AGGRAPPATEVI, SALTATE, PRENDETE, INTERAGITE, RAGIONATE, MA SOPRATTUTTO CADETE IN… HUMAN FALL FLAT!

“Mai un puzzle mi ha fatto ridere così tanto” game critics.com

“Human Fall Flat” è un video gioco sviluppato dalla No Brakes Games e pubblicato dalla Curve Digital nel 2016. E’ disponibile per Nintendo Switch, Linux, Android, Playstation 4, Playstation 5, Xbox One, IOS, Microsoft Windows, Xbox series X\S, Google Stadia e Classic Mac Os. 

Il gioco, candidato al “LOGIN Award for Game of the Year”, è un rompicapo in terza persona costituito da 14 livelli, che premiano l’esplorazione e l’ingegnosità. Tra i livelli spicca quello “Laboratory”, ovvero il livello “Laboratorio”. Le modalità di gioco sono 3: in solitaria, con due giocatori in locale, o in multiplayer fino a 8 giocatori tramite connessione Wi-Fi. Le risate sono assicurate! Il vostro personaggio, chiamato “umano”, può essere personalizzato intervenendo su 3 parti del corpo (testa, busto e gambe): basta selezionare con il pulsante “costumize” (=personalizza). Si può anche cambiare il modello del personaggio: possiamo scegliere il “None” (=Niente), “Legacy body”, “Mummy” (=Mummia), “Dog” (=Cane), “Penguin (=Pinguino) e molti altri. Si possono anche modificare i colori del personaggio, scegliendo tra quelli che più ci piacciono, per esmepio, per gli accessori o l’abbigliamento. Un recente arricchimento dei comandi ha visto l’inserimento del “Toggle”, che si può usare nella modalità con 2  e permette di scambiare il personaggio che si usa spesso con un altro, per la personalizzazione del secondo giocatore.

Nel gioco è permesso l’uso delle mani: la mano destra e la mano sinistra si possono usare per aggrapparsi, tirarsi su, prendere un oggetto, tirare leve, premere bottoni… ma non per arrampicarsi sulle pareti. Si può saltare e infine usare il “Play dead” (=finta morte), con cui l’umano sdraiato per terra si finge morto: questo è un ottimo modo per farsi 4 risate. Una breve spiegazione al nome di questo gioco, Human Fall Flat, che significa “Uomini Cadono Piatti”! Sembrerebbe un’espressione nonsense, invece quando si gioca se ne capisce il senso: quando si cade da un livello, si ritorna nello stesso livello all’ ultimo checkpoint (=punto di salvataggio), dove si cade senza pietà sul duro suolo. Quando si scappa da un livello, bisogna cercare l’uscita simboleggiata con il cartello dell’uscita d’emergenza. Di grande aiuto sono anche i vari veicoli che possono essere guidati con delle leve (generalmente 2) per raggiungere l’uscita.

Aggrappatevi, saltate, prendete, interagite, ragionate, ma soprattutto cadete, in Human Fall Flat!

Noi invece, ci rivediamo in un nuovo articolo. Alla prossima!

Giosuè Bennardo

DANIELE NICASTRO RACCONTA “GRANDE” ALLA ZINGARELLI

Il 28 Aprile la classe 3D ha avuto la straordinaria opportunità di incontrare a scuola lo scrittore Daniele Nicastro, autore dell’appassionante romanzo “Grande”.

Questa esperienza non solo ci ha offerto la possibilità di conoscere un noto scrittore come Nicastro e di discutere con lui di un libro che abbiamo particolarmente amato, ma ha rappresentato quasi un ritorno alla normalità, in particolare agli incontri in presenza con gli autori che ci sono mancati tantissimo.

Nicastro, entrato nella nostra classe, è stato accolto da un applauso generale, suscitato dall’emozione di incontrarlo. Si è presentato parlandoci delle sue origini siciliane, evincibili dal suo cognome, e del suo trasferimento nel Nord Italia insieme alla sua famiglia, dettato dall’impossibilità di trovare lavoro al Sud. Ha parlato anche della sua passione per i videogames e per le Serie TV. Dopo questa breve presentazione sono iniziate le nostre domande.

Gli abbiamo chiesto se avesse vissuto in prima persona le vicende narrate nella storia e abbiamo appreso che, pur non avendo vissuto direttamente gli eventi raccontati, nel delineare la psicologia del protagonista (Luca), si è sicuramente ispirato alla sua adolescenza: ad esempio i frequenti litigi e gli scontri di Luca con i genitori molto hanno in comune con il “Daniele adolescente”.

Molto interessante è stato scoprire che prima di diventare scrittore, Nicastro era un ghost writer, cioè scriveva libri in “anonimato” senza che il suo nome fosse pubblicato sulla copertina dei libri, condizione che è divenuta col passare degli anni sempre più insopportabile.

L’autore ci ha spiegato anche che per la scelta del titolo del romanzo è stato decisivo il suggerimento di un suo “grande” amico e “grande” scrittore: Davide Morosinotto. Ebbene sì, proprio lui! L’autore de “Il rinomato catalogo…”, “Il fiore perduto dello sciamano K”, …! Lo stesso che abbiamo incontrato a scuola in prima media e di cui abbiamo letto e amato tanti romanzi!

