e architettura o design industriale. Oltre a loro abbiamo esperti di marketing e comunicazione digitale compreso il mondo di social media managment, dove abbiamo percorsi legati al mondo delle scienze della formazione. Abbiamo una quarantina di informatici che sono i nostri sviluppatori web.

Mi racconta due aneddoti, uno riguardo la fase di formazione dell’azienda quando eravate una start-up e un aneddoto simpatico che le è rimasto in mente.

Una cosa che raccontiamo spesso di quando siamo nati è che la prima idea di edilportale ci è venuta perché uno dei miei soci, Enzo, mentre eravamo a un master in Regno Unito, mi disse: <<ci possiamo inventare qualcosa per vendere le chianche>> (pavimentazione in pietra) che lui aveva in una villa rurale, gli risposi: <<esiste internet, possiamo scattare delle foto avere delle informazioni sul prodotto e mettendoci un prezzo potremmo provare a venderlo>>. Nel 2000 questa idea è stata dirompente, invece, adesso nel 2022 sembrerebbe un’idea banale.

Un aneddoto che fa sorridere sulla meridionalità è che Piero Gandini, una persona molto nota nel nostro campo, si è reso conto di tutto quello che avevamo fatto e ci disse: <<Mamma mia!! Pensate che avete fatto tutto questo stando a Bari, immaginatevi che cosa avreste potuto fare se foste stati a Milano!!>>.

Riesce a conciliare la vita privata con la vita lavorativa?

Sì, assolutamente sì.

Come immagina il futuro della sua azienda?

Immagino la mia azienda a livello più internazionale, più di quanto non lo sia già e probabilmente anche più orientata alla realizzazione di configurazioni virtuali, cioè fino oggi la maggior parte dei prodotti che noi promuoviamo, lo facciamo attraverso immagini, sempre di più questi prodotti avranno una “vita” tridimensionale.

Vi interfacciate con scuole e università del territorio per capire le tendenze future che possono ampliare la vostra visione? Per esempio avete idea delle richieste delle giovani generazioni?

In realtà sono le scuole che si rivolgono a noi per capire quali saranno le tendenze del futuro per formare i propri ragazzi in modo tale che abbiamo la possibilità di creare valore in un mondo che è molto competitivo e accelerato.

Molto spesso noi collaboriamo con le università in modo tale da aiutare a preparare i ragazzi per il mondo del lavoro.

Avrebbe mai pensato che la sua azienda potesse avere questo successo?

Quando si inizia un’attività imprenditoriale devi per forza pensare di avere successo investendo tempo, risorse per l’azienda.    

Grazie infinite per questa intervista, dottor Napoli.

Giulia Gentile

IO SONO ZERO

Io sono Zero è un romanzo di formazione per ragazzi di Luigi Ballerini, pubblicato nel 2015 e che l’anno seguente ha vinto il premio Bancarellino.

Il protagonista del racconto è Zero: un ragazzo di circa quattordici anni che ha sempre vissuto in un appartamento ipertecnologico, e non è a conoscenza di nessun altro essere vivente al di fuori di Madar, la voce che lo guida da quando è nato.

Ad un certo punto però, c’è un blackout in quella che definisce la propria casa e si trova catapultato nel mondo reale, dove per la prima volta prova sensazioni come il freddo e la neve che cade sulla pelle, ma le cose che lo stupiscono di più sono la mancanza di un soffitto e la mancanza di dispositivi touch screen, elementi per lui fondamentali che lo hanno accompagnato per tutta la vita.

Zero si sente perso e spaventato, come reagirà ad un cambiamento così grande nella sua vita? Come si comporterà quando incontrerà delle persone reali? Riuscirà ad integrarsi nella società ed a sentirsi umano a tutti gli effetti?

Le risposte si trovano tutte in questo magnifico libro consigliato ai lettori tra gli 11 ed i 15 anni.

Matteo Di Biase

I giovani e la globalizzazione

La globalizzazione è un processo di connessione continua, commerciale e culturale, diffuso a livello globale, e che comprende anche i giovani, influenzando i nostri modi di vivere, la moda, le abitudini, lo sport…

Anche la lingua si è evoluta molto come per esempio l’inglese che ormai viene utilizzato da una grande maggioranza di persone.

