Doveva essere una notte perfetta.
Una di quelle di cui posti la storia Instagram con lo champagne e prendi molti like, una di quelle in cui balli così tanto da dimenticare di tutti i tuoi problemi, una di quelle in cui ti ubriachi per poi, il giorno dopo, dimenticare tutto quel che è successo…
Una serata che doveva essere memorabile per quanto ci si è divertiti, non per la quantità delle persone bruciate vive.
E pensare che l’ultima cosa bella che molti hanno visto è stato il riflesso di una fontana luminosa che ha messo fine a sogni, esami universitari, primi amori, futuro.
La notizia di ciò che era accaduto si è sparsa ovunque con una velocità disarmante, con video e filmati che non hanno risparmiato niente di ciò che è accaduto: mentre il fuoco si era appena acceso, alcuni ragazzi registravano con il loro smartphone mentre ballavano e cantavano.
La prima cosa che ho pensato è stata; che problemi avevano questi ragazzi, che anziché mettersi al sicuro fuggendo hanno continuato divertirsi, filmando?
Quando, però, tra le tante notizie, sono incappata in un video, ho capito quanto era grave il pensiero che la mia mente aveva formulato.
Crans-Montana, già da come lo dici sembra lontano, elegante, svizzero. Una parola pulita, quasi rassicurante. Crans-Montana è uno di quei nomi che ti permettono di commentare senza sporcarti troppo le mani. Perché non è “noi”, è “loro”.
Allora partiamo da quello che stiamo facendo tutti: commentare. Perché commentare è umano, è sano quasi. Ti fa sentire sveglio, attento, migliore; “Eh ma perché filmavano?”; “Eh ma dovevano scappare subito”; “Eh ma col telefono in mano?”. Hai ragione davvero, col senno di poi hai sempre ragione.
Se fossimo stati lì noi certo, noi avremmo capito subito, avremmo letto il pericolo nell’aria. Avremmo fatto la cosa giusta, la cosa intelligente, la cosa adulta. Peccato che Crans-Montana non sia successo dopo. È successo in pochi minuti, in un locale con una sola uscita, una. Un unico punto di salvezza per più piani di persone, un imbuto. E mentre tu stai decidendo se è ancora grave o no, il soffitto sta già bruciando non lentamente, non poeticamente. Brucia perché è fatto di schiuma isolante, che prende fuoco in un attimo. A quel punto succede una cosa che nei commenti non esce mai; succede che il tempo cambia forma, la temperatura sale, il fumo diventa nero. Non grigio, nero denso, non vedi più niente. Poi arriva il flashover che non è una parola per sembrare intelligenti, è il momento in cui tutto prende fuoco insieme, in cui l’ambiente diventa invivibile, in cui non esiste più la scelta di fare la cosa giusta. A quel punto non sei più una persona con un’opinione, sei un corpo, un corpo che respira veleno, un corpo che cerca aria, un corpo che cade, un corpo che si copre il viso perché pensa di essere l’unica cosa che possa fare. “Ma perché non uscivano?” perché non c’era più un’uscita, c’era un muro di persone, c’era buio, c’era caldo, c’era panico. La cantina era una prigione, una prigione senza colpevoli visibili. E per questo che vi da tanto fastidio, perché se non puoi dare la colpa ai ragazzi, se non puoi dare colpa ai telefoni, se non puoi dare la colpa ad uno più stupido di te, resta solo una possibilità: che in quella situazione, tu, non saresti stato il migliore. E allora commentare diventa necessario, per prendere distanza, per dire “io no”, “io avrei capito”, “io mi sarei salvato”. Ma la verità è che il commento non salva nessuno, serve solo a non sentire il peso di 47 ragazzi morti. Serve solo a non ammettere che la differenza tra chi è uscito e chi no, non è l’intelligenza, non è il telefono, non è la colpa. E’ stata la posizione del corpo nello spazio, è stato il tempo, è stato il fuoco. Crans-Montana non è una storia da giudicare, è una storia da leggere in silenzio, almeno per una volta. Perché se la tua prima reazione davanti a 47 ragazzi morti, è dire cosa avrebbero dovuto fare, forse non stai commentando per capire, amico mio. Stai commentando per non avere paura. E invece sì, fa molta paura.
Ogni parola di questo video è stata una pugnalata al cuore. Non perché mi abbia offesa in qualche modo, ma perché ho capito che chi parlava aveva ragione. Ho capito che il mio era solo uno stupido modo di far finta di niente, di non aprire gli occhi. Volevo solo cercare di nascondermi dalla realtà, dalla realtà cruda che se io fossi stata lì, anche io mi sarei messa a registrare. Anche io sarei morta, adesso. E mi vergognavo di questa consapevolezza, poiché anche alcuni miei parenti avevano puntato il dito contro quei ragazzini. Volevo fare la diversa, quella intelligente, quella che non sbaglia mai. Ci ho pensato e ripensato a questa cosa.
Loro erano solo dei ragazzini di 16 anni. Stavano vivendo il pieno della loro adolescenza. Un periodo in cui segui le altre persone, in cui non sei sempre lucido. Alcuni di loro forse erano un po’ ubriachi, ma era Capodanno, era una festa speciale, erano nel film. Avevano visto che il DJ continuava a mettere musica e si saranno sentiti al sicuro.
Noi cosa avremmo fatto al posto loro? A me sarebbe bastato vedere il mio gruppo di amici continuare a divertirsi per rimanere lì. Per sentirmi al sicuro. Io adesso sarei solo cenere, ma dovrei comunque sentire le altre persone che parlano, giudicano, senza sapere. E adesso anche le persone che sono sopravvissute, ma che hanno perso amici, cari, che hanno visto persone morire davanti ai loro occhi, che hanno subito un trauma enorme, dovranno anche portare il senso di colpa per essersi comportati da ragazzini, ingenui, ma umani.
Ne abbiamo parlato in classe, abbiamo concluso che a volte, anziché parlare e giudicare, sarebbe giusto avere rispetto e tacere. Tutti.
Teresa Tribuzio
disegno di Elena Bottiglieri