Molte domande sono state poi formulate relativamente alla psicologia di altri personaggi del libro, scoprendo tante curiosità.

La figura di Paolo, cugino del protagonista, è nata ad esempio dal desiderio di sorprendere il lettore, “trasgredendo volutamente gli stereotipi”: Luca, ragazzo di Torino, si rivela molto disobbediente e irresponsabile; Paolo, siciliano, si caratterizza per il rispetto delle regole ed il forte senso di Giustizia.

Prima di autografare i nostri libri, Nicastro ci ha annunciato l’uscita a Maggio di un suo nuovo romanzo, “Vengo io da te”, di cui ci ha anticipato in breve l’avvincente trama. Che state aspettando? Correte in libreria ad acquistarlo!

Per noi è stato un onore accogliere in classe Daniele Nicastro e ci auguriamo che in futuro ci sia data la possibilità di vivere tante altre esperienze così coinvolgenti e formative.

Tommaso Tedesco Quartulli e Gabriele De Marzo

“NON CHIAMATELI EROI”: INCONTRO CON LO SCRITTORE ANTONIO NICASO

Quest’anno all’interno del progetto lettura il 22 marzo noi ragazzi delle classi terze abbiamo avuto l’onore di incontrare, anche se solo in modalità on line, Antonio Nicaso, giornalista e insegnante di storia sociale della criminalità organizzata della Queen’s University in Canada, e insieme al magistrato Nicola Gratteri coautore del libro “Non chiamateli” che abbiamo letto e analizzato in questi mesi.

Il confronto con lui ci ha permesso di conoscere la sua esperienza di vita e di confrontare le nostre riflessioni sulla legalità e sulla situazione italiana.

Nicaso ha scritto tantissimi saggi, sul tema della criminalità. La sua passione per i libri è nata grazie al suo professore delle scuole superiori, che gli diceva che scriveva dei testi bellissimi e lo ha spronato a coltivare questo talento. Così pur in un piccolo paese dove i libri e le biblioteche erano poche, ha curato il suo percorso facendogli conoscere testi diversi e di vario genere, per alimentare la sua vocazione. Antonio da quel momento ha sempre valorizzato il lavoro del suo mentore, che gli ha indicato una nuova prospettiva. E dalla sua lunga esperienza ha affermato che per saper scrivere bene, fondamentale è la lettura, che ci permette anche di viaggiare in mondi immaginari pur restando nel letto della nostra cameretta.

Di solito le persone che scelgono di fare lavori fuori dal comune, come il cantante, il pittore o lo scrittore, non vengono supportate dai parenti, perché i loro sogni sembrano impossibili da raggiungere e poco proficui. Questo non è il caso del nostro autore. Infatti nel suo cammino adolescenziale fondamentale è stata la madre, che lo ha sempre sostenuto nel suo percorso e non lo ha mai giudicato. Il suo papà era morto quando Nicaso aveva solo quattro anni, però, nonostante ciò, il ragazzo è andato avanti e ha superato i problemi insieme alla mamma e alle sorelle.

Una vicenda della sua vita che ci ha colpito particolarmente è accaduta durante la scuola, in provincia di Reggio Calabria. Il padre di un suo compagno di classe è stato ucciso perché non voleva pagare il “pizzo” e così sin da piccolo (aveva solo sei anni e mezzo) Antonio ha amaramente scoperto che la criminalità era vicina ed era qualcosa che “toglieva il sorriso” a chi gli stava accanto. Inoltre in quel periodo la gente aveva problemi economici e quindi molti ragazzi, dopo aver abbandonato gli studi, si univano alla ‘ndrangheta, distruggendo i rapporti con i compagni e la famiglia. Eppure in quel contesto alcuni studenti, come Nicaso, hanno avuto il coraggio e la determinazione di scegliere la via dell’onestà e alcuni di loro si sono dedicati alla giustizia perseguendo la professione di giornalista o magistrato, e osservando il fenomeno anche in un’ottica internazionale.

All’età di ventinove anni, dopo essersi laureato, per necessità si è dovuto trasferire in Canada, ambiente in cui si è inizialmente sentito completamente estraneo soprattutto per la diversa lingua che non gli permetteva di interagire con gli altri. Per questo ritiene una fortuna e una risorsa che il capitale umano nato e formatosi in Italia possa continuare a rimanere nel proprio paese per migliorarlo, come il suo amico Gratteri. Il rapporto con il magistrato è nato quando erano piccoli, quando condividevano l’amore per la terra d’origine, gli interessi comuni e la condizione sociale e, come ci ha rivelato, “quando avevano uno i soldi sufficienti per comprare la pizza e l’altro quelli per comprare la Coca-cola”. E dalla loro amicizia è scaturita la collaborazione professionale.

