RETAKE BARI

Il 1° maggio, al Parco 2 Giugno, si è tenuta la terza edizione di Primo Maggio Barese, una manifestazione all’insegna di musica, cura dell’ambiente, street food, artigianato e molto altro.

Era presente anche l’associazione Retake, nata da un movimento spontaneo di cittadini che, in diverse città d’Italia, lottano per salvare il pianeta, e noi siamo riuscite a parlare con alcune persone che ne fanno parte!

Sono state molto cordiali e ci hanno raccontato che “Retake” (“riprendere”) è un movimento composto da persone che, intendendo riprendersi la propria città, recuperandone le parti degradate come i parchi sporchi, le scuole vandalizzate e tutti gli spazi rovinati dall’inciviltà, “si sono rimboccate le maniche” e hanno iniziato ad agire in prima persona.

I membri di questa associazione non sono un numero preciso di persone: in certi momenti sono solo una decina, in altri sono tanti, ma quello che importa è che sono motivati e sempre attivi nel coinvolgere gli altri.

Non è stato facile iniziare, ci hanno spiegato: sono partiti cinque anni fa circa ed erano in pochi ma con la determinazione e l’impegno hanno raggiunto e continuano a raggiungere i propri obiettivi di “recupero” di zone della città che ritornano a vivere, sottratte al degrado e all’incuria.

Per mostrare concretamente come, con piccole azioni alla portata di tutti, sia possibile fare molto, i ragazzi presenti sono stati invitati a partecipare al GIOCO ESTIVO, che consiste nel raccogliere un bicchiere intero di cicche presenti nel parco: chi ci riusciva avrebbe vinto una consumazione gratuita al bar. E così è stato: molti ragazzi hanno partecipato al “gioco” e … basta guardare l’immagine di apertura di questo articolo per capire cosa sia accaduto!!!

Giulia della Marca e Alessandra Matarrese

Stand di artigianato,Stand di cibo,Musica dal vivo e dei giochi per salvare il pianeta dall’ inquinamento.

la baresità, veniva suonata con le vongole .Giulia Della Marca e Alessandra Matarrese

LE FAKE NEWS

Le fake news si sono molto diffuse ultimamente, soprattutto a causa della tecnologia usata in modo scorretto. In internet e sulle piattaforme online, infatti, le fake news si diffondono in modo sempre più frequente e rapido. Apparentemente esse hanno tutto l’aspetto di notizie autentiche, ma in realtà vengono diffuse non per informare, bensì per manipolare l’opinione pubblica e suscitare reazione come la paura e l’insicurezza.
Ma come facciamo a distinguere una notizia falsa da una vera? 

A scuola stiamo appunto trattando questo argomento: gli insegnanti ci hanno consigliato di verificare la credibilità delle affermazioni di fronte alle quali ci troviamo e i siti da cui provengono per smascherate le “bufale” come, ad esempio, quelle che sono circolate in questi anni di pandemia sul covid-19 (per esempio, “bere un bicchierino di liquore a base di sambuco, o un caffè corretto al liquore di sambuco,  protegge dal Covid-19”; oppure “è inutile vaccinarsi contro SARS-CoV-2 e anche fare il richiamo con la terza dose di vaccino perché ormai circola solo la variante Omicron che non è pericolosa”; oppure “più ci vacciniamo più aumentano le varianti del virus”, o ancora “se mangio più proteine produco più anticorpi e potenzio le difese immunitarie” e tantissimi altri).

E’ importante sviluppare lo spirito critico e imparare a distinguere i fatti dalle opinioni, così come è indispensabile chiedersi da dove provengono le informazioni, chi ha scritto e pubblicato la notizia, se essa è neutrale o se nasconde il messaggio che qualcuno vuole diffondere servendosene; se l’argomento è riportato anche su altri canali noti e seri e in quale formato (news, reti sociali, YouTube, servizi di messaggeria) è stata pubblicato, ecc.

Concludo dicendo che ho deciso di scrivere questo articolo perchè vorrei far capire ai ragazzi, ma anche agli adulti, che non tutto quello che leggiamo/sentiamo è verità.

Claudia Fortini

PILLOLE DI APICOLTURA

L’Apicoltura è una pratica che consiste nell’allevamento di api finalizzato alla produzione del miele. Quest’ultimo viene ricavato sfruttando i prodotti dell’arnia, intesa come “alveare”, popolata da un esteso gruppo di api.

LE DIVERSE TIPOLOGIE DI ARNIE

Le arnie in cui “risiedono” le api mellifere sono di vario tipo, infatti, distinguiamo :

–  le arnie “razionali”, che presentano una struttura a cassetto da cui si estraggono i favi mobili (raggruppamento di celle a base di cera d’api) dove l’apicoltore (indossando una tuta protettiva) ricovera le api, le quali successivamente secernono il miele;

– le arnie più primitive, prive di favi mobili, chiamate “bugno villico”.