Secondo me, però, la cosa più importante è la moda poiché dai vestiti si può capire, anche se non in modo approfondito, la persona.

Come si può notare, tutti siamo vestiti più o meno allo stesso modo proprio grazie alla diffusione di internet ma soprattutto delle aziende che vendono i vestiti a basso prezzo rendendoli accessibili a una grandissima parte della popolazione.

Prendiamo in considerazione il cibo che si diffonde come i vestiti attraverso la globalizzazione: ormai  la grande maggioranza degli alimenti che noi consumiamo proviene da altre nazioni come per esempio il sushi dal Giappone oppure i fast food, come il Mc Donalds, che provengono dagli Stati Uniti.

Ovviamente insieme al cibo e alla moda non poteva mancare la cultura che circola per il mondo unendo un po’ tutti. Ad esempio negli ultimi anni i manga stanno diventando sempre più popolari diffondendo così la cultura Giapponese.

Anche gli sport che prima erano meno conosciuti ora stanno diventano sempre più praticati e guardati.

In conclusione credo che la globalizzazione sia molto importante per il benessere delle persone e ci unisce in diversi modi che ci rendono unici.

Eusebio Barjamaj

GIORNATA DELLA MEMORIA

Il 27 gennaio è la giornata in cui si ricorda la liberazione degli ebrei dai campi di concentramento; è stata chiamata Giornata della Memoria perché non si dimentichino mai le terribili violenze subite dagli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Le violenze perpetrate ai danni degli ebrei da Hitler e Mussolini con la creazione dei campi di concentramento non sono paragonabili a nessun’altra crudeltà mai subita da altri esseri umani; sono state e sono ancora commesse terribili atrocità nei confronti di uomini e di gruppi di uomini, ma mai queste sono state messe in atto nei confronti di tante persone e sparse in tanti paesi del mondo: gli ebrei sono stati rastrellati da ogni luogo e portati nei campi di concentramento. Questi luoghi terribili avevano una recinzione di filo spinato che serviva a non far scappare i prigionieri, che qui vivevano in condizioni disumane, tutti ammassati, senza cibo, al freddo, privati della dignità e perfino del nome.

Anche prima dei campi di concentramento, durante la persecuzione, molti bambini hanno perso i loro genitori e, come raccontano numerosi film tra cui “il bambino con il pigiama a righe”, gli ebrei all’improvviso non potevano più uscire, lavorare, vedere i loro amici, i bambini non potevano giocare e dovevano solo soffrire come se avessero compiuto un atto imperdonabile. 

Secondo i nazisti, loro dovevano solo soffrire perché erano sbagliati, nessuno poteva aiutarli e questa è una grande ingiustizia. Se penso o provo a immaginare i dolori subiti e le sofferenze patite, io rimango incredula….

Istintivamente mi chiedo come faccia Liliana Segre a raccontare e ricordare le violenze subite e la paura di non riuscire a sopravvivere, poi, però, penso che grazie a persone come lei conosciamo le cattiverie che è in grado di fare l’uomo a un altro uomo e possiamo stare in guardia. 

Sembra banale ma dovremmo imparare a metterci dalla parte dell’altro e tante cose andrebbero diversamente. 

Per esempio Hitler non ha mai pensato che avrebbe potuto essere dall’altra parte, dal lato di coloro che lui ha ritenuto “sbagliati” e che avrebbe potuto soffrire anche lui come hanno sofferto gli ebrei. 

La testimonianza di Liliana Segre è importante perché ci ricorda cosa può fare un uomo ad un altro uomo, solo perché lo reputa “diverso”. Ma poi, diverso da chi?

Vittoria Vitale 

Chi salva una vita, salva il mondo intero

L’incredibile storia che oggi racconteremo vede il suo scenario nella Grande Moschea di Parigi costruita nel 1926, considerata oggi uno dei luoghi di culto islamici più belli di tutta Europa, come gesto di gratitudine della Francia nei confronti di quei musulmani che combatterono contro i tedeschi nella prima guerra mondiale.