Sollecitato dalle nostre domande l’autore ha espresso chiaramente che la criminalità più diffusa e potente a livello internazionale è la ‘ndrangheta e che non ha l’immagine “fascinosa” e stereotipata espressa dal cinema o dalle fiction, ma è un fenomeno diffuso e brutale che possiamo imparare a riconoscere con lo studio e la lettura dei libri. La reazione dello Stato nei confronti della criminalità organizzata è stata ed è molto importante e utile, ma occorre un approccio più severo e radicale, sul campo. Molti magistrati, come Giovanni Falcone, hanno contribuito al massimo delle loro capacità, e soprattutto con efficacia, all’affermazione della giustizia nella nostra nazione. Ma non basta. Secondo lui la politica e ancor di più la cultura dell’antimafia diffusa nel territorio possono giocare un ruolo fondamentale nel contrastare l’illegalità e la mentalità mafiosa, perché possono creare uno scudo reale e saldo. Proprio in quest’ottica è nata l’idea di scrivere “Non chiamateli eroi” in questo particolare momento storico.

L’opera scritta a quattro mani con Gratteri può essere considerata un manifesto di coraggio e forza, i cui protagonisti sono le vittime di mafia. Trent’anni dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, proprio i due magistrati che non volevano essere chiamati eroi e a cui è ispirato il titolo, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso dipingono le vite di coloro che, senza avere paura, hanno difeso con coraggio e professionalità i propri ideali fino alla morte.

Nel libro, infatti, si susseguono ritratti di uomini, donne e bambini accomunati tutti dalla sete di giustizia e libertà. Ognuno di loro ha lasciato nel cuore emozioni scritte con l’inchiostro: Giuseppe Letizia, Giuseppe di Matteo, Nicola detto Cocò Campolongo, vittime innocenti, brutalmente assassinate; Gelsomina Verde, Annalisa Durante, donne nel posto sbagliato al momento sbagliato, Lea Garofalo madre che sogna per la figlia una vita lontana dalla ‘ndrangheta; l’imprenditore tessile Libero Grassi, il mugnaio Rocco Gatto, lavoratori onesti che non hanno mai piegato la testa; Rosario Livatino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giorgio Ambrosoli, magistrati, avvocati, uomini che hanno fatto della lotta alla mafia il loro mestiere e il loro motivo di vita. Figure note e meno note, persone comuni che, eroicamente, hanno detto “No” alla criminalità organizzata e hanno dato il loro contributo per una società migliore.

I personaggi descritti ci inducono a riflettere su quanto sia importante combattere l’indifferenza e l’omertà e fare fronte comune contro la Mafia e le ingiustizie. I sacrifici e i sogni che emergono dai protagonisti sono un modo per non dimenticare e per ricordare che “si può fare qualcosa, e se ognuno lo fa, allora si può fare molto”.

La Sicilia e la Calabria fanno da scenario alle atrocità di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta, ma l’opera ci ricorda che la mafia può essere dappertutto, ovunque ci siano prepotenze, ingiustizie, sete di potere e omertà. La mafia è al lavoro, nella pubblica amministrazione, tra le vie delle città e anche nelle famiglie e non ha pietà neanche per chi è innocente o indifeso. Per questo è importante far conoscere questa realtà a tutti i cittadini, a partire dalle nuove generazioni, perché possano essere in grado di affrontarla con coraggio, rompendo il silenzio.

Le parole sono pietre. Usiamole per costruire ponti, per unire le coscienze di chi non sopporta più la tirannide delle mafie, l’ipocrisia di chi dovrebbe combatterle e le menzogne di chi continua a girarsi dall’altra parte”.

Proprio con le loro parole semplici e dirette i due scrittori arrivano a noi ragazzi e toccano le nostre coscienze, mostrandoci un mondo che sembra frutto di una fantasia macabra e brutale, che ci indigna, ma anche la forza e il coraggio dei “non eroi” che ci spinge a intervenire perchè “La memoria del loro sacrificio deve spingere ad impegnarsi per costruire un Paese veramente libero dalla paura, dal bisogno, ma soprattutto dal condizionamento mafioso”.

E’ stata decisamente un’esperienza che ricorderemo.

Emily Bevilacqua, Giovanni Decaro,

Annalisa Di Maso, Mario Panzarino

IL GRAN PREMIO DI BARI

13 Luglio 1947, ore 11. Il cielo è limpido e i motori rombano: al segnale dello starter d’eccezione Vito Antonio Di Cagno, sindaco della città, parte la prima edizione del Gran Premio di Bari!

Questa gara di velocità internazionale per vetture da corsa, disputatasi in altre otto edizioni successive a quella memorabile del 1947, si svolgeva lungo un circuito di 5,51 chilometri intorno alla Fiera del Levante; la sua nascita fu legata alla volontà di alcuni di risollevarsi dalla paura e dalle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale attraverso un evento che potesse coinvolgere tutta la cittadinanza e, nello stesso tempo, ridare respiro all’economia pugliese richiamando spettatori e curiosi da ogni parte del mondo.

L’ultima edizione del Gran Premio fu disputata nel 1956, ma per rinnovarne la memoria a partire dal 2010 ogni due anni si svolge la sua Rievocazione, organizzata dall’Old Cars Club.

Ed è così che arriviamo al 25 Aprile 2022: alle ore 9:00, sotto un cielo limpido come quello di tanti anni fa, la musica dell’Inno di Mameli ha dato ufficialmente inizio alla Settima Rievocazione Storica con la sfilata delle auto d’epoca.