LA GERARCHIA DELLE API NELLE ARNIE

L’intero gruppo dell’arnia è dovuto alla Regina che occupa tutta la sua vita a riprodursi con i fuchi (le api maschio) per produrre nuove uova. Da queste uova successivamente nasceranno diverse altre api, ovvero: diversi nuovi fuchi e diverse nuove operaie, sempre femmine.

Nel nido il tipo di ape che si da più da fare è l’operaia poichè si occupa dell’impollinazione dei fiori nei chilometri circostanti all’arnia e dell’ allevamento delle larve neonate.  

Grazie alle loro funzioni le api ci conferiscono una vita prosperosa, ricca di diversi tipi di piante permettendo così il ciclo vitale di diversi ecosistemi.

Giovanni Deperte e Gabriele Raffaele Lapadula

TIC TAC, IL TEMPO SCORRE

Tic-tac, tic-tac, l’inesorabile dimostrazione del tempo che scorre, ci passa davanti e ci sorpassa senza pietà. Sentite già l’ansia crescere? Il battito cardiaco aumentare? Avete già una lista delle cose da fare? Beh, vi aiuto io! Ecco il primo punto: non fare una lista; c’è chi sostiene estinta un’età per tutto, quel periodo nella nostra vita vita adatto per compiere una determinata azione. Ad 1 anno si comincia a camminare, per i 2 anni devi saper già parlare, “cosa vuoi fare da grande?” ti chiederanno già a 5 o 6 anni, a 13 devi scegliere già una parte del tuo futuro, a 14 via col primo bacio e chissà se altro, a 17 mi raccomando con le idee ben chiare, una relazione a 20 anni almeno devi averla, mica puoi essere ancora vergine a 23, vogliamo parlare dei 25 senza lavoro o almeno una laurea? E poi ci sono i miei preferiti: a 30 anni, sposati e con figli. Stiamo facendo l’impossibile per trovare un qualche tipo di “elisir di lunga vita”, abbiamo un’aspettativa di vita che, se basata su condizione ottimale, può aggirarsi sui 90-100 anni, eppure corriamo come pazzi neanche dovessimo inseguire un ladro che ci ha rubato il portafogli. Come un macigno che rotola giù da un montagna, noi abbiamo paura di essere schiacciati se andiamo troppo lenti; ma troppo lenti per cosa?! Non c’è una data di scadenza, non arriveremo tardi all’appuntamento della vita perché l’orario d’incontro lo decidiamo noi. C’è così tanta pressione sociale, così tante preoccupazioni e ansie di non farcela, di non essere abbastanza, di rimanere gli ultimi del gruppo; sembra quasi che la bravura o il talento si basino su quanto prima si riesca a raggiungere il successo e dimostrare le proprie abilità. Vuoi sposarti a 90 anni? Fallo. Prendere una laurea a 60? Benissimo. Rimanere vergine fino ai 30? Nessuno avrà mai il diritto di giudicarti. Stacchiamo quel timer dalle nostre spalle che continua col suo inesorabile tic-tac e godiamoci i momenti per intero, godiamoci una giornata a far nulla, godiamoci quei 5 minuti in più nel letto la mattina, godiamoci quell’anno sabbatico lasciato per indecisioni o viaggi, ma soprattutto prendiamoci il giusto tempo per prendere delle decisioni perché quel “è troppo tardi ormai” non deve diventare un mantra di vita (magari qualcosa da dire se si è bevuto troppo con gli amici, ma fa nulla, anche questo ci sta a volte). Non voler avere rimpianti o arrivare alla meta del successo non deve tradursi in un raggiungimento precoce basato su tappe di crescita, comprensione e sviluppo saltate; diventare imprenditori già a 20 anni non significa necessariamente avercela fatta, la vita non è una lista di cosa da fare ma un susseguirsi di eventi imprecisati, fuori dal nostro controllo, che arriveranno solo col tempo, aspettando e avendo pazienza. Tutto ciò, ovviamente, non significa poltrire o accampare una scusa dopo l’altra per non muoversi; se vogliamo capire meglio dobbiamo pensare al segnale dello stop a un incrocio: devi fermarti, guardarti intorno e poi, solo quando sei certo, passare. Anche un secondo in meno di attesa per assicurarci che la strada sia libera potrebbe costare un incidente, così come aspettare troppo causerebbe un ingorgo. Quindi vivi, segui il tuo istinto e metti da parte il tic-tac che ti opprime: il tempo scorre, sì, e tu semplicemente impara a camminarci insieme e non a correrci davanti.

Carmen Capece (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

FESTA DEI POPOLI: INTERVISTA A PAOLO VILLASMUNTA

La Festa dei Popoli è un evento che si tiene a Bari da ben 17 anni per celebrare l’incontro tra popoli e culture diverse; essa si svolge tradizionalmente nel mese di maggio ed è organizzata dal Centro Interculturale Abusuan e dai Missionari Comboniani con la collaborazione del Comune di Bari, della Regione Puglia e di tante associazioni e comunità straniere e non.