Immaginiamo per un attimo di vivere nella Francia del 1940 invasa dai nazisti, immaginiamo di essere ebrei che all’improvviso si trovano in pericolo di vita e cercano una via di fuga.

In questo clima di terrore, molti ebrei si rivolgono proprio al capo Imam della moschea di Parigi, Si Kaddour Benghabrit di origini algerina, per chiedere aiuto e protezione dai rastrellamenti dei nazisti, ormai all’ordine del giorno.

L’Imam, nonostante stia mettendo in pericolo se stesso e la comunità che guida, senza indugio, accoglie migliaia di ebrei, nascondendoli all’interno della moschea, precisamente nei suoi sotterranei, con lo scopo di evitare che vengano deportati nei campi di concentramento, affidandoli alla resistenza che li avrebbe successivamente condotti fuori dal Paese, sani e salvi.

Per proteggerli, l’Imam non esita ad ingannare le autorità tedesche creando documenti falsi, in modo da farli passare come musulmani, soprattutto bambini, considerato che per i nazisti risulta difficile distinguere gli ebrei orientali dai musulmani visto che parlano la stessa lingua e hanno nomi simili.

Non si sa precisamente quante persone sono state salvate dall’Imam Si Kaddour Benghabrit, ma gli studiosi stimano tra 500 e 1600. Forse anche di più.

Questa è senza dubbio una storia di pura umanità, colma di speranza e di fiducia tra uomini di differenti religioni, una storia di solidarietà, una storia da non dimenticare, mai.

Chi salva una vita salva il mondo intero.

Un uomo da ricordare.

Nel 2005 un’associazione di donne ebree e musulmane ha presentato una petizione all’Ente nazionale per la memoria della Shoah, affinché Si Kaddour Benghabrit venga riconosciuto tra i Giusti fra le nazioni.

Arianna Manfredi

Il Giorno della Memoria

Olocausto, a pronunciare questo termine mette già i brividi! In automatico la mente lo ricollega agli orrori della storia, che non sono solo quelli del periodo nazi-fascista, ma ha origini ancora più antiche. Facciamo un passo indietro per comprendere meglio il significato di questa parola. L’etimologia della parola olocausto è di derivazione greca, infatti, in greco antico il verbo ὁλοκαυτεῖν (holokautein), da cui il termine ὁλοκαυστός (holokaustos), formato dal prefisso ὅλος (holos) = intero + καυστός (kaustos) = bruciato, significa letteralmente “bruciato per intero, completamente bruciato“. Ci si riferiva a cerimonie sacrificali di civiltà antiche, che prevedevano, in genere, vittime animali ma talvolta anche sacrifici umani. Gli storici ritengono che sia più corretto usare il termine Shoah (in ebraico: lett. “catastrofe, distruzione“), che ha trovato ragioni storico-politiche nel diffuso antisemitismo secolare.

Ma da dove ha origine l’odio nei confronti del popolo ebreo? 

