Capitolo 4
1988
Arthur Blackwood fissava senza battere ciglio lo schermo di vetro bombato del loro nuovissimo Philips CRT da 21 pollici come se non avesse mai guardato prima la tv. Le sue mani, nodose e indurite dagli anni passati sui ponti d’acciaio delle navi della U.S. Navy, poggiavano ferree sul pellame rosso acceso del loro nuovo sofà. Sullo schermo illuminato dalla lampada ad arco del loro salotto stava scorrendo per l’ennesima volta lo stesso spot pubblicitario. Immagini patinate, rassicuranti: campi di grano dorati accarezzati dal vento, scienziati sorridenti in camici bianchi e bambini che correvano felici nel rame delle spighe al sole. Una voce profonda, calda e paterna recitava lo slogan: “Proteggiamo il vostro domani, perché alla base della salute c’è la famiglia. StarLine Corp: la scienza al servizio della vita.” Sullo sfondo il logo blu con una stella gialla, dentro cui si intrecciavano due serpenti.
Arthur sorrise debolmente, pensando che, dopotutto, l’America del 1988 era ancora un buon posto dove far crescere i propri figli. Non poteva sapere che quelle immagini non erano solo uno spot di un’azienda farmaceutica, ma la firma dei carnefici che stavano per bussare alla sua porta.
Fino a quel pomeriggio, la storia dei Blackwood era scorsa come una melodia dolce e fiera, una ballata d’altri tempi suonata sui porticati della Louisiana. Erano una famiglia da pubblicità: Arthur, il fiero marine conservatore, cresciuto in una famiglia umile nell’estremo sud del Texas, Margaret, la sposa devota che mandava avanti la casa con grazia antiquata, e Thomas, il figlio quattordicenne dagli occhi svegli, campione del football alla Holy Cross High school. La loro vita era un ingranaggio perfetto di messe domenicali, barbecue in giardino e orgoglio di una divisa appesa nell’armadio. Una fortezza d’acciaio e amore, protetta dall’aria dorata della Louisiana del sud.
Ma le ballate più dolci sono anche le più facili da stonare. La prima crepa in quella melodia perfetta si ramificò nel cemento armato dei Blackwood sul campo da football della Holy Cross High, durante una partita del venerdì pomeriggio. Thomas crollò improvvisamente sull’erba, prima che la partita giunse a metà. Non fu un placcaggio: il ragazzo iniziò a tossire un liquido scuro e denso, i polmoni bloccati in un crampo soffocante. La diagnosi all’ospedale militare fu una condanna a morte: una degenerazione cellulare sconosciuta che stava erodendo i suoi polmoni. Distrutti dal dolore e dai costi astronomici che la sanità militare non copriva per intero, i Blackwood si ritrovarono con le spalle al muro, incapaci di pagare le cure che avrebbero potuto tenerlo in vita. Fu allora che la Starline gettò l’amo. Si presentarono una domenica mattina come un altra, come salvatori. Un uomo in un impeccabile abito grigio si sedette nel loro salotto, mettendo sul tavolo un dossier cinico e perfetto: la multinazionale offriva una cura sperimentale miracolosa, l’unica in grado di rigenerare i tessuti polmonari di Thomas, ma in cambio di un “affido temporaneo”. Dovevano adottare una bambina “speciale” e inserirla nella loro quotidianità senza fare domande. L’adozione fraudolenta e architettata nel dettaglio, come se fosse stata progettata molto tempo prima, ebbe luogo meno di un mese dopo. I vicini di casa dei BlackWood non potettero che pensare a un generoso atto caritatevole e di lustro, compiuto dai ricchi . Ma fin dal primo giorno in cui quella creatura di sette anni varcò la soglia della porta in legno di betulla di casa Blackwood, il grammofono che riproduceva ormai da anni la dolce melodia dei Blackwood si spense per sempre. La bambina era in realtà il “paziente zero”, l’incubatrice di un parassita da testare.
La bambina bionda e innocente conservava nel suo sguardo un luccichio verde acido di caos e distruzione, che avrebbe, in pochi anni di convivenza, alterato completamente le cellule neurologiche dell’intera famiglia. Era, infatti, un arma biologica a tutti gli effetti, sviluppata nei sofisticati e tanto rinomati laboratori della StarLine, i più all’avanguardia del pianeta. L’infezione si diffuse nella casa come una goccia di inchiostro caduta da una stilografica abbraccia un foglio di carta, penetrandolo e indebolendolo. In pochi mesi, i Blackwood da essere considerati una famiglia ricca e partecipe divennero gli abitanti di una casa fantasma. Col tempo, la porta di casa smise di aprirsi ogni mattina e sempre meno frequentemente si vedeva qualcuno entrare e uscire da quella casa.
I Blackwood sparirono nel nulla.
Tutte le stanze della casa, cominciarono a essere dominate da spore fungine molto aeree, che resero l’aria irrespirabile; col passare dei giorni, le spore diventavano visibilmente più grandi, fino a compattarsi in una densa pasta schiumosa, come muffa, che prendeva posto sulla vernice scrostata delle pareti e riempiva le crepe nel controsoffitto della cucina, aderendo fino al perimetro dei materassi. Era proprio tramite queste spore che il cordyceps prendeva il sopravvento sugli umani. All’inizio, l’aria contaminata entrava nei corpi per le alte vie respiratorie, poi si addensava lungo le ossa, soprattutto lungo la colonna vertebrale, dove le spore si sviluppavano, crescevano e diventavano una massa pulsante, che provocava il movimento incondizionato degli arti degli infetti, trasformando i loro corpi in marionette prive di umanità, spente. E il parassita cresceva, fino a occupare la gran parte del corpo di chi colpiva, ostruendo gola, narici, organi interni.
Pian piano, i corpi dei Blackwood divennero completamente privi di qualsiasi autonoma forza vitale, come pupazzi mossi dal mostro che cresceva al loro interno. Gli anni passavano e le loro condizioni peggioravano. La loro abitazione si trasformò in una teca contenente campioni da laboratorio, il vicinato divenne un campo d’osservazione, fino a quando, d’un tratto tutto cambiò.
Successe un giorno. Non ci fu un boato, ma un suono sordo, come un respiro trattenuto troppo a lungo che alla fine esplode nei polmoni. Un onda d’urto nacque nel cuore del loro salotto, ma attraversò i muri della casa come un fantasma, senza spostare un solo quadro dalle pareti. Fu fuori che si scatenò l’inferno. Appena l’energia concentrata nell’ambiente superò il porticato dell’abitazione, divenne solida, brutale. Il vicinato venne polverizzato in tre secondi: i tetti volarono via come foglie secche, i muri si sbriciolarono in una tempesta di polvere calcarea, gli alberi rimasero tagliati a metà. E in pochi secondi, tutta New Orleans non c’era più. Quando il fumo si diradò, la città non esisteva più. Rimaneva solo la casa dei Blackwood, ancora intatta fra le colline di macerie, come se l’energia provenisse proprio da lì. Ma quanto successo, non fu un caso, un incidente. Era una colonna portante del piano della StarLine.
Matteo Mancini