Le auto sono state divise in 3 batterie, che hanno sfilato seguendo il tragitto dell’ultimo Gran Premio di Bari: 2.510 km a partire da Corso Vittorio Emanuele, dinanzi al Palazzo di Città.

La particolarità che gli spettatori hanno potuto riscontrare nel corso di questa edizione della rievocazione è stata la presenza di tantissime macchine con la guida a destra, caratteristica dei paesi del Nord Europa, questo perché molte auto dopo la Seconda Guerra Mondiale vennero portate in Inghilterra e Scozia, o anche negli Stati Uniti o nel Sud America e qui vennero “stravolte”: alcune conservarono la guida a destra, ma altre nacquero già con la guida al contrario.

L’edizione di quest’anno si è conclusa con la premiazione dell’auto più bella: al primo posto si è classificata l’Alfa Romeo RL del 1924 ‘Targa Florio’ (a mio parere posizione più che meritata); al secondo l’Ermini 1100 Sport del 1946; al terzo la Talbot AV Tourer del 1934.

Alfa Romeo RL 1924 ‘Targa Florio’; l’accensione è frontale e sul lato del conducente (lato destro) si trova il freno a mano.

Io sono un grande appassionato di auto d’epoca e vi posso assicurare che la Rievocazione del Gran Premio di Bari è fantastica! Allora, spero di incontrarvi tutti all’ottava edizione del 2024!

Michele Saulle

I CALCOLATORI UMANI

Ciao a tutti!

Quello di cui vorrei parlarvi oggi è una notizia che secondo me ha dell’incredibile.

Essa riguarda il fatto che spesso l’atteggiamento dell’uomo è in contraddizione con le sue azioni. Mentre si accingeva a compiere la missione che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’umanità e coronare il sogno di tanti – andare sulla Luna -, per quella stessa missione l’uomo usava alcune donne di colore come computer umani, tanto da essere chiamate calcolatori umani.

Alle stesse era impedito di usare i bagni comuni e anche gli spazi dove pranzare; avevano delle zone dedicate esclusivamente alle persone di colore.

Anche davanti alla straordinarietà di queste donne, che erano scienziate con capacità fuori dal comune, – basti pensare che si occupavano dei calcoli per le traiettorie, delle finestre di lancio, delle rotte di ritorno per i primi voli spaziali con esseri umani a bordo -, la rigidità mentale portava a pensare a loro come esseri inferiori solo perché donne di colore, persone con cui non condividere nulla, ma da utilizzare solo come macchine.

Allora mi chiedo: a cosa serve il progresso se i pregiudizi rimangono gli stessi di mille anni fa?

Conoscere queste realtà credo che possa servire a noi giovani a far sì che si cambi e a capire che tutti gli esseri umani sono uguali.

Massimiliano Figliuolo

LA 59ESIMA EDIZIONE DELLA BIENNALE DI VENEZIA

All’insegna della riapertura e dell’innovazione nel mondo dell’arte, il 23 aprile è stata inaugurata la 59esima edizione della Biennale di Venezia, l’esposizione internazionale dell’arte che rimarrà aperta al pubblico fino al 27 novembre 2022.

Saranno presenti padiglioni da tutto il mondo, ma a causa della recente guerra in Ucraina, il curatore della Russia si è dimesso dal suo incarico in segno di protesta, appoggiato anche dagli artisti connazionali; purtroppo questo è un segno di come neanche l’arte sia immune alla guerra.

Sarà indubbiamente un’edizione dai numeri stupefacenti, come afferma la responsabile Cecilia Alemanni, prima donna a ricoprire l’incarico di direttrice artistica. “Mi riprometto di dare voce ad artiste e artisti per realizzare progetti unici che riflettano le loro visioni e la nostra società”, ha affermato la curatrice.

La Mostra si articolerà tra il Padiglione Centrale, i Giardini e l’Arsenale, includendo 191 artiste e 22 artisti provenienti da 58 nazioni. Sono 26 gli italiani, 180 le prime partecipazioni nella Mostra Internazionale, 1.433 le opere e gli oggetti esposti, 80 le nuove produzioni.

La narrazione della biennale ruota attorno a temi universali, dall’identità di genere al rapporto tra individuo e tecnologia, che sono sempre più presenti nelle nostre vite. Lungo il percorso espositivo il pubblico può inoltre visitare cinque piccole mostre (o capsule) a tema. Degna di nota è l’opera intitolata “The Witches’ Cradle” (in italiano “La culla della Strega), che ospita dipinti di artisti storici all’avanguardia, tra cui Remedios Varo e Leonora Carrington, la cui immaginazione ha ispirato il nome della Biennale 2022, dal suo libro “Il latte dei sogni”.

C’è grande attesa per questa mostra, dato che è stata a lungo rinviata a causa della pandemia. “Ci si aspetta una Biennale di ripartenza”, questo l’auspicio espresso dal ministro della Cultura, Dario Franceschini.

Emma Di Bari (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

LA BELLEZZA. RIFLESSIONI IN LIBERTA’.