A Roma gli ebrei, che sin dai tempi di Giulio Cesare e di Augusto vivevano come tutti gli altri cittadini, furono addirittura inclusi nell’Editto di Caracalla del 212 d.C., il quale estese la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’Impero. Successivamente, con l’avvento del Cristianesimo, vennero ritenuti cittadini di posizione sociale inferiore. Un grande cambiamento avvenne in sostanza quando il Cristianesimo si diffuse ovunque e diventò una religione dominante, prima con l’Imperatore Costantino, che emanò un editto nel 313 d. C. che concedeva la libertà di culto ai cristiani e poneva fine a una sanguinosa stagione di persecuzioni iniziate nel 303 d.C. dall’Imperatore Diocleziano. Subito dopo, nel 380 d.C., l’Imperatore Teodosio emanò l’editto di Tessalonica, in cui ufficializzava il Cristianesimo quale religione unica dell’Impero. Il Cristianesimo, basato su un monoteismo rigido, cominciò a creare problemi all’Ebraismo. I cristiani, infatti, non ammettevano l’esistenza del paganesimo, ciò nonostante accettavano l’Ebraismo. L’esistenza degli ebrei rispetto a quella dei cristiani doveva essere, però, regolamentata e considerata di categoria inferiore, con la conseguente riduzione dei diritti civici e sociali. Gli ebrei, quindi, dovevano essere accettati, soprattutto perché non sarebbe stato possibile negare le origini comuni, essendo lo stesso Gesù un ebreo. In pratica gli ebrei servirono ai cristiani per far risaltare al mondo la diversità tra le due religioni. Gli Ebrei non riconoscevano Gesù come il Messia, anzi, secondo una versione che è circolata per secoli fino ai giorni nostri, vollero addirittura la sua morte. Gesù venne condannato a morte in quanto fu considerato blasfemo nell’affermarsi come il figlio di Dio e colpevole di lesa maestà nei confronti dell’Impero Romano. Ciò nonostante, i padri della Chiesa non nutrirono mai odio in senso razziale verso gli ebrei. Alla fine del VI sec. Papa Gregorio Magno, pur continuando a considerare l’Ebraismo come una religione piena di superstizione e perfidia, dichiarò illegittime le conversioni forzate. Dall’VIII secolo fino all’anno Mille le comunità ebraiche sparse nell’Occidente vissero un periodo di calma e prosperità. Tale cambiamento avvenne grazie all’atteggiamento favorevole degli imperatori carolingi a partire da Carlo Magno (768-814), il quale degli ebrei apprezzava l’onestà e la lealtà verso il prossimo. Pertanto volle proteggerli garantendo loro non solo la vita, ma anche il diritto alla proprietà, alla libertà religiosa, mercantile e all’indipendenza giudiziaria. Gli ebrei, per ringraziare l’Impero, favorirono lo sviluppo dell’industria e del commercio, soprattutto con l’Oriente, interdetto ai cristiani dall’Islam. Con Ludovico il Pio, e i suoi successori, aumentarono i privilegi, infatti la corte si serviva di medici e ambasciatori ebrei. Nelle principali città della Germania nacquero addirittura comunità ebraiche molto attive culturalmente e commercialmente. La popolazione ebraica si spinse sino all’Austria e alla Moravia. Intanto, a partire già dal VII secolo, era cominciata l’espansione degli Arabi musulmani. L’Islam si pose nei confronti degli ebrei, che trovò sul territorio che invase, allo stesso modo dei cristiani. Li lasciò vivere in condizioni di inferiorità giuridica. La nuova religione, cioè quella musulmana, scatenò la “guerra santa” che si diffuse rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo, verso l’Iraq e la Persia. Il successore di Maometto, il califfo Omar, occupò la Palestina e innalzò sulla spianata del sacro Tempio di Gerusalemme le due moschee di Al-Aqsa e della Roccia. Facendo un enorme salto nelle epoche della storia, arriviamo al XIII secolo in cui iniziarono le grandi espulsioni di massa degli ebrei. La prima avvenne in Inghilterra nel 1291, poi nel 1394 in Francia e infine l’espulsione più drammatica in Spagna nel 1492. Ripercorrendo i fatti che portano a quest’ultima data, occorre ricordare che nella Penisola iberica gli ebrei fondarono delle comunità molto prospere, protette dagli stessi sovrani spagnoli. Purtroppo però, gli ebrei di Andalusia dovettero lasciare il Sud della Spagna all’arrivo degli Almohadi (islamici intransigenti), e si trasferirono in parte in Marocco e in Egitto, ma soprattutto nel regno di Castiglia e di Aragona, dove inizialmente i sovrani cattolici li accolsero, dando loro la possibilità di esercitare qualsiasi attività, pur cercando sempre di sollecitare le conversioni. Quando la Spagna avviò la reconquista, cioè la cacciata degli Arabi per ristabilire il primato del Cattolicesimo, gli ebrei furono minacciati. Dovevano andarsene oppure convertirsi. Poco dopo iniziò un periodo storico molto buio e atroce, quello dell’Inquisizione, durante il quale ci fu il primo rogo degli ebrei nel 1481. Il tribunale della Santa Sede promise il perdono a coloro che avrebbero denunciato eventuali altri colpevoli, ovvero ebrei convertiti che continuavano a seguire i costumi giudaici, innescando così una catena infinita di arresti, torture, processi, condanne, roghi e confische di beni. All’accanimento feroce del primo Inquisitore Generale, il terribile Tomaso Torquemada, si oppose spesso lo stesso re Ferdinando e così pure ebrei influenti come Abraham e Isaac Abrabanel, una famiglia di eminenti statisti e banchieri, che ricorsero persino al Papa. Né Re né Papi riuscirono a fermare la macchina infernale della Santa Inquisizione, infatti gli inquisitori mandarono al rogo migliaia di ebrei, convinsero i sovrani, Isabella e Ferdinando, che l’unico modo per sottrarre i nuovi cristiani all’influenza ebraica era quello di espellere tutti gli ebrei dalla Spagna, dalla quale erano appena stati cacciati i Mori. Il decreto di espulsione fu firmato dai Sovrani il 31 marzo 1492 e fu un trauma enorme nella memoria ebraica. Dopo qualche secolo, nel Settecento, ovvero nel Secolo dei Lumi e dell’Illuminismo, nacque e si diffuse nuovamente l’idea della cittadinanza. Anche gli ebrei potevano essere considerati dei cittadini come gli altri. Si sviluppò un movimento intellettuale di apertura democratica che dalla Francia si diffuse in altri Paesi, come ad esempio la Prussia. Essendo l’Illuminismo un movimento che poneva al centro l’uomo e lo Stato e non la fede, il concetto di identità nazionale non fu più legato strettamente alla religione, pertanto anche gli ebrei furono considerati cittadini come tutti gli altri. Tutto ciò rappresentò la piena emancipazione degli ebrei, una sorta di rivoluzione che coincise col periodo 1789-1870. Ma questo popolo dovette subire altri atroci attacchi!

Chi ha coniato il termine “antisemitismo”?

Antisemitismo: pregiudizio e odio nei confronti degli ebrei e dell’Ebraismo. Il termine fu coniato nel 1879 dal giornalista ed agitatore tedesco Wilhelm Marr, per definire la propaganda antiebraica allora diffusa in Europa. In poco tempo antisemitismo diventò di uso comune, come un termine atto ad indicare tutte le forme di ostilità verso gli ebrei, e risuonerà nel corso della storia. Nel periodo della Repubblica di Weimar, cioè dal 1919 in poi, gli ebrei tedeschi erano e si sentivano tedeschi a tutti gli effetti, erano integrati nella società e molti si erano arricchiti. Poco dopo, però, gli ebrei diventarono un pericoloso nemico interno, ritenuto colpevole di molti dei problemi che affliggevano la Germania. Dopo anni di atroci discriminazioni, messe in atto probabilmente dalla retorica di Hitler, fu resa impossibile la vita agli ebrei tedeschi, e nel 1942 la Germania nazista adoperò spazi, uomini e risorse per mettere in pratica ciò che i gerarchi nazisti avevano progettato: lo sterminio di tutti gli ebrei.     

Ma perché Hitler odiava così tanto gli ebrei?

Per Adolf Hitler gli ebrei erano una razza inferiore rispetto alla razza ariana, a cui appartenevano i tedeschi, inoltre li riteneva portatori di malattie e morte. Per Hitler ed i suoi seguaci, gli ebrei incarnavano il male sotto ogni punto di vista, poiché erano coloro che avevano crocefisso Gesù.

Da quando comincia la Shoah?

Le persecuzioni contro gli ebrei nella Germania nazista iniziano non appena Hitler ottiene il potere. Nel 1933 iniziarono le prime violenze contro gli ebrei in Germania, spesso organizzate dalle SA di Hitler. Nel 1935, con le leggi di Norimberga, venne approvata una legge per la cittadinanza, secondo la quale gli ebrei non erano più considerati cittadini tedeschi. Nell’autunno del 1941 gli ebrei, che ormai erano obbligati a cucire una stella di David sugli abiti sin dall’età di 6 anni, non poterono più emigrare dal Reich. Nel 1942 ebbe luogo la Conferenza di Wannsee, presso una villa nell’omonimo quartiere di Berlino. Qui si incontrarono 15 importanti gerarchi delle SS, dello Stato e del partito nazista, per discutere sulla soluzione finale, nome in codice per l’eliminazione fisica degli ebrei d’Europa. Da questo momento le politiche naziste volsero ad uno sterminio di massa degli ebrei. Furono individuate strutture dedicate allo sterminio, come Auschwitz (Polonia), dove gli ebrei furono eliminati in massa attraverso metodi atroci, come le camere a gas. Gli ufficiali nazisti non ci hanno lasciato documenti sul conteggio delle vittime, infatti a partire dal 1943, quando si iniziarono a temere che i Paesi dell’Asse avrebbero perso la guerra, gran parte della documentazione riguardante le vittime fu distrutta dai nazisti, che intuirono che al termine della guerra ci sarebbero stati dei processi. Soltanto con la fine della seconda guerra mondiale i Paesi vincitori hanno iniziato a fare delle stime, gli ebrei sterminati dai tedeschi per motivi razziali ammontano a circa 6 milioni.

