DIARIO DI OLIVER
13 febbraio 2005 00:47
Non so assolutamente cosa fare. Non ho niente. È come se fossi su una scala alta e ripidissima dalla quale non posso scendere né salire. Il video-messaggio di Nina: sembrava così spensierata in quella registrazione. Ci doveva essere qualcosa sotto perché è impossibile che una persona che di lì a poco sarebbe scomparsa senza alcuna apparente traccia fosse così tranquilla. Forse non avrei mai dovuto vedere quel video-messaggio. Ormai giro a vuoto da almeno due ore e mezza, in qualche posto sperduto della Louisiana. A dire il vero, non so neanche più se mi trovo ancora nella Louisiana. In questo momento vorrei solo trovarmi all’inizio di una giornata qualunque, quando mia moglie mi sveglia ed io dal mio letto vado direttamente andare in cucina a bere il mio solito caffè espresso senza neanche un briciolo di zucchero. Vestirmi, sfiorare in un bacio corto e dolce mia moglie per poi andare a lavoro. Come tutte le mattine. Rimpiango di non essermi goduto quei banali momenti di quotidianetà ora che non posso più provarli e non so neanche se riuscirò che a riprovarli ancora.
La macchina l’ho lasciata dall’altro lato del lago, sarebbe stato impossibile oltrepassare la stradina sterrata circostante in macchina. Per tutta la strada ci sono degli alberi senza fronde e la cosa non mi tranquil ….
Oliver non riuscì a completare i suoi pensieri che il diario gli sfuggì di mano mentre inciampava su un masso, proiettandosi nel fango. Rimase lì, immobile per qualche secondo, col sapore della terra in bocca. Quando si rimise in piedi, ciò che gli si palesò davanti gli fece gelare il sangue: un giardino monumentale, simile a un immenso cimitero vegetale. La vegetazione era un groviglio di rami e lunghe piante. Al centro, da una fontana di pietra sgorgava ancora un po’ d’acqua torbida, un suono che rompeva il silenzio rumoroso. Sotto lo strato di fango che ricopriva ogni cosa, si intravedeva una pavimentazione a ciottoli, simile a una pelle squamosa. Ma era l’odore a essere insopportabile: un fetore di carne in putrefazione circondava ogni cosa.
Poi, le vide.
Parallele ai suoi passi, impresse nel fango, c’erano orme di stivali. Profonde. Recenti. Oliver si sentì rimpicciolire, come se le mura di nebbia e rami del giardino stessero per chiudersi sopra di lui, inghiottendolo. Deglutì a fatica, il cuore gli batteva contro le costole come un uccello in gabbia, e continuò a camminare. Una folata di vento sollevò una decina di vecchi giornali che danzarono nell’aria come fantasmi di carta.
In fondo al viale, apparve una figura. Un uomo quasi calvo, che indossava un giaccone dell’esercito con una toppa sbiadita degli Stati Uniti, con sotto una canottiera bianca. I pantaloni mimetici lo facevano quasi sparire tra i tronchi. Oliver fece per muovere un passo verso di lui, la prima presenza umana dopo trentasei ore di solitudine, ma subito si fermò. L’uomo stringeva una motosega spenta in una mano e, nell’altra, un sacco di plastica che colava sangue nero sulla pietra. Dalla bocca della busta spuntavano arti di carcasse animali, rigidi e senza vita.
Oliver voltò le spalle e fuggì nel silenzio. Venti minuti dopo, stremato, si ritrovò davanti ad una casa. Era fatta quasi completamente in legno, e sembrava che da un momento all’altro sarebbe crollata. Oliver si avvicinò alla porta d’ingresso. Ad ogni passo cigolavano le assi di legno di cui era fatta la breve scalinata che precedeva la porta d’ingresso, e di pari passo l’ansia in Oliver aumentava. Afferrò la maniglia al colmo della paura, spalancò l’anta ed entrò come un animale impaurito in un piccolo disimpegno, collegato alla cucina da una porta di legno, aperta.
Oliver si girò intorno nell’umile cucina e vide che sui fornelli bolliva quella che sembrava una zuppa, verde e dall’odore insopportabile. Accanto ai fornelli, un set di coltelli infilati in un pezzo di legno e un microonde.
Spinto da quell’ansia mista a curiosità che ti fa agire d’impulso in certe situazioni, senza pensare alle conseguenze, Oliver aprì lo sportellino del microonde, e vide che le pareti interne del piccolo elettrodomestico erano ricoperte di un materiale viscido, trasparente, e vi erano attaccate delle piume.
Continuò l’esplorazione della casa. La cucina era collegata ad un salotto, dove l’odore nauseabondo di marcio si fece più forte. La stanza era arredata con un sofà, il cui colore rosso brillante era nascosto da spessi strati di polvere, ed accanto ad esso una lampada da terra ad arco. C’era poi un mobile di legno, sulla cui facciata frontale erano incisi due passerotti su un ramo di quercia, e sotto, l’iscrizione “handmade, 1898”.
Oliver perlustrò la camera attentamente. Aprì tutti i cassetti, tutte le ante, alzò il grande tappeto schiacciato dal divano, dal quale rimosse i cuscini, in cerca di qualsiasi cosa. Finché, non si accorse che nel secondo cassetto di una vecchia scrivania, c’era un doppio fondo, che nascondeva un foglio di carta marrone a righe, con scritta a penna la seguente lista:
Margot Franklin: deceduta
Aretha Fox: deceduta
Joel Miller: deceduto
David Mines: mutato
Jules Davidson: deceduta
Nina Bancroft: ???