Curiosando qua e là, tra gli altri ho notato uno stand della CGIL e mi sono incuriosita tanto da voler intervistare la persona che vi si trovava.

Salve! Posso chiederle perché la CGIL si trova qui alla Festa dei Popoli?

Salve a tutti! Mi chiamo Paolo Villasmunta e sono segretario della CGIL di Bari. Mi chiedi perché la CGIL è alla Festa dei Popoli: beh, il sindacato che rappresento tutela i lavoratori, ma si occupa anche di problemi relativi agli emigrati che si rivolgono a noi, ad esempio, per ottenere informazioni sulle norme vigenti in materia di immigrazione, per essere aiutati a svolgere le pratiche burocratiche relative all’ingresso e alla permanenza in Italia, per chiedere il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno, per presentare domanda di cittadinanza, per cercare lavoro, e tanto altro.

Quest’anno la Festa dei Popoli è arrivata alla sua diciassettesima edizione: da quanto tempo partecipate con il vostro stand?

Noi abbiamo partecipato alla Festa fin dalla prima edizione.

Quindi immagino che questa festa sia un’opportunità utile per rilanciare un appello sull’opportunità di accogliere gli emigrati, vero?

Certo! Noi crediamo che gli emigrati che vivono nel nostro Paese e magari hanno frequentato per almeno cinque anni la scuola, dovrebbero godere del diritto di essere cittadini italiani. Il paradosso è che ci sono tanti emigrati che lavorano, pagano le tasse e rispettano le regole, però poi non viene permesso loro, per esempio, di votare per la scelta del sindaco o di candidarsi essi stessi per farsi votare nei consigli comunali.

Ha ragione, bisognerebbe riflettere su quanto sta dicendo. La ringrazio per aver risposto alle mie domande e buon lavoro!

Alessia Romito

FESTA DEI POPOLI: COSA E’ PER TE LA MUSICA?

In occasione della Festa dei Popoli gli alunni del corso musicale e il coro del nostro Istituto, insieme ad altri ragazzi dei corsi ordinari, hanno dato vita ad uno spettacolo fantastico di recitazione, musica, canto e danza.

Nel backstage dello spettacolo ho avuto l’opportunità di incontrare Miriam Cascione e Giulia Mazzilli, due delle musiciste della 1^ G che ho avuto il piacere di intervistare.

Quando e come è nata la tua passione per la musica?

Miriam: Quando ero piccola avevo una piccola chitarra giocattolo e avevo sempre voglia di suonarla, però mio padre non me lo permetteva perché faceva tantissimo rumore, quindi alla fine ho iniziato questo percorso perché mi piace la musica; suono la chitarra da 6 anni.

Giulia: io invece appartengo ad una famiglia di musicisti e quindi praticamente la mia passione è partita da lì, vedendo e ascoltando mia madre, mia sorella e tutto il resto della famiglia suonare.

Da quanto tempo studi musica? Ricordi un maestro o una maestra che è stato o è stata particolarmente importante per qualche motivo?

Miriam: Io, come ho già detto, è da 6 anni che studio musica e ho avuto diversi maestri durante il mio percorso: non me li ricordo benissimo, comunque sono stati tutti bravi e mi hanno insegnato tanto.

Giulia: Io, in realtà, non ho avuto degli insegnanti di musica; la mia maestra è stata più che altro mia madre.

Come riesci a conciliare la passione per la musica con gli impegni di scuola?

Miriam: Beh, per fortuna è la scuola che organizza per noi: noi seguiamo le lezioni di musica individuali due pomeriggi alla settimana e poi ci riuniamo per fare musica di insieme un altro giorno. Il resto del tempo ci dedichiamo completamente agli impegni scolastici relativi alle altre materie.

Giulia: Dato che sono nella stessa classe di Miriam, la mia risposta è la stessa.

Per quante ore al giorno ti eserciti?

Miriam: Pur essendo molto impegnata con lo studio, cerco di dedicare comunque più o meno un’ora e mezza al giorno alla musica.

Giulia: Anche io, come Miriam, ho tanti impegni scolastici e non solo, poiché pratico anche pallavolo. E anche io mi esercito a suonare per un’ora e mezza, due ore tutti i giorni.

Che genere di musica ti piace ascoltare e suonare? Voglio dire, ascolti lo stesso genere che suoni o no? E qual è la tua canzone preferita?

Miriam: Io ascolto tutti i generi di musica: il jazz, il blues, il rock, che è forse il mio genere preferito, e anche la musica classica e tutti gli altri generi di musica. Non ho una canzone preferita, ne ascolto tantissime.