Dovremmo ammettere tutti che spesso, nella società odierna, la bellezza viene vista come un prerequisito senza il quale tutto è più difficile. Un po’ come gli enzimi, che catalizzando le reazioni le velocizzano, la bellezza facilita i rapporti sociali e quelli lavorativi. Sarebbe da ipocriti dire che una persona di bell’aspetto ha le stesse possibilità di chi non ne è dotato…

La bellezza è un concetto “libero”, che, se ridotto a canoni, risulta intrappolato e banalizzato. Vorrei che i miei coetanei imparassero che l’aspetto delle persone che frequentano non è rilevante e che sono altri i valori da apprezzare in chi li circonda. La cultura è bellezza, nulla può farmi cambiare idea; i lineamenti non sono un nostro merito, mentre coltivare se stessi è la miglior cura che si può avere della propria anima.

È prevedibile che alla nostra età si è superficiali, ma ciò non ci giustifica.

Dovremmo andare oltre l’omologazione e trovare nuove parole per poter descrivere ciò che vediamo, tutto può essere bello se esprime o suscita emozione.

L’estetica del mondo è imperfetta ed è proprio per questo che è meravigliosa.

La bellezza, nonostante sia relativa, dovrebbe invitarci a riflettere. Tutto ciò che ora troviamo attraente cambierà con il tempo, perché l’esteriorità è effimera.

Bellezza è realizzare se stessi. Tutto è fin troppo standardizzato; appena si esce dallo “schema” si è considerati diversi e ciò non viene visto in modo positivo, anche se in questi anni la situazione sta finalmente migliorando. Essa infatti aggiunge dettagli e particolarità ed è ciò che dà carattere all’individuo. La sicurezza fa apparire le persone molto più belle.

Non sempre la perfezione attrae e sicuramente il modo in cui si appare agli altri non deve essere l’unico nostro interesse. Questi sono i messaggi che dovrebbero essere trasmessi soprattutto ai giovani, che si trovano in un mondo di finte apparenze, dove è difficile spiccare per altre qualità.

Talvolta ci si mostra come non si è per riuscire a rientrare in un gruppo di persone “attraenti”, sfoggiando vestiti di marca, nuovi e costosi; tra le mie coetanee c’è poi chi si veste e si trucca in modo più appariscente per il proprio compiacimento e viene vista come colei che cerca attenzioni…

Esprimere se stessi in modo autentico è la chiave per acquisire sicurezza.

In questa società ci sentiamo in dovere di giudicare sempre, anche solo perché abbiamo il diritto di parola. Bisognerebbe comprendere che, per distinguersi dalla massa, occorre essere autentici e che ridicolizzare il prossimo che magari non si conforma, non significa esprimere un’opinione ma demolirne l’autostima.

Il concetto di bellezza viene spesso associato a quello di perfezione e questo è un grave errore.

La bellezza può essere ravvisata in qualsiasi cosa, luogo, persona; è varia e soggettiva; costringerla in standard e considerarla solo nel modo “tradizionale”, accettato dal collettivo, la banalizza, svuotandola del suo autentico significato.

Irene Marino (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

DANIELE NICASTRO OSPITE D’ECCEZIONE ALLA ZINGARELLI

Giovedì 28 aprile nella scuola Zingarelli alcune classi terze hanno incontrato lo scrittore Daniele Nicastro, autore del romanzo che ha dato il via al progetto di educazione civica svolto durante quest’anno scolastico. “Grande”, il titolo del libro, è un romanzo di formazione che ha accompagnato le nostre lezioni e i nostri dibattiti tra alunni e professori, i quali si sono immersi nella lettura e si sono affezionati ai personaggi. L’argomento principale potrebbe sembrare la mafia, tematica tutt’oggi ancora molto attuale, ma dietro la trama si nasconde un avvincente racconto di formazione che trasmette preziosi valori, soprattutto a noi ragazzi. 

Luca, un ragazzino che vive in Piemonte, viene costretto dai genitori a rinunciare alla vacanza con i suoi amici per andare a trovare la nonna malata in un piccolo paesino della Sicilia, di cui i suoi genitori sono originari… Qui passerà tutta l’estate e incontrerà un ragazzo di nome Mario, dal cui modo di fare Luca è affascinato: impennare sul motorino, avere tanti amici intorno che obbediscono a qualunque cosa lui dica, tante ragazze, serate mozzafiato… L’indole da adolescente ribelle di Luca, lo spinge ad avvicinarsi a questo mondo, facendo quello che secondo lui è da grande, senza nemmeno accorgersi del grosso rischio a cui va incontro. Luca inizialmente non se ne accorge, perché immagina che la mafia sia qualcosa di molto lontano dal vissuto quotidiano, cioè  che sia solo quella che si legge nei libri o si vede nei film… Nemmeno le prediche del cugino Paolo, un ragazzino responsabile e obbediente (l’opposto di Luca), sono servite a fargli cambiare idea, essendo ormai accecato da quel subdolo ambiente! Eppure, essendo Luca intelligente, percepisce che qualcosa non va, ma non riesce ad ammetterlo a se stesso, perché non vuole rinunciare a ciò che ha conquistato. Da qui nasce l’interessante trama, interessante e coinvolgente…

Come in tutti i libri dell’autore, è stato descritto e delineato un bel percorso di crescita della maggior parte dei personaggi, trattando valori che noi ragazzi dovremmo imparare per crescere e diventare davvero grandi!