L’angoscia in Oliver iniziò a crescere, e il sangue gli si gelò non appena lesse il nome di sua moglie in quel macabro elenco, per poi scoppiare in un attacco di panico.
Oliver si lasciò cadere per terra, accasciandosi in posizione fetale, lasciando che quello delle sue lacrime divenisse l’unico suono udibile.
Oliver si rialzò, precipitandosi di nuovo in cucina, per spingersi poi fino alla porta d’ingresso. Voleva lasciare l’abitazione, ma la porta gli si chiuse davanti agli occhi, proprio mentre cercava, accelerando, di raggiungerla. Oliver cercò di forzare la porta, la prese a calci e pugni fino a sanguinare dalle nocche. Ma non c’era niente da fare. Per l’ultima volta, tentò di aprire la porta, stremato. Da seduto, allungò il braccio puntando alla maniglia, ma non appena la sfiorò, un’emicrania lancinante gli spaccò il cranio, scaraventandolo al suolo. Poi, una scarica elettrica, invisibile e violenta, gli partì dai piedi risalendo, ramificandosi, lungo la spina dorsale, proprio come un parassita che si fa strada in un corpo. Il suo iniziò a contorcersi in convulsioni violente. Oliver sentì il cuore stretto in una morsa strettissima, come se una mano invisibile stesse tentando di strapparglielo dal petto. Le ossa iniziarono a scricchiolare, mentre il suo corpo a poco a poco raggiunse posizioni e forma sovrumane; il collo si piegò in un angolo innaturale, le pupille ruotarono all’indietro, lasciando solo il bianco degli occhi rivolto al soffitto.
Poi, il buio lasciò spazio al sogno.
Immagini frenetiche lo travolsero, come delle visioni: una città, una vecchia foto di famiglia dove un padre, una madre e un figlio sorridevano felici. E poi lei: una bambina piccola, stretta tra le braccia di una donna. Poi all’improvviso quella immagine si modificò, mostrando due occhi verde oliva spalancati in un’espressione di terrore.
Quando Oliver si svegliò da quell’incubo, a malapena riusciva a mantenere gli occhi aperti e la schiena dritta, cosa, quest’ultima, impossibile dato che era legato ad una sedia. Non appena se ne rese conto, iniziò a dimenarsi violentemente, fino a ribaltare sé stesso, e la sedia. Questo rese limitata la visione di Oliver di dove si trovasse, facendolo impanicare sempre di più.
Si trovava in una stanza vuota, che pareva talmente vuota che si sentì inghiottito. Le pareti, per quel poco che lasciava intravedere la grande quantità di muffa che le ricopriva, erano rivestite da una carta da parati color crema, a fiori. Il pavimento, contro la quale Oliver si ritrovò schiacciato, era un parquet di rovere, le cui doghe di legno erano per la maggior parte mancanti, i vuoti lasciate da queste riempiti da cumuli di polvere, spazzatura e muffa. Davanti a lui, in un angolo, vi era un grande specchio dorato, con il vetro rotto in dodici raggi, poggiato alla parete. Riflessi nello specchio, ritratto di famiglia appesi sulla parete opposta. Uno della famiglia Blacwood, come recitava l’iscrizione incisa in mezzo a cuori intrecciati “BlackWood family”, ben leggibile sul legno della cornice. Nella stanza c’era anche un pianoforte verticale da un nero opacizzato dagli innumerevoli e fitti strati di polvere che lo ricoprivano. In realtà Oliver si accorse subito che non si trattava di normale polvere, ma di spore fungine, che caratterizzavano tutto ambiente e rendevano l’aria irrespirabile. La parte frontale del pianoforte era decorata da due candelabri a tre bracci. Come ultima cosa, Oliver notò che esattamente dietro di sé, due o tre metri più in là, c’era un tavolino reclinabile d’acciaio, ricoperto da un lungo foglio di carta azzurra molto sottile, sulla quale erano poggiati dei ferri chirurgici, fra i quali Oliver distinse un paio di bisturi, delle pinzette, una siringa, una piccola fiala, contenente un liquido trasparente nella quale galleggiava una piccola sfera gialla.
Oliver osservava tutti i particolari ma non smetteva di dimenarsi e urlare, se non quando ai suoi lamenti si sovrapponevano pesanti passi, che sembravano provenire da ogni angolo, come se fosse circondato da minacciose presenze
Ad un certo punto, i passi si fermarono. Oliver riprese a respirare lentamente e profondamente, cercando di non chiedersi di chi o di cosa fossero quei passi. Lentamente chiuse gli occhi, quasi rassegnato ad un ignoto destino, fino a che una forte stretta non gli tirò violentemente i capelli, portando il suo capo in alto. Fu allora che vide io volto di una creatura non del tutto umana. Rughe si ramificavano su tutta la sua faccia come profondi solchi nel terreno arido. Il rosso fuoco nei suoi occhi faceva contrasto col bianco dell’iride, che scompariva in una pupilla nera come la pece, in cui risaltava tuttavia un luccichio verde acido, da cui si sprigionavano corruzione e malvagità.
Zigomi pronunciati scavavano le sue guance, quasi a prosciugare la forza vitale della creatura. La terribile visione si completò di un improvviso forte odore di lattice, seguito da un forte sapore di plastica; proveniva dal palmo azzurro che premeva sulla sua bocca. Con un pizzico ben assestato nella pelle del collo, Oliver si accasciò dolcemente, la sua testa nuovamente sul pavimento, per poi chiudere gli occhi, e udire un sussurro penetrante, persuadente, che invase la mente di Oliver per quei pochi istanti in cui restò cosciente.
Matteo Mancini