Giulia: Anche io ascolto un po’ tutti i generi musicali, però i miei preferiti sono il rock e il pop; anche per me non c’è una canzone preferita perché ascolto un po’ tutte le canzoni.

A quale artista o a quali artisti ti ispiri maggiormente?

Miriam: A me piacciono i gruppi, non i cantanti o i cantautori singoli: quindi, per esempio, il mio gruppo rock preferito sono i Maneskin, ma mi piacciono anche i Queen e altri gruppi di un po’ di anni fa.

Giulia: Io non mi ispiro ad un artista in particolare, ma al mio professore di chitarra a scuola, Gianfranco Gabriele: lui è il mio punto di riferimento.

Ti piace riprodurre i brani o comporne di nuovi? Ci hai mai provato?

Miriam: Io non ho mai composto nuovi brani o inventato musiche, però ho suonato tante volte canzoni di cantanti o di gruppi molto famosi, sia da sola sia in orchestra.

Giulia: A volte ho provato a mettere insieme qualche accordo, quindi sì, diciamo che mi piace inventare nuove musiche.

Se non avessi fatto l’artista, cosa avresti fatto?

Miriam: In verità non lo so, perché dedicarmi alla musica è sempre stato il mio sogno fin da bambina.

Giulia: In realtà non ho ancora un quadro preciso di quello che vorrei fare da grande, non ce l’avevo neanche prima di iniziare a studiare la chitarra…

Credi che da grande questa grande passione possa diventare il tuo lavoro? Hai un piano B?

Miriam: Beh, non lo so: il futuro va come deve andare. La musica potrebbe diventare un lavoro ma potrebbe anche non diventarlo. Io continuo a studiarla, poi si vedrà.

Giulia: Io, oltre a suonare, pratico la pallavolo e vorrei tanto diventare una pallavolista, anche se è un pò difficile. E non mi dispiacerebbe neppure diventare “semplicemente” una mamma.

Lo studio della musica comporta sacrifici per te?

Miriam: No, non mi comporta alcun sacrificio perché lo faccio con grande piacere.

Giulia: Anche per me non è affatto un sacrificio.

Ti piacerebbe trasmettere la tua passione ad altri?

Miriam: Beh, sì, per far scoprire a tutti il mondo della musica.

Giulia: Sì, mi piacerebbe cominciare a trasmettere la mia passione e insegnare la musica innanzitutto alle persone che mi sono più vicine, per esempio i miei cugini. E poi anche agli altri.

In che modo la musica ha contribuito a farti diventare quello che sei oggi? La musica ha arricchito e migliorato la tua persona e il tuo modo di essere, o semplicemente ti rende felice?

Miriam: Io quando suono mi sento più felice, rilassata, serena: se, per esempio, sono arrabbiata per qualcosa o litigo con i miei genitori o con mia sorella, prendo la chitarra e suono, così mi tranquillizzo.

Giulia: Sì, anche per me è così. Quando inizio a suonare mi sento libera!

Arianna Manfredi

BANKSY AL TEATRO MARGHERITA DI BARI

Oggi , insieme ai miei compagni di classe, in occasione della tanto attesa gita dell’anno 2021-2022 , ho visitato la fantastica mostra di Banksy, al Teatro Margherita.

La mostra è allestita all’interno di uno spazio espositivo tutto nero, organizzato in piccoli ambienti dalla struttura che mi ha ricordato un piccolo labirinto.

Le opere sono posizionate in vari modi ma ciascuna in giusta evidenza: alcune affiancate da grandi fotografie che le ritraggono sul muro della città nella quale sono comparse per la prima volta.

Ogni opera (o quasi?)  è corredata da una didascalia che ne spiega il significato e ne racconta la storia.

Girando per la sala, si possono anche leggere alcune riflessioni scritte da Banksy  nei suoi libri, molte contro il capitalismo.

Una frase che ha colpito molto sia me che i miei compagni (tanto che abbiamo deciso di fotografarci proprio avendola come sfondo) è questa: non possiamo fare nulla per il mondo finché il capitalismo non crolla, nel frattempo dovremo andare tutti a fare acquisti per consolarci. In fondo, spesso, è proprio quello che facciamo …

Tornando a parlare delle opere, devo dire che ci sono piaciute molto tutte, ma che, da un sondaggio svolto tra noi studenti, le più gettonate sono state le seguenti:

Il lanciatore di fiori.

Rappresenta un uomo che lancia all’aria dei fiori,  simboli di amore  e pacifismo.

È stata prodotta nel 2003 in Palestina tramite stancil.

CND soldier è il suo nome e rappresenta due soldati che dipingono il simbolo della pace.

Sempre per arrivare agli ideali di pace banchi utilizza i topi, simboli del declino della società ed emblema di tutte le pecche dell’umanita, prime fra tutte la guerra e le disuguaglianze.

