Capitolo 3
2 anni prima
“Portatemela qui”
Queste parole aiutarono Nina a risvegliarsi, rimbombandole nella testa.
All’improvviso sentì il buio attorno a lei illuminarsi, come se della luce stesse filtrando attraverso esso. Sentì la morsa che stringeva i suoi pedi l’uno contro l’altro pian piano sciogliersi, lasciando che i suoi talloni si scontrassero contro un suolo duro e gelido, e infine uno strappo secco e doloroso le restituì parola, che lei sfruttò immediatamente per cominciare a urlare fino a quando non fu costretta a riprendere fiato, per poi urlare ancora e ancora in strilli colmi di disperazione, fino a quando un calcio sul fianco sinistro non la zittì, lasciando spazio a un pianto silenzioso.
Sentì voci di uomini parlare, e in mezzo al loro discorso riuscì a distinguere quelle che sembravano essere le sue generalità.
“Nina Bancroft, donna, 24 anni, residente a Plockton, Scozia. Sembrerebbe essere idonea per l’Antropoceps.
– In base a cosa lo dice?
– Abbiamo eseguito tutte le analisi, Doc.
Nina sussultò non appena venne liberata da ciò che la privava della vista.
Venne immediatamente accecata da una forte luce bianca, che piano piano si dissolveva mentre veniva posta su una barella e trasportata per infiniti corridoi chiari, come quelli di un ospedale. Ad un certo punto la barella si fermò all’ingresso di una stanza ben diversa da ciò che lei aveva visto fino ad ora. Prima di entrarvi, Nina ruotò la testa verso sinistra e notò il grosso logo in rilievo “STARLINE CORPORATION”, accompagnato da un simbolo raffigurante una stella bianca all’interno di un cerchio blu, che le rimase impresso nella mente come era inciso in rilievo sulla parete.
L’ambiente dove Nina era stata condotta era molto grande e scuro. Pareti e pavimenti interamente in acciaio con tubi che passavano ovunque.
D’improvviso Nina venne violentemente fatta scendere dalla barella e messa a sedere su una sedia, dove immediatamente le sue mani e i suoi piedi tornarono a essere legati, stavolta da una presa meccanica, di metallo, incorporata nella sedia stessa. Gli stessi che l’avevano trasportata in barella ora le alzavano le braccia per bloccargliele nella stessa morsa che le stringeva i piedi nudi. Solo allora Nina si accorse di indossare una specie di camice bianco sporco, a fiori.
Poi, di sfuggita, una voce le disse all’orecchio, “mi dispiace”, prima di sparire nella luce accecante che definiva il confine fra gli inquietanti corridoi e la stanza dove si trovava.
Improvvisamente, lo schienale della sedia si reclinò all’indietro, facendo si che rimanesse quasi del tutto distesa, e scoprì uno schermo sul soffitto, che iniziò a proiettare un filmato, che all’inizio sembrava quasi una pubblicità.
C’era un uomo in camice bianco, sullo sfondo lo stesso logo che Nina aveva visto solo pochi minuti prima. Lo riconobbe subito. L’uomo cominciò a parlare, guardando in camera come se stesse illustrando qualcosa a chiunque lo stesse guardando. Ma il volume delle sue parole cominciò ad abbassarsi nella testa di Nina, che nel mentre tentava disperatamente di capire cosa stesse succedendo, dove si trovasse, sperando che fosse solo un brutto sogno.
A un certo punto le immagini sullo schermo cambiarono, mostrando 24 anni di foto e video di Nina, dalle prime, scattate il giorno della sua nascita, a quelle del suo primo giorno di scuola, foto lasciate suii social, quelle del suo matrimonio, foto recenti, che la riprendevano in momenti di quotidianità, mentre sorseggiava il suo caffè appena sveglia, mentre leggeva sulla poltrona del suo salotto, mentre banalmente parlava con suo marito, nel loro letto, la sera tardi.
Le si ghiacciarono le gocce di sudore che le inumidivano la fronte. A chiudere il video uno schermo nero con scritte bianche, che però poco risaltavano sul nero di quello schermo.