Il Giorno della Memoria

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono nella città polacca di Auschwitz e scoprirono il noto campo di concentramento. Riuscirono a liberare i pochi superstiti. La data del 27 gennaio, in ricordo della Shoah, è diventata una data ufficiale per gli Stati membri dell’Onu. In Italia il Giorno della Memoria venne istituito con la Legge 211 del 20 luglio 2000, e ogni anno viene celebrato per non dimenticare mai l’atroce e assurdo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, i deportati nei campi di concentramento, la loro prigionia e la loro morte.

Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi sarò contento,
a che serve essere tristi, a che serve.
Perché soffia un vento cattivo.

Perché dovrei dolermi, oggi, del domani.
Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro.
Forse domani splenderà ancora il sole.
E non vi sarà ragione di tristezza.

Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento,
e ad ogni amaro giorno dirò,
da domani, sarà triste,

Oggi no.

(Poesia di un ragazzo trovata in un Ghetto nel 1941)

Monica Cocciardo

disegno di Carlotta Ciccarelli

TUTTE LE DOMANDE CHE VORREMMO FARLE (LETTERA A LILIANA SEGRE)

Cara Senatrice Segre,

siamo i bambini della classe 3^ D della Scuola Primaria Anna Frank di Bari. In questi giorni, insieme alla nostra maestra, stiamo discutendo molto su quello che è accaduto nel 1938, l’anno in cui furono emanate le leggi razziali.

La maestra ci ha fatto vedere una Sua intervista e noi siamo stati attenti a tutto quello che Lei ha detto, ma siamo rimasti colpiti soprattutto da queste parole: “Nessuno si accorse del mio banco vuoto e questo è stato un vero schiaffo morale, una ferita che mi sono portata sempre dentro. A distanza di anni ho incontrato di nuovo i miei amici di scuola e la prima domanda che ho rivolto loro è stata proprio Perché?”.

Abbiamo immaginato come ci comporteremmo noi se un nostro compagno non venisse a scuola per gli stessi assurdi motivi. Qualcuno di noi avrebbe il coraggio di protestare? Siamo tutti convinti di sì.

Leggendo la sua storia tante domande ci sono venute in mente…

– Che cosa sono le leggi razziali e perché furono scritte?

– Perché gli ebrei erano odiati così tanto?

– Perché gli ebrei non si sono mai ribellati?

– Cosa facevano i bambini ebrei quando erano costretti a non andare a scuola?

– Che cosa hanno risposto i compagni di scuola, quando è capitato che abbiano incontrato dopo tanti anni i loro coetanei ebrei “espulsi” dalle loro classi?

– Le piaceva andare a scuola?

– Ha avuto paura quando l’hanno divisa da suo padre?

– Cosa le mancava di più della sua normalità quando era rinchiusa nel campo di concentramento?

– Aveva un amico o un’amica di cui si fidava nel campo di concentramento?

– Se le truppe russe arrivarono nel campo il 27 gennaio, perché lei è stata liberata a maggio?

Sarebbe bello se Lei potesse risponderci e se potessimo incontrarla per parlare con Lei di quanto accaduto, non per rattristarla ma per farci spiegare, per capire, per non sbagliare mai nello stesso modo e anche per abbracciarla forte forte e farle sentire quanto l’ammiriamo e la stimiamo.

Ci auguriamo che prima o poi accada.

Intanto La salutiamo con affetto

Gli alunni della 3^ D

PS: Ci scusi, un’ultima domanda: Quando anche l’ultimo ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento e alla Shoa sarà morto, chi risponderà a quelli che ancora chiederanno, che vorranno sapere?

Beh, non si preoccupi: risponderemo noi perché, insieme a tanti altri, saremo la sua MEMORIA.

E’ UNA PROMESSA!

NAPOLI? SI’, MA SOTTERRANEA!!!

Recentemente  ho avuto la possibilità di visitare Napoli e non solo in superficie! Quando ho sentito nominare “Napoli sotterranea”, ho immaginato che fosse una vera e propria città “sotto terra”, quasi un mondo al contrario, e invece, con grande stupore, ho scoperto tutt’altro! Si tratta di un substrato che sorregge la città di Napoli da circa 5000 anni. Come si può capire dal nome essa si trova sottoterra, a circa 40 metri di profondità, e durante la seconda guerra mondiale veniva utilizzata per ripararsi dai bombardamenti: oggi, infatti,  possiamo trovare resti di oggetti che si usavano in quegli anni.

Per raggiungere “Napoli sotterranea” bisogna scendere molte scale: una volta arrivati, ci si trova in un’ampia sala di pietra con anche dei posti su cui sedersi, lì giù ci sono anche molti cunicoli alcuni più stretti altri più larghi. La cosa sorprendente è che degli scienziati stanno facendo degli esperimenti per far sopravvivere le piante in presenza di elevata umidità mediante l’uso di una lampada al magnesio che funziona come se fosse il sole.

Ho esplorato questo luogo magico insieme ad una guida, e sono rimasto affascinato dalle storie che mi ha narrato: la più bella è la leggenda del “Monaciello”. Ve la racconto!

Anticamente ogni abitazione nella città di Napoli poteva attingere acqua dalla cisterna sottostante tramite un pozzo al quale aveva accesso il “pozzaro”, una persona che faceva questo lavoro e che si muoveva con destrezza nei sotterranei della città , riuscendo a camminare lungo stretti cunicoli e ad arrampicarsi su per i pozzi. I pozzari, veri signori della Napoli sotterranea, avevano libero accesso a tutte le case mediante i pozzi e nel tempo hanno dato origine a leggende ancora vive nell’immaginario napoletano come quella dei “monacielli”, ovvero spiriti benevoli o maligni che facevano scherzetti alle padrone delle  case, facendo sparire gli oggetti e usando le vie sotterranee che conoscevano bene, per sparire o apparire, sotto il mantello da lavoro che somigliava appunto al saio di un monaco.

Seguendo il nostro percorso lungo i sotterranei, abbiamo dovuto attraversare un cuniculo molto stretto e buio, che è l’incubo delle persone claustrofobiche, ma che va assolutamente visto!! All’inizio bisogna camminare con la testa bassa per circa 3 metri, poi si prosegue in uno spazio largo 50 cm, ma lungo 80 metri. Io mi sono fatto coraggio e l’ho attraversato: alla fine non è stato così difficile perché ogni tanto c’erano delle zone più ampie che ospitavano grandi piscine piene d’acqua cristallina: lì ci si ricreava un po’ e alcune persone buttavano le monete per esprimere un desiderio, l’ho fatto pure io!

Quando siamo tornati nella sala principale il nostro viaggio non era ancora finito e la guida ci ha  accompagnati lungo una strada misteriosa di Napoli per poi raggiungere un’antica abitazione nel cui sottoscala sono stati trovati i resti di un teatro romano risalenti ai tempi di Nerone, anche questa, come tutta la visita, è stata una inaspettata e piacevole scoperta!

