Capitolo 6 – Un brutto sogno che scompare nella nebbia
Oliver aprì lentamente gli occhi, strofinandoseli aggressivamente con le mani. Tra le dita filtravano alcuni raggi di luce gialla che gli risultarono accecanti. Prima ancora di rendersi conto di dove si trovasse, osservò per un istante le proprie mani, allontanandole leggermente dagli occhi. Alla luce del lampadario di vetro che intravide con la coda dell’occhio, e che illuminava l’intera stanza, se ne aggiunse un’altra: quella riflessa dall’oro dell’anello sul suo anulare. A quel punto ricordò.
Nina.
Abbassò rapidamente le mani sulle cosce, realizzando di trovarsi ancora una volta seduto su una sedia. Questa volta, però, non era legato. Anzi, considerando gli eventi precedenti, avrebbe quasi potuto sentirsi al sicuro. Quasi. Davanti a lui si presentava uno scenario inquietante. Riconobbe immediatamente l’uomo seduto di fronte a lui: era lo stesso che aveva visto legato prima di essere addormentato. Alla sua destra sedeva una donna dai capelli biondi, segnati da una marcata ricrescita grigia. Le sue mani tozze e sporche rigiravano una pannocchia tra i denti. A un certo punto si udì un rumore metallico provenire dalla porta d’ingresso, poco più in là. La stessa porta che aveva disperatamente cercato di aprire quello che sembrava essere stato circa un giorno prima. Chiunque stesse provando una chiave dopo l’altra trovò finalmente quella giusta e la inserì nella serratura. Il rumore dietro la porta acquistò un volto. Era un ragazzo di circa venticinque anni, con i capelli molto corti e una barba incolta. Il suo sguardo era completamente vuoto, divorato dalla stessa apatia che sembrava scorrere nelle vene del resto della famiglia. Il giovane si sedette al tavolo accanto ai genitori e, non appena Oliver li vide tutti insieme, un brivido gli percorse la schiena. Un’immagine gli attraversò la mente. La stessa raffigurata nel quadro della grande stanza in cui era stato prigioniero. La stessa che aveva intravisto durante quella crisi all’ingresso della casa. Realizzò che davanti a lui c’erano i Blackwood. Dentro di sé era terrorizzato. La tachicardia lo stava divorando, ma all’esterno non lasciava trapelare nulla. A un certo punto, l’uomo più vicino a lui aprì bocca.
“Come mai non mangi?”
La domanda fu scandita con aggressività mentre si alzava in piedi.
“Margaret ha preparato questa grande cena per te. È veramente irrispettoso da parte tua”.
Oliver abbassò lo sguardo tremando. Strinse le palpebre, sperando di risvegliarsi da quell’incubo che durava ormai da troppo tempo e che appariva fin troppo reale.
“Guardami negli occhi quando ti parlo – disse Arthur Blackwood, sollevandogli il mento con un coltello”.
La lama scivolò lentamente lungo il suo viso, incidendo una sottile ferita sulla tempia. Il taglio fu lieve ma netto, come una lama arroventata che affonda nel burro. Al contatto con il gelido metallo, Oliver cercò di restare impassibile e sostenne lo sguardo acido dell’uomo. Margaret e Thomas Blackwood non prestarono alcuna attenzione alla scena, come se facesse parte della loro quotidianità. Arthur allungò una mano verso una delle ciotole disposte sulla tavola imbandita. Erano piene di carne in decomposizione, carcasse grezze e gusci di lumaca. Ne afferrò una ancora viva e la premette contro i denti serrati di Oliver, invitandolo ad aprire la bocca. Oliver si rifiutò, cercando di evitare quella mano ruotando la testa. Fu allora che Arthur riprese il coltello e, fissandolo negli occhi, minacciò di tagliargli la gola mentre ne sfiorava la pelle. A quel punto Oliver cedette. Aprì la bocca e, stringendo i denti doloranti, masticò le viscide membra dell’invertebrato. All’improvviso squillò il telefono fisso verde appoggiato su un mobile poco distante.
“Saranno di nuovo quei poliziotti” – disse il giovane seduto accanto alla madre.
“Quali poliziotti?” – domandò Arthur.
“Mah, un certo Murray Barton. Chiamano spesso”.
Non appena Oliver sentì quel nome, i suoi occhi si accesero di speranza.
“Quando avevi intenzione di dirmi che la polizia ci chiama spesso?!”
Arthur gridò contro il figlio e lo trascinò con sé in una stanza in fondo al corridoio che collegava l’ingresso alla cucina. Margaret li seguì immediatamente. Oliver non perse tempo. Si alzò.
“Murray…” pensò – “Verrà a salvarmi.”
Attraversò la cucina e raggiunse il salotto. Sul tavolino tra il televisore e il divano rosso fuoco erano sparsi alcuni documenti.
“StarLine Corporation” era stampato in cima a ogni pagina, accompagnato da un logo blu e giallo che gli sembrava stranamente familiare.
Certificato di adozione di Eveline Blackwood
Data: 6 ottobre 1988
Nome: Eveline
Sesso: Femmina
Data di nascita: 19 dicembre 1980
Genitori adottivi: Arthur Blackwood, Margaret Blackwood
Residenza: 198 Ludwig Street, New Orleans, Louisiana
I signori Arthur e Margaret Blackwood si dichiarano responsabili dell’adozione e della custodia di Eveline Blackwood. Pertanto, la StarLine Corporation si ritiene sollevata da qualsiasi responsabilità relativa agli eventi successivi all’adozione.
Oliver notò quanto il documento fosse generico. Non vi era alcun riferimento ai genitori biologici né alla provenienza della bambina. La cosa lo colpì. Accanto alla porta del salotto vide una rampa di scale che conduceva a una porta al piano superiore. Non aveva mai abbandonato l’idea di trovare Nina. Avrebbe affrontato qualsiasi rischio pur di salvarla. Cominciò quindi a salire. A ogni gradino una goccia di sudore freddo gli attraversava la fronte, accompagnata dal cigolio del legno sotto i suoi piedi. Quando raggiunse la porta, si fermò. Pensò a sua moglie. A tutto ciò che era accaduto in così poco tempo. A quanto ancora potesse succedere. A come una semplice lastra di legno fosse l’unica cosa a separarlo da qualcosa che avrebbe potuto persino causargli la morte. Non appena allungò le mani tremanti verso il pomello dorato, la sua testa si reclinò all’indietro. Gli occhi si ribaltarono. Come il sole che scompare oltre l’orizzonte al tramonto, la sua coscienza svanì. Si ritrovò catapultato in una stanza che non sembrava appartenere alla casa. Era seduto su un letto. Davanti a lui c’era Arthur Blackwood e, poco più indietro, Margaret. Oliver cercò immediatamente di fuggire. Indietreggiò sul materasso e lanciò ad Arthur un libro appoggiato sul comodino. Era nel panico. Ma, con sorprendente rapidità, quel panico si trasformò in comprensione. Negli occhi dei Blackwood non vide la consueta luce verde acida. Non vi trovò crudeltà. Vi lesse senso di colpa. Gentilezza. Persino affetto. Sembravano anche più giovani, come se il tempo fosse tornato indietro. Arthur parlò. E alla prima parola Oliver sussultò.
“Tranquilla, non vogliamo farti del male”.
Quelle parole furono del tutto inattese. Oliver cercò di rispondere:- E allora cosa volete da me?
Ma dalla sua bocca non uscì alcun suono.
“Ci dispiace che tu sia spaventata. Puoi stare tranquilla.”
Oliver notò che Arthur gli stava parlando al femