Apocalypse

Capitolo secondo

Dovevo aiutarla… dovevo aiutare quella sconosciuta… non so perché, ma dovevo farlo. Lanciai una corda verso il condotto dell’aria che, per fortuna, era davanti a me e le feci cenno di affiancarsi a me; appena arrivò dalla mia parte, ci buttammo tutte e due nel condotto e così fuggimmo dalle guardie.

Decisi di portarla al sicuro nella mia piccola grotta. Mentre correvamo, notai i suoi capelli biondi raccolti in una lunga traccia ondeggiare al vento e i suoi occhi color nocciola chiudersi al leggero tocco dell’aria.

Ci addentrammo nella selva oscura, non molto distante dal campo, e camminammo lungo un sentiero che io stessa avevo tracciato anni prima, circondato da alti alberi che ormai avevano perso quasi tutte le loro foglie a causa dell’autunno che se l’era portate via. Quel sentiero conduceva a casa mia… Lungo il cammino guardai spesso il volto spaesato della giovane e qualche volta mi accorsi che anche lei guardava me. Arrivate alla fine del sentiero, ecco comparire la mia piccola dimora: una grotta con l’entrata bloccata da numerose liane che avevo messo lì apposta. Le feci strada fino alla fine della cava, disseminata di trappole di tutti i tipi che servivano in caso di pericolo. Le dovetti ripetere più d’una volta di stare attenta a dove metteva i piedi, anche se non sembrava ascoltarmi: dovetti liberarla più volte da buche, reti, lacci e tagliole. Arrivate infondo alla grotta le feci segno con la mano di sedersi. Era un po’ sconvolta dalla situazione e iniziò a tempestarmi di domande.

“Scusa se te lo chiedo, ma come ti chiami?”

Io con tutta calma presi due scodelle di brodo e mi sedetti; mentre gliene passavo una le risposi:

“Mi chiamo Aesira Nardon. Tu?”

“Io sono Kikka Sances.”

Si guardò intorno come se stesse cercando qualcuno che evidentemente non trovava e poi mi chiese ancora:

“Ma dove sono i tuoi?”

A quella domanda abbassai la testa: non mi piace parlare di quello che è successo ai miei genitori. Mi ferisce anche soltanto pensare a loro.

Per questo decisi di tagliare corto:

“Io vivo da sola. I miei sono morti quando avevo otto anni”

Dovette sentirsi in colpa per avermi fatto quella domanda perché si scusò, o almeno cercò di scusarsi.

“Mi dispiace, non pensavo che…”

La guardai; non volevo iniziare a conoscere una persona in quel modo.

“Non ti preoccupare. Anche tu da sola?” – Le chiesi, sempre con quel tono freddo che mi contraddistingue.

Kikka mi fissò con i suoi occhi trasparenti, nei quali riuscivo persino a specchiarmi. Cominciò a piangere silenziosamente.

“E’ da due settimane ormai… che…. loro… non ci sono più”.

Mi fece compassione, so bene come ci si sente e quanto sia difficile da accettare. Fu per questo che, quasi senza pensarci, decisi di prenderla con me, un pò come si fa con un cagnolino abbandonato; e poi avevamo già qualcosa in comune…

“Non ti preoccupare, se vuoi puoi restare qui con me”.

Lei mi guardò e si asciugò le lacrime sfoggiando un grande sorriso; ne dedussi che riusciva a cambiare umore molto velocemente, cosa che mi sembrò alquanto strana. Mi si avvicinò lasciando la scodella di brodo vuota sul pavimento e poi esclamò incredula:

“Davvero posso?!”

Le rivolsi un mezzo sorriso, cercando di mantenere sempre un pò di freddezza, e la rassicurai:

“Certo che puoi”.

Mi lanciò uno sguardo che non riuscii a decifrare: un misto di felicità, tristezza, stupore…

Non capivo dove volesse andare a parare

“ Perché non costruiamo un accampamento? Potremmo farlo insieme!”

Me lo disse così, di punto in bianco. Ma se non ci conoscevamo neanche! Comunque la sua strana e inaspettata richiesta non mi sembrò del tutto insensata… poteva anche farmi comodo per sopravvivere un altro pò di tempo. No, non era affatto una cattiva idea.. Ma come potevano fare due ragazzine a costruire un accampamento? Pareva una di quelle idee che vengono in mente ai bambini delle elementari, come scrivere una canzone o comporre una poesia. Solo che al primo intoppo i bambini si ritirano dall’impresa, rinunciano senza problemi. Noi, invece… Però, nello stesso tempo, sarebbe stata una salvezza per noi e per altre persone alla ricerca di protezione e sicurezza…

Per non smorzare la felicità e l’entusiasmo di Kikka, decisi di accontentarla e di condividere questo suo proposito.

“Perché no? E’ un’ottima idea, potremmo anche essere utili ad altre persone e sopravvivere ancora per molto. Ma abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti…”.

Dopo qualche minuto di silenzio, la guardai dritta negli occhi. Lei sostenne il mio sguardo con gli occhi più lucidi che avessi mai visto in vita mia.

“Sì… abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti… e magari… se fossimo abbastanza forti… potremmo anche provare a fermare il virus!”

La guardai incredula: adesso si era spinta un po’ troppo oltre… Per questo, mentre mettevo via la mia scodella di brodo ormai vuota, le dissi sospirando:

“Ora non correre troppo. Per il momento pensiamo all’accampamento: ti assicuro che non è un’impresa facile, credimi”.

Lei mi rivolse uno sguardo deluso, come se il suo entusiasmo si fosse quasi del tutto spento. Io continuai a parlare facendo finta di non essermene accorta.

“Domani lasceremo la grotta e andremo in cerca di altre persone”.

“Ma davvero saresti disposta a lasciare casa tua?” – mi chiese perplessa.

Accidenti, ci conoscevamo da pochissimo tempo e già mi dava fastidio!

“A volte nella vita bisogna fare dei sacrifici, abbandonare le proprie cose” – affermai pazientemente – “Ma sono sicura che altre persone verranno ad abitarci”.

Dopo aver ascoltato la mia risposta, Kikka si stese a terra e mi rivolse un sorrisetto esclamando:

“Ah, bene! Allora.. io mi metto a dormire: buonanotte!”

“Ma che tipa strana” – pensai – “Deve essere una di quelle persone che vedono il mondo sempre rosa e fiori.” Mi stesi nell’angolo opposto e per educazione le restituii la buonanotte, anche se subito dopo mi resi conto di aver parlato invano, poiché si era già addormentata. Meglio così…

Non ci misi tanto ad addormentarmi anche io, visto che ero molto stanca per quanto era appena accaduto. Non sapevo ancora che quell’incontro avrebbe segnato la mia vita.

La notte passò velocemente; ovviamente mi alzai prima di Kikka.

Kikka, che nome strano…

Iniziai a raccogliere tutto ciò che avrebbe potuto servirci in quell’assurdo viaggio, se così si poteva chiamare. Di sicuro non sarebbero potuti mancare né cibo né bevande, così presi un grande zaino che prima della pandemia usavo per andare a scuola… Chissà quanti dei miei compagni erano morti…

Mentre sistemavo tutto quello che poteva servirci nello zaino, mi capitò davanti agli occhi una collana d’oro appartenuta a mia madre. La misi al collo senza esitare neppure un secondo. Mia madre me l’aveva data in punto di morte… era stata attaccata da un infetto e non era riuscita a difendersi; era stato proprio in quel momento che mi aveva lanciato disperatamente la collana gridando:

“Scappa! Se scappi ti salverai! Scappa! E ricorda che ti ho sempre voluto bene!”

Io ero fuggita in lacrime con la collana di mia madre nelle mani, sapendo che non l’avrei mai più rivista. Non avevo potuto fare nulla, avevo avuto troppa paura per aiutarla, ero rimasta quasi paralizzata. Le uniche parole che ero riuscita a stento a balbettare erano state “mamma”, “aiuto”, “salvateci”. Dopo aver vagato per un tempi infinito confusa e affranta, avevo trovato la “mia” grotta e mi ci ero rifugiata…

Mentre la mia mente si riempiva di ricordi che avrei preferito dimenticare, continuai ad aggiungere oggetti, armi e provviste nello zaino, che fortunatamente era molto capiente.

“Buon giorno, Fulmina!”

Mi girai e vidi Kikka dietro di me che cercava di capire cosa stessi facendo.

“Buongiorno anche te, ti sei alza di buon’ora!” – le risposi rivolgendole un rapida occhiata per poi ricominciare a infilare oggetti nello zaino. Lei poggiò la mano dietro la nuca e iniziò a ridacchiare; io, che oramai avevo finito di preparare lo zaino, mi girai verso di lei mettendomelo sulle spalle.

“Muoviamoci, mettiamoci in viaggio”.

Kikka mi guardò meravigliata:

“ Te ne vuoi andare così presto?!! Ma che fretta c’è?”

Con aria seccata le ripetei:

“Muoviamoci!”

Usciti da quella che ormai sarebbe stata la mia ex casa, ci mettemmo in viaggio per cercare nuove “reclute”.

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