Dal romanzo è stato tratto anche un film, girato interamente da due giovanissimi registi e recitato da piccoli attori che hanno fatto un passo in avanti per realizzare il loro sogno ed entrare in questo nuovo mondo.

Daniele Nicastro è stato gentile e disponibile nel raccontare degli aneddoti inediti che si celano dietro le vicende dell’estate di Luca e abbiamo avuto anche l’occasione di consegnargli un cartellone con la nostra analisi dei personaggi e i disegni di come li immaginiamo.

È stata una bellissima esperienza e soprattutto il libro ci ha insegnato davvero tanto! Ognuno di noi dovrebbe prendere spunto dalla crescita di Luca.

Nicole Ida Nitti

disegni di Davide Troccoli

COSTANTINO FERONI: IMPRENDITORE E PIONIERE DEL MOTOCICLISMO BARESE

C’è un proverbio che dice: non tutti i mali vengono per nuocere.

Ed infatti, durante i giorni del 2020, quando eravamo tutti chiusi in casa a causa del lockdown, mio nonno Sabino ha aperto la scatola dei ricordi tirando fuori documenti e foto di famiglia che, alla fine, hanno dato vita ad un piccolo capolavoro.

È nato, infatti, un volume ricco di memorie e fotografie che raccontano la storia del mio bisnonno Costantino Feroni (che poi è anche il nome del mio papà!), un uomo conosciuto da tantissime persone a Bari, in particolare dagli appassionati di motociclismo.

Ancora oggi, molto spesso mi capita che quando sentono il mio cognome mi chiedono: “Ma tu sei la nipote di Sabino Feroni, figlio di Costantino, della Moto Guzzi?” ed io rispondo: “Si, sono io!” un po’ come i soliti ignoti… 😊

Per me è davvero molto strano che tutti conoscano mio nonno e il mio bisnonno. Immagino abbia fatto grandi cose e la mia immaginazione è divenuta realtà quando ho letto il libro scritto da mio nonno Sabino.

Anzi, più che leggendo, direi osservando le immagini del volumetto che raccontano la Bari di un tempo e le avventure di Costantino, foto che trasmettono sentimenti di amicizia, passione, gioia, laboriosità, amore per il lavoro e per la famiglia.

Ma chi era, Costantino Feroni?

Costantino nacque nel 1905 a Bari. Entrò da piccolissimo nell’officina di famiglia e imparò rapidamente il mestiere del padre, diventando poi bravo meccanico e ciclista; nel 1924, padre e figlio diventarono concessionari per la vendita di motocicli e ricambi della ditta Gilera di Arcore.

Negli anni successivi, Costantino, dal rapporto di fiducia con la Gilera passò a quello con la Moto Benelli di Pesaro e soprattutto, dal 1947, con la Moto Guzzi di Mandello del Lario, collaborazione che sarà fondamentale per il giovane imprenditore barese.

Finalmente, dopo il periodo difficile della guerra mondiale, il Sud iniziò a svilupparsi e le aziende locali e gli enti iniziarono, grazie anche alla concessionaria Guzzi di Feroni, ad acquistare motociclette, scooter, motocarri.

Intanto, grazie alla passione e alla tenacia dei Feroni, venivano costantemente organizzate esposizioni alla Fiera del Levante a Bari, sfilate di moto sul lungomare, gare motociclistiche, come la mitica Milano-Taranto, iniziata già nel 1937, e in molti baresi si diffuse la passione per le motociclette.

Mio nonno mi ha raccontato che negli anni ‘50 c’era il premio sponsorizzato dai Feroni “Il Galletto al miglior Galletto” che univa città, calciatori e imprenditori: il Galletto era il modello di punta della Moto Guzzi, e Galletto era anche il miglior giocatore del Bari, votato da giornalisti e tifosi che, al termine del campionato, riceveva in omaggio il“piccolo bolide” dell’epoca (nella foto sotto si vede la premiazione del portiere del Bari Enzo Magnanini da parte di Costantino Feroni).

Nel 1965,  Costantino e i figli Sabino, Gaetano e Nicola avviarono un altro importante rapporto professionale, diventando prima agenti e poi concessionari della Piaggio di Pontedera (che, nel 1967, presentò al pubblico lo storico ciclomotore “Ciao”) e sempre con la Moto Guzzi.

Un avvenimento molto importante nella vita del mio bisnonno fu l’incontro, nel 1972, con l’indimenticabile Aldo Moro all’ Expo-Sport di Bari: Moro visitò lo stand Moto Guzzi, intrattenendosi con Costantino sulla nuova creazione della Guzzi, la mitica V-7 California (vedi foto sotto).

Costantino Feroni morì nel 1988, lasciando ai figli Sabino e Nicola il compito di portare avanti la tradizione di famiglia. Lo stesso anno nacque il “Motoclub Costantino Feroni”. Nel 2003, infine, proprio Gilera, Guzzi e Piaggio si riunirono, insieme ad altre aziende minori, in un supergruppo motociclistico.

Adesso spetta a noi eredi del cognome Feroni continuare a raccontare al mondo con orgoglio quanto fatto dalla nostra famiglia.

Greta Feroni

APOCALYPSE

Capitolo sei

Mi svegliai nel mezzo della notte, quando Sayu venne ad avvertirci di un attacco improvviso. KIkka mi ordinò di svegliare Aesira, che stava ancora dormendo appoggiata alla mia spalla. Quanto avrei voluto non interrompere mai quel momento…

“Aesira, siamo sotto attacco! Svegliati! – le gridai.

“Cosa, moccioso?” – mi chiese lei, ancora mezza addormentata.

“Siamo sotto attacco!” – le ripetei.

Spalancò gli occhi e, appoggiando il braccio al muro, si diede una spinta per aiutarsi ad alzarsi in piedi più velocemente. Afferrò sia il suo sia il mio fucile, che subito dopo mi passò.

“Muoviti, andiamo ad aiutare quelle due!” – mi disse, rivolgendomi uno sguardo che solo lei avrebbe potuto rivolgermi.

“Agli ordini, capitano! – le risposi sorridendo, mentre mi alzavo da terra portandomi la mano destra sulla fronte come si usa fare nell’esercito. Uscimmo fuori e vedemmo Kikka che cercava di proteggere Sayu, visto che non aveva ancora un’arma. Ci avvicinammo a loro, cercando di evitare tutti gli infetti che ci circondavano e sparando all’impazzata. Durante il combattimento ci rendemmo conto che era davvero arrivato il momento di costruire un nostro accampamento difensivo: gli infetti erano molti più del solito e il loro numero era destinato a crescere. Iniziammo a preoccuparci, ma Aesira prese il comando, come sempre. “Ragazzi, calmi! State dietro di me e copritemi le spalle!”

Non smetterò mai di dire che quella ragazza è straordinaria. La ascoltammo, come al solito, per questo ci posizionammo tutti alle sue spalle e continuammo a sparare finché non freddammo tutti gli infetti che ci avevano attaccato. Quando finimmo era già mattina.

“Ragazzi, rimboccatevi le maniche: è qui che sorgerà il nostro accampamento – disse il nostro “capo”.

“Raggio di sole, non vorrei contrastarti ma per costruire un accampamento ci vuole parecchio tempo, soprattutto se dobbiamo starci in quattro” – le feci notare.

Lei si avvicinò pian piano a me, era fin troppo vicina al mio volto.

“Lo so benissimo.” – disse prendendomi per il mento e avvicinando il mio viso al suo – “Solo perché ieri notte ho dormito vicino a te, non vuol dire che io mi sia innamorata, e non vuol dire neppure che tu debba trattarmi come se fossi la tua ragazza! – mi disse mentre lasciava lentamente la presa dal mio mento e lo allontanava dalla sua faccia. Arrossii come non mai… Comunque, anche se mi aveva detto esplicitamente che non mi amava, io non avrei certo rinunciato all’intento di farla innamorare di me; non sono una di quelle persone che si arrendono facilmente: fin da piccolo avevo sempre ottenuto quello che volevo, quindi lo avrei ottenuto anche allora. E a tutti i costi.

Ci mettemmo d’accordo sul formare due gruppi da due per raccattare il materiale che avrebbe potuto servirci per costruire il nostro accampamento; io finii in squadra con Sayu. Per comunicare fra noi usammo degli auricolari che avevamo trovato nella città attraversata il giorno precedente e decidemmo di andare a rubare qualcosa in alcuni accampamenti abbandonati che avevamo visto prima di arrivare al trullo. Kikka aveva proposto di occuparli e farli diventare nostri, ma ci sarebbe voluto troppo tempo per renderli di nuovo abitabili, e poi probabilmente sarebbe stato necessario anche cacciare i banditi che vi ci erano rifugiati prima di noi. I banditi non erano infetti, né facevano parte di alcun accampamento: erano soltanto persone che non sapevano cosa fare della loro vita e non volevano impegnarsi più di tanto, così tiravano avanti derubando gli altri.

Visto che Sayu non aveva un’arma, decisi che l’avrei protetta fino a che non ne avesse trovata una. Mi chiedevo come avesse fatto quella ragazza a sopravvivere per tutto per quel tempo senza potersi difendere. Avrei voluto domandarglielo, ma non mi sembrò il momento giusto per farlo.

Entrammo nell’accampamento cercando di non fare rumore, proprio per evitare di attirare l’attenzione di eventuali banditi. Vicino all’ingresso trovammo un ripostiglio; con l’aiuto del fermaglio per capelli di Sayu, riuscimmo a forzare la serratura e ad entrare. Lì dentro c’era il finimondo! Scatole su scatole, armi appese alle pareti, banconote nei comodini e molti altri oggetti. Ovviamente io e Sayu ci ficcammo tutto quello che potevamo nelle tasche e lei, finalmente, trovò un fucile e delle munizioni in modo da potersi difendere da sola. Dopo poco mi accorsi di una strana cassa situata in un angolo buio del magazzino; preso dalla curiosità mi avvicinai. Notai che sulla cassa c’era uno strano simbolo, una specie di “logo”: una bomba con un cerchio rosso attorno. Quell’immagine mi sembrava familiare, ero sicuro di averla già vista da qualche parte. Cercai di aprire la cassa, ma tutti i miei tentativi si rivelarono del tutto inutili. Mentre cercavo disperatamente di forzare quel misterioso contenitore, Sayu mi si avvicinò.