L’opera “ riguardante i topi “ che più ci ha ispirato è questa :

Abbiamo molto apprezzato anche L’uomo Angelo della polizia: su di esso non si trovano molte informazioni,  ma noi lo abbiamo interpretato come un poliziotto, felice di essere morto per il suo lavoro .

 Ci sono piaciute  molto anche le opere sul tema del punk  e quelle nelle quali vengono ritratte banane al posto di pistole per far capire quanto la guerra sia una cosa stupida, quasi ridicola, se ci si pensa bene.

I miei compagni ed io ci siamo divertiti ad interpretare l’opera nella quale vengono ritratti due uomini vestiti da banana: i due uomini hanno un costume, come se fossero dei bambini, e quindi non certro adatti a fare la guerra  .

Abbiamo particolarmente gradito questo modo dell’autore di dipingere un argomento così serio, ma con ironia.

Anche all’immagine rappresentante il punk, non è stato attribuito un vero significato ma noi abbiamo interpretato così : il ragazzo che ascolta e suona questa musica così forte e da duro viene rappresentato farsi ancora sistemare o vestiti dalla mamma , e questo sottolinea come dietro ad un apparente vero duro ci possa essere ancora un bambino.

Il quadro che abbiamo trovato più significativo  invece è questo : Jack e Jill.

Bansky ha cercato di rappresentare  due bambini con un giubbotto antiproiettile a significare, a nostro parere, la protezione eccessiva che i genitori danno ai figli, talvolta impedendo loro di diventare se stessi.

Per ultimo quadro ho deciso  di trattare del più famoso e anche più bello a parer mio: la bambina col palloncino.

Il palloncino simboleggia la speranza e l’amore  che ci sono ancora ma che questo mondo “ ci sta facendo volare via “ come il palloncino. 

Che dire per concludere questa veloce carrellata: correte a godervi anche voi Banksy!!!

Luca Delle Grazie

LO SPORT, UNO STILE DI VITA

Lo sport è praticato da moltissime persone e a scopi diversi: mantenere in salute l’organismo, rilassarsi, divertirsi, concentrarsi, prendersi un momento di pausa da tutto il resto, stare in compagnia… Ma per alcuni lo sport è una passione, oltre che un vero e proprio stile di vita.

E io ho la fortuna di conoscere due persone che lo vivono esattamente così. Si tratta di due miei carissimi amici, Michele e Giovanni: il primo ha vent’anni ed è un surfista a livello agonistico; il secondo ha diciotto anni, pratica scherma ed è arrivato a gareggiare a livello nazionale.

Qui di seguito vi riporto le interviste che ho rivolto loro per rendervi partecipi della loro fantastica esperienza!

MICHELE.

Ciao Michele! Avanti, raccontaci un po’ della tua esperienza sulla tavola!

“Per me il surf, e lo sport in generale, è un modo di sfidarmi, di ascoltarmi. Una sfida con nessuno all’infuori di me stesso. Penso infatti che la competizione più sana sia quella con sé stessi. Essere migliori di ieri, ogni oggi. Ho scelto uno sport a contatto con la natura, non intenzionalmente ma neanche a caso. Penso che la natura sia la più saggia maestra.

Quando vedo le pareti liquide scivolare sotto di me, tra le limpide acque del Salento, con gli scogli scorrere sotto di me come la pellicola di un film, mentre l’adrenalina scorre in me, capisco che non c’è niente di meglio, capisco di essere vivo e sento il miracolo che c’è in questo.”

Qual è il tuo rapporto con il surf?

“Il surf è sempre bello. In compagnia lo preferisco, ma non quando si è in troppi.

Un’onda perfetta, condivisa con un amico fidato, diventa motivo di gioia ancora più intensa.

Preferisco stare da solo, però, rispetto a stare con decine di sconosciuti che urlano e schiamazzano, togliendo la magia e il sacro che è proprio della natura.

Le onde sono imprevedibili, sono movimento. Ti insegnano ad apprezzare il momento, soprattutto in un posto, come l’Italia, dove le occasioni di vederle sono poche.

E la prima volta che hai praticato il surf, cosa hai provato?

“Anche se non era proprio surf, già dall’età di nove anni io, i miei cugini e i miei amici, la crew della stradina in cui abitavamo d’estate, ogni volta che il vento muoveva il mare eravamo in acqua, da mattina a sera.

Tornavamo con la testa, le orecchie e le tasche dei costumi pieni di sabbia, gli occhi rossi.

Ci divertivamo a prendere le onde sul bagnasciuga, lasciando che esse ci sballottassero con il loro moto prepotente, sulla sabbia.

Oppure, meno di frequente in quanto servivano mareggiate più grosse, facevamo bodysurf, un vero e proprio modo di cavalcare le onde.

Era bellissimo. Ogni volta che succedeva l’aria si riempiva di un non so che di festoso.”

Un’ultima domanda, Michele: cosa rappresenta per te il surf?

“Da piccolo praticavo il nuoto. Ad un tratto l’urgenza di unire il nuoto con gli sport da tavola cominciò a farsi sempre più spazio dentro di me, dapprima sotto forma di semplice desiderio, poi in modo sempre più prepotente.

Avevo undici anni, quando ci trasferimmo a Roma. Ogni weekend chiedevo di portarmi a provare il surf ad Ostia, dove sapevo ci sarebbero stati degli istruttori specializzati. Allora me l’immaginavo come un posto paradisiaco, con onde perfette sotto scogliere mozzafiato…

Per un motivo o per l’altro, complice i molteplici impegni che Roma impone, non fui mai accontentato. Continuavo, però, la mia pratica del nuoto.

Solo anni dopo riuscii finalmente ad andarci e scoprii che in realtà Ostia non era altro che un grosso quartiere popolare su spiagge grigie bagnate da acque torbide. In realtà, tuttavia, fu molto di più, per me e per molti surfisti della capitale.

In ogni caso, quando ci andai, era già troppo tardi per spegnere il mio amore: ero infatuato da quello sport.

Per me il surf è silenzio ed è fonte di costanti meraviglie, che ancora non riesco a spiegarmi.

Niente al mondo mi fa stare bene come la sensazione di bagnato, il controllo del meteo, l’attesa, l’adrenalina, l’astinenza, il migliorarsi.”

GIOVANNI

Giovanni, tu pratichi scherma, vero? Cosa provi quando tieni la spada in mano?

Quando sto con la spada, o meglio con la sciabola, in mano mi sento vivo e pieno di me, ovviamente ansia e adrenalina mi accompagnano perché le opzioni sono due: o vincere o perdere. E’ sicuramente liberatorio e anche molto divertente.

Qual è stata la tua più grande vittoria?

Quella ai campionati italiani: è stato un podio importante perché mi ha aperto a molti possibili futuri nel mondo della scherma e ha contribuito a farmi entrare in Nazionale.

Cos’è per te la scherma?

“Per me la scherma è uno stile di vita più che una passione, che metto davanti a tutto e che riesce a concentrarmi e ad organizzarmi, benché comporti anche dei grandi sacrifici”

Sei mai entrato in Nazionale?

Certo. Sono in Nazionale più o meno da quattro anni. Quando ci sono arrivato è stata sicuramente una gioia, soprattutto perché ero consapevole che quello che avevo fatto, lo avevo fatto io con le mie forze e con i miei sacrifici: per esempio ho dovuto stare lontano da casa per andare in Germania, dove ho avuto la fortuna di conoscere alcuni grandi atleti.

Quali emozioni hai provato la prima volta in Nazionale?

Sicuramente ansia e adrenalina, proprio perché ero consapevole che se avessi perso sarebbe stata una terribile sconfitta, ma se avessi vinto sarebbe stato fantastico; e ho provato anche felicità per il traguardo fino ad allora raggiunto, indipendentemente dall’esito, dalla vittoria o dalla sconfitta.

Bene. Sono queste esperienze, sentite dalla voce dei protagonisti, che ci fanno capire che quando la passione per lo Sport supera la fatica, le difficoltà e i sacrifici, allora si può davvero dire che esso è uno stile di vita.

Luca Lo Presti

All’I.C. Zingarelli si parla di Bari, “La città che partecipa”

Il 24 maggio lo staff di ZingarelliNews ha avuto l’onore di ospitare la scrittrice Anna Materi la quale ha raccontato, insieme agli altri ospiti presenti nell’Auditorium della scuola Zingarelli, l’esperienza delle Reti civiche urbane.

Insieme ad Anna Materi erano presenti l’Assessore Paola Romano, il professor Smaltone, Luca Ottomanelli, la dottoressa Rosa Porro, esperta di Crowfounding, e la nostra Preside, Manuela Baffari.

A presentare e coordinare gli interventi la professoressa Valeria Rossini, docente di Pedagogia Generale e Sociale dell’ Università degli Studi di Bari.

Il primo ospite che ha preso la parola è stato il professor Smaltone il quale ha spiegato che una Rete Civica è una forma condivisa di partecipazione alla vita della città messa in atto da diversi soggetti attivi sul territorio: parrocchie, associazioni, enti di vario genere. A partire dal 2018 nella Città di Bari si sono costituite 12 reti civiche; tra queste, il Prof. Smaltone ne gestisce due: Picone-Poggiofranco e San Pasquale-Mungivacca. 

Insieme ai relatori abbiamo riflettuto sul termine “rete” e poi abbiao sentito diverse esperienze relative alle Reti Civiche Urbane, grazie alle quali è stato possibile sviluppare molti servizi aperti ai cittadini. Durante il periodo di lockdown, per esempio, è stato possibile garantire prodotti di vario tipo ed alimenti nelle case delle persone che ne avessero bisogno, ma anche aiutare quanti avevano difficotà con la tecnologia (basti pensare alle lezioni in Didattica Digitale Integrata) , ad esempio. Quindi la rete è servita ad aiutare tanta gente in difficoltà per diverse ragioni e bisognosa di aiuto.

