La canzone “La leva calcistica della classe ’68” di Francesco De Gregori parla di un ragazzo di nome Nino che vive il suo sport preferito come un inferno.
Molti, ascoltandola, potrebbero pensare che lui sia solo un bambino che vuole essere bravo nello sport che pratica, ma dietro quel “qualsiasi” bambino si nasconde non solo la paura, ma angoscia, disagio, sofferenza, ossessione. Perché se sbagli “sei scarso” e se sei scarso, prima o poi arriva “Questo sport non fa per te, hai mai pensato di provarne un altro?”
Ma Nino non vuole sentire quelle parole. La canzone parla di com’è crescere, di come potrebbe crescere per Nino se non ci fosse la paura a frenarlo.
Per me, i versi più ricchi di significato sono quelli in cui si dice “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”
Ma allora in base a cosa viene giudicato un giocatore? Un giocatore che ha sbagliato un calcio di rigore può essere una persona che ha perso da poco un parente, una persona i cui genitori litigano ogni giorno, una persona che si sente sempre un fallimento, una persona che non si sente protagonista nella sua stessa vita.
E mentre tu giudichi il modo in cui lui ha calciato la palla, magari lui ha calciato come gli aveva insegnato suo nonno, che ora non c’è più, oppure è solo una persona come tante, che fa una vita “normale” ma che oggi ha vissuto una giornata pesante…
La canzone ci insegna che sbagliare, in fondo, non è brutto come sembra. Che lo sport non è un posto in cui devi arrivare primo, ma un posto in cui ti devi divertire e sentire libero di sbagliare quel rigore.
Anonimo