“Scusa James,ma cosa stai facendo?” – mi chiese sottovoce per paura dei banditi.

“Sto cercando di aprire questa cassa, ma non ci riesco…” – le risposi.

“Spostati, ci provo io.”

Mi spostai riluttante: se io non ero riuscito ad aprire quella brutta cassaccia, figuriamoci se ci sarebbe riuscita lei! E invece…Le bastò qualche spinta qua e là e… clic: aperta! Rimasi senza parole.

“Mi sa che sei un po’ fuori allenamento, James. Forse dormire con Aesira ti ha fatto un brutto effetto! – mi disse con un’aria piuttosto divertita.

“Che dici, vogliamo continuare a parlare di come ho dormito e dei miei sentimenti verso Aesira, o ci diamo da fare e guardiamo cosa c’è dentro questa benedetta cassa?” – le risposi infastidito.

Detto questo sposta lo sguardo sul fondo della cassa: vidi una siringa piena di un liquido verdognolo.

“Ma non ha senso: qua dentro c’è solo una siringa, perché la cassa è così grande?!”

Urlò Sayu innervosita.

“Zitta! Non gridare! Forse si tratta di qualcosa di importante!”

Presi la siringa e la misi in una delle tasche dei miei pantaloni, ormai stracolme. Continuavo a pensare a quel logo: dove lo avevo già visto?

Frugammo un altro po’ in giro e poi ci dirigemmo all’uscita del ripostiglio sperando di fare brutti incontri, ma la fortuna non fu dalla nostra parte. Ad un tratto, infatti, sentimmo dei passi provenire da fuori e subito ci nascondemmo dietro alcune scatole vicino all’entrata.

”Ho saputo che ci sono dei ragazzi che girano da queste parti – stava dicendo un uomo di cui riuscii a vedere soltanto la grossa pancia (ma come faceva ad essere così grasso? Non credo che a questo mondo ci siano persone che mangino talmente tanto da diventare così enormi!).

“Sì, l’ho saputo anche io. Se li incontrassimo, pensi che potremmo derubarli? – chiese un altro individuo, molto più magro del primo. Sembravano gli aiutanti del cattivo di uno di quei film che vedevo da bambino, dove c’erano sempre il cretino grosso e il suo compare ancora più cretino magro.

“Certo Rob, che domande fai?!” – gridò l’altro. Io e Sayu non sapevamo che pesci prendere. Stavo per andare in panico: io sono quella classica persona che, se le dicono di stare in silenzio, si mette a ridere fino alla morte. Sayu, che ormai aveva capito che ero k.o., prese il controllo della situazione, accese il suo auricolare e provò a contattare Aesira e Kikka.

“Ehilà! Avete trovato qualcosa di utile?” – chiese Aesira.

“Noi abbiamo trovato tantissima roba!” – continuò Kikka.

“Ragazzi, siamo in difficoltà: ci sono dei banditi che ci bloccano la via per tornare a casa – disse Sayu con un filo di voce  per non farsi sentire dai banditi.

“Avete le vostre armi? Usatele! – disse Kikka.

“Ma così finiremo per attirare anche l’attenzione di altri banditi! – replicai io.

Intanto Bob e Rob, o come caspita si chiamavano, continuavano a parlottare delle loro cose. Abbastanza stupide, direi.

“Ragazzi, non perdetevi d’animo! Siete in gamba! Sparategli e andatevene via il più  velocemente possibile.” – proseguì Aesira – “Noi siamo già arrivate al trullo e abbiamo già iniziato a costruire, ma di questo vi parleremo dopo.”

Beh, in quella situazione non potevamo che fare due cose: o rimanere lì e aspettare chissà quanto prima che quei due se ne andassero, o sparare e scapparcene più veloci della luce. Per quanto riguardava me, non mi andava di aspettare ancora tanto tempo chinato, mi facevano troppo male le caviglie! E credo che la stessa cosa valesse per Sayu quindi, senza dare una risposta a Aesira, ci precipitammo a sparare contro quei due.

“Ma che diavolo…?!” Il ciccione che doveva chiamarsi Rob non fece neanche in tempo a finire la frase che fu colpito da uno dei miei proiettili.

“Brutti mocciosi! Avete frugato nel magazzino, non sapete contro chi vi siete.. – cominciò a dire lo stecchino, ma non fece in tempo a finire la frase: finì stecchito sul pavimento pieno di sangue, freddato da Sayu.

Io e la mia amica non aspettammo un minuto: ci mettemmo subito a correre più veloci che mai, attraversammo il portone dell’uscita e ci dirigemmo al trullo. Mentre correvo pensavo a cosa, o meglio a chi si stesse riferendo lo stecchino umano: contro chi ci eravamo messi? Forse io e Sayu avevamo sbagliato a prendere quella siringa?

Gaia Brunetti