Nome: Nina Jane Bancroft
Età: 24 anni
Residente a: Plockton, UK, in 24B Princess Street
Dipendente presso: British Psychoanalytic Council, in A047 Charles Street.
Codice fiscale: BNCNNJ90E55Z114G
Saldo bancario attuale: 12.675£
Madre: Stephanie Joanne Holland -London UK, H125 Slytherin Street
Padre: Howard Nate Jacobs
“Non esiste nessun posto dove scappare, perché non ne esiste alcuno nel quale non siamo già entrati. Ogni telecamera che incroci è un nostro occhio, ogni tuo dispositivo è un nostro orecchio. La tua privacy non è stata violata: non è mai esistita”.
Quel nero dello sfondo insieme a quel bianco delle scritte poco nitide penetrarono negli occhi di Nina scavando nel suo animo in profondità.
Nina era paralizzata, e quando le scritte scomparvero sentì un brivido spaccarle il corpo a metà, insieme al sangue che le si stava ghiacciando nelle vene.
Il penetrante nero ipnotizzante dello schermo riflesse per un secondo una sagoma più scura, dietro Nina, e subito dopo lo schienale della sedia si proiettò in avanti. Si sforzò al principio di indovinare chi fosse quella figura che un istante dopo le si palesò davanti.
Era seduto su una sedia, uguale alla sua, con un taccuino e una penna in mano. Sembrava prima vista un medico. Sul camice bianco portava infatti ricamato il logo della starline ma indossava un lungo giaccone di pelle nera verniciata, che rifletteva ogni qualcosa di metallico che si trovava nella stanza, che strideva con la divisa da personale sanitario. Sfoggiando un sorrisetto bianco puro, ruppe il silenzio con un semplice “ciao”, dopo aver ben squadrato Nina e aver appuntato qualcosa sul taccuino in pendant con la pelle della giacca.
Nina lo guardò, confusa, prima che lui proseguendo il saluto in una serie di domande.
– Piaciuto il video? – chiese, allungando le sue labbra in un sorriso, come in cerca di approvazione.
Nina in risposta serrò dall’inquietudine la mascella.
– Vedo che non sei molto collaborativa…- disse piegando il capo verso il basso, per poi rialzarlo di scatto, pronto a partire con domande a raffica.
– Se dovessi dare un grado da 1 a 10 alla tua paura in questo momento, sapendo che il battito cardiaco è a 140, che grado le daresti?
Nina non emise suoni, oltre a qualche mormorio interpretabile.
– Non saprei.
– Guardami un secondo!
Nina alzò lo sguardo verso di lui con aria rassegnata.
– Se ora spegnessi la luce, riusciresti a ricordarti l’esatta sfumatura di blu dei miei occhi? O stai già dando priorità alla tua sola sopravvivenza?
Nina pianse il più silenziosamente possibile, tentando di limitare ogni verso o sussulto.
– Perchè piangi? Sai che in un minuto di pianto si consuma lo 0,05% dell’idratazione corporea? …trovi che sia utile?
La visibile disperazione nel volto di Nina si trasformò all’improvviso in apatia. Nina cominciò a fissarlo con uno sguardo spento e vuoto, mentre le lacrime continuavano a scenderle abbondanti sulla pelle lattea, lasciandovi degli a malapena visibili segni rossi lungo le guance. L’apatia sfociò in un’apparente rabbia.
Nina cominciò a vedere una sagoma vuota, un uomo incapace di anche solo lontanamente concepire il dolore umano. Le lacrime continuano a scendere, le labbra le tremano in una smorfia tra disperazione e risata nervosa.
– Perchè sto piangendo, mi chiedi? Se mi sembra utile piangere, mi chiedi? Sto piangendo perché sono un essere umano! Perché mi avete rapita…perché non so minimamente dove io mi trovi! Mostro!
Cominciò prima a bassa voce, poi urlò.
Nel mentre spingeva la schiena in avanti e muoveva violentemente gambe e braccia, avanzando con la sedia, come se la sua voce le facesse strada, fino a cadere.
A questo punto la porta blindata che conduceva dal lungo corridoio all’ospedale si aprì, facendo entrare quattro uomini vestiti di nero, che sedarono Nina.
Matteo Mancini