Mattia Di Marzo

La Compassione è solo una parola o ci riguarda personalmente? Cronaca di una mattinata speciale

Il giorno 15 ottobre 2022, presso la scuola Zingarelli, si è tenuta la premiazione per la 35° edizione del concorso di disegno “UN POSTER PER LA PACE”¸: organizzato dai Lions, associazione diffusa in tutto il mondo e che si occupa di promuovere iniziative di beneficenza per raccogliere fondi in favore di iniziative che promuovono il benessere delle persone. Il fondatore del Lions International è Malvin Joes e la sede centrale dell’associazione si trova in America.
Il tema del concorso, quest’anno era “Guidare con Compassione“, e in occasione della premiazione sono venutio nella nostra scuola i coordinatori del concorso: Domenico Epicoco, ex preside, e la professoressa Concetta Deflammines.
Io li ho conosciuti personalmente all’inizio della presentazione, e ho avuto l’opportunità di intervistarli.
Rispondendo alle domande che ho posto loro, mi hanno spiegato che in Italia i Lions sono divisi in diversi club e 17 distretti: ogni club è autonomo e organizza diversi incontri per i propri membri.

A Bari ci sono 12 club Lions: i Lions – Bari San Nicola.
La professoressa e l’ex preside sono stati onorati e felici di parlare a noi ragazzi di concetti importanti come la pace, e di come si possa rappresentarla ciascuno a proprio modo mediante un disegno.
Dopo aver intervistato i coordinatori del concorso c’è stata la premiazione: i disegni dei partecipanti trasmettevano in modi diversi l’intenzione di migliorare il mondo, ed erano tutti bellissimi. Proprio per l’unicità di ciascuno – ha detto la professoressa Deflammines- è stato difficile selezionare solo quattro disegni a cui assegnare il premio.
Di questo bellissimo incontro porto nel cuore questo messaggio: noi ragazzi che vivremo insieme il domani dobbiamo cercare di essere una squadra, perché da soli non siamo nessuno ma insieme siamo una forza; tutti noi dobbiamo cercare di ribellarci quando qualcosa non ci sembra giusto e cercare di difendere i principi in cui crediamo e soprattutto aiutare chi è in difficoltà, non lasciarlo mai solo, porgergli una mano, mostrare compassione verso l’altro, cioè vivere con lui le gioie e i dolori.
La compassione ci riguarda personalmente e non è una parola che sentiamo
solo dire in giro senza capirne il significato. Avere compassione però non è sempre facile, a volte non ti viene spontaneo porgere la mano ma dobbiamo sempre pensare che potremmo ritrovarci noi dall’altra parte, dalla parte di chi ha bisogno, e guardare l’altro come vorremmo essere guardati noi.

Vittoria Vitale

“Stai zitta” di Michela Murgia

Di tutte le cose che le donne possono fare, parlare è ancora considerata la più sovversiva”

“Stai zitta” di Michela Murgia, scrittrice e opinionista italiana, oltre che un libro, è uno strumento che evidenzia come il patriarcato sia ancora fortemente radicato nella nostra società, nella quale il ruolo “inferiore” della donna viene imposto soprattutto attraverso il linguaggio, specchio del pensiero di massa.

Questa realtà scomoda è raccontata, o meglio spiegata con l’analisi di 9 frasi che le donne si sentono dire dagli uomini col fine di sminuire la loro persona, il loro ruolo e le capacità.

Vi spiego meglio: Fareste mai ad un uomo un complimento per il fatto che oltre a fare carriera è un buon padre?

Le donne in carriera con figli, vengono talvolta elogiate non tanto per la professione, quanto per il ruolo di “mamma”, come possiamo notare spesso nei titoli di giornale “L’assessore è mamma di due figli” La mamma-razzo vince i 100 metri” “Giovane mamma muore a 32 anni”.

Pur di non ammettere l’importanza di una donna, la società ha bisogno di evidenziarne il ruolo materno rendendola così in un certo senso più “umana” oppure chiamandola col nome di battesimo, dandole del TU e mettendo l’articolo determinativo davanti al cognome, tutto per farle perdere credibilità.

Per abbattere questi pregiudizi assolutamente infondati che ahimè ci portiamo dietro da secoli, è necessario uno scatto di mentalità, da parte non solo degli uomini, ma anche di noi ragazze e donne, rendendoci conto delle ingiustizie che ogni giorno, pur non rendendocene conto, ci troviamo ad affrontare, e che soprattutto, non sono solo parole.

Questo libro ha un’ambizione: che fra dieci anni una ragazza o un ragazzo trovandolo su una bancarella, sorrida pensando che queste frasi non le dice più nessuno.

Sara Medici