Successivamente, la professoressa Rossini ha presentato il secondo ospite,  Luca Ottomanelli, che ha tenuto un discorso prendendo come esempio Orto Domingo,  un progetto che si è evoluto in una rete civica e ha fatto partecipare e collaborare tanti cittadini. 

Luca Ottomanelli ha chiesto all’auditorio cosa significhi la parola “partecipazione”. 

Diversi di noi hanno risposto, ed è stato bello sentirsi parte del dibattito. Alcuni hanno detto che la parola “partecipazione” significa “azione”, altri “collaborazione per il bene comune” , altri ancora ” credere in un progetto migliorativo”. Tutto ciò si traduce in un patto di collaborazione che si può attivare in due modi: in modo semplice e in modo complesso. Semplice, quando tutti collaborano per un obiettivo da raggiungere, mettendoci la propria tenacia e volontà; complesso quando c’è dietro un progetto di più ampio respiro. Ne è esempio concreto l’Orto Domingo, frutto di un progetto durato anni e anni di lavoro che ha  trasformato, grazie alla partecipazione dei cittadini, un campo abbandonato e dissestato in un vero e proprio orto urbano nel quale si coltivano piante, ma anche relazioni umane: chi lo conosce sa che è un posto magico …

Nella seconda parte del convegno è stato presentato il volume “La Città che Partecipa”, scritto da Anna Materi. Alcuni di noi avevano partecipato alla presentazione ufficiale del libro, qualche mese fa, e in classe ne avevamo parlato con le nostre insegnanti. E’ stato bello sentirne parlare direttamente dall’autrice, la quale ha sottolineato l’importanza che tutti si sentano parte del territorio nel quale vivono, anche noi ragazzi.

Nell’introdurre le parole della dottoressa Materi, la prof.ssa Rossini si è soffermata su un “paradigma”, ha detto proprio così, presente in questo libro: dare- ricevere- ricambiare. Il paradigma che crea scambio e rete.

La rete più importante è quella fatta dalle persone, ha continuato la Materi, che apre e costruisce relazioni. Il cittadino che collabora e partecipa al bene comune diventa, afferma la Rossini, un cittadino virtuoso.

Anche l’Assessore Romano ha dialogato con noi, così come gli altri relatori, e questo è stato davvero bello! Ci ha chiesto cosa vorremmo cambiare della nostra città e molti di noi le hanno rappresentato dei problemi che lei ha ascoltato con molta attenzione e partecipazione. Queste sono le esigenze emerse: mezzi pubblici che rendano più semplice raggiungere la scuola anche a chi abita in periferia, piste ciclabili in tutti i quartieri della città, spazi nei quali condividere il tempo con i coetanei, luoghi nei quali fare sport all’aperto…

E’ stato bello per noi ragazzi ascoltare le testimonianze legate alla tematica della cittadinanza attiva, così come è stato bello essere interpellati e sentirci davvero già cittadini della nostra bella città.

                                                                                  Giosuè Bennardo

Niccolò Piccinni: un legame indissolubile tra la musica e la città di Bari

Niccolò Piccinni (Vito Niccolò Marcello Antonio Giacomo) nacque a Bari il 16 gennaio 1728 da Onofrio (dal 1719 violinista e contrabbassista nella basilica di S. Nicola e nel 1743 maestro di cappella ad interim) e da Silvia Latilla, sorella dell’operista Gaetano.  È considerato uno dei maestri dell’opera buffa napoletana.

Ricevuta dal padre una prima formazione musicale, si trasferì a Napoli e lì proseguì gli studi nel conservatorio di S. Onofrio; durante questi anni di studio ebbe comunque modo di tornare a Bari per coadiuvare l’attività paterna. Il debutto operistico avvenne nell’autunno del 1754 al teatro dei Fiorentini di Napoli con Le donne dispettose. Nel gennaio 1756 al Nuovo venne allestita la commedia per musica Il curioso del suo proprio danno. Il 13 luglio, nella parrocchia dei SS. Francesco e Matteo, Piccinni sposò la cantante quattordicenne Vincenza Sibilla, sua allieva: il loro primogenito, Giuseppe Maria Onofrio Gabriele, nacque meno di otto mesi dopo. Il 18 dicembre musicò al teatro di S. Carlo la Zenobia del Metastasio. Seguirono L’amante ridicolo deluso e la metastasiana Nitteti.

Consolidata in patria la propria notorietà, Piccinni poté affrontare le scene di Roma nel genere serio: al teatro Argentina il 21 gennaio 1758 fu messo in scena Alessandro nell’Indie, sempre del Metastasio. In quello stesso anno compose La morte d’Abele  e nella stagione autunnale e invernale tornò al teatro Nuovo. Il 6 febbraio 1760 al teatro delle Dame di Roma andò in scena La buona figliuola, dramma giocoso di Carlo Goldoni. Quest’opera, spesso citata sotto il nome di Cecchina (sesto tra i titoli comici d’attribuzione certa, scritto a soli sei anni dal debutto teatrale) delineò in modo decisivo lo stile di Piccinni.

In seguito il compositore barese tenne un ritmo di produzione costante (da 3 a 5 opere buffe l’anno), e, fra il 1760 e il ’70, compose oltre cinquanta fra opere serie e comiche. Queste ultime, dal 1762, cominciarono significativamente a diffondersi in Europa.

Oltre a Giuseppe Maria, Piccinni ebbe cinque figlie e un secondo figlio maschio, che avrebbe poi seguito le orme paterne nei teatri d’Italia, di Parigi e di Stoccolma. Nel 1774 compose il suo più valido e maturo melodramma, l’Alessandro nelle Indie il cui successo determinò, di lì a due anni, il trasferimento a Parigi. Con diciassette opere, egli fu l’autore più frequentemente scritturato al S. Carlo nel XVIII secolo, assieme a Johann Adolf Hasse. Almeno a partire dal 1767 Piccinni fu maestro di composizione al conservatorio di S. Onofrio. Agli incarichi di organista della Real Cappella e vicemaestro della cappella in Duomo, egli affiancò una florida attività privata di docente e di maestro di cappella in vari conventi e istituti religiosi partenopei. Nel 1776 fu chiamato a Parigi. Dopo un primo concerto pubblico, il 29 gennaio i parigini gustarono la versione francese della Cecchina alla Comédie Italienne. Il 19 febbraio fu introdotto alla corte di Maria Antonietta, di cui fu poi maestro di canto e clavicembalo. La collaborazione con Marmontel sfociò nella tragédie-lyrique d’esordio, Roland, eseguita in privato l’11 ottobre 1777 e all’Opéra il 27 gennaio 1778 con ottima accoglienza (26 repliche fino al 28 giugno). Atys fu eseguita a corte il 22 febbraio 1780, il 4 aprile all’Opéra. Il 23 gennaio 1781 andò in scena con esito mediocre Iphigénie en Tauride, resa celebre da una querelle combattuta tra Piccinni e Christoph Willibald Gluck, il musicista boemo autore di una diversa Iphigénie en Tauride data all’Opéra il 18 maggio 1779 (l’opera di Piccinni sarebbe dovuta essere allestita il 15 gennaio 1779). Nel 1782 Piccinni, residente a Méréville, fu nominato direttore della scuola di canto dell’Opéra e avviò così un’intensa attività didattica.

 Durante il periodo parigino la sola opera che riscosse autentico successo fu Didon, anche se altre opere ebbero  ottima accoglienza, ma lo scoppio della Rivoluzione impedì l’allestimento della promettente Clytemnestre. Angustiato da ristrettezze economiche, al rientro in patria il compositore fu mal visto dal regime borbonico. La pensione regia non risolse l’indigenza che lo attanagliò dopo la rovinosa gestione della vendita per procura delle lastre delle sue partiture francesi e dei diritti di rappresentazione. Fallimentare si dimostrò anche il tentativo di tornare a imporsi come autore di drammi seri.

 Dopo il rientro da Venezia, dove nell’autunno 1793 aveva seguito al S. Samuele l’allestimento del «dramma eroico comico» Griselda, Piccinni fu ufficialmente accusato di giacobinismo e messo agli arresti domiciliari per ben quattro anni, durante i quali si limitò a intonare alcuni Salmi e a progettare una fuga da Napoli che concretò infine nel 1799. Lasciata la famiglia e rifugiatosi a Roma, rientrò a Parigi in compagnia d’un membro della legazione francese a Napoli.

Acclamato dai musicisti del neocostituito Conservatoire come un martire della Rivoluzione, ricevette una pensione di sostentamento e a luglio fu raggiunto dai familiari.

Nell’aprile 1800 Napoleone nominò Piccinni ispettore del conservatorio, onorificenza di cui poté godere per meno di un mese.

Niccolò Piccinni morì il 7 maggio 1800 a Passy per un blocco renale. Durante i funerali solenni Jean-François Lesueur lesse il discorso commemorativo, e il trasporto della salma fu accompagnato dalla musica del coro dei Sogni di Atys, con parole opportunamente parafrasate.

A Bari, in suo onore, fu costruito un grande teatro al quale il Comune dette il suo nome, oltre ad una statua in marmo che lo fronteggia e che sembra dirigere dall’esterno la sua musica eterna. Anche il conservatorio della sua città d’origine è a lui orgogliosamente intitolato. Nella città vecchia, la sua casa, è ora diventata un museo.

                                                                                       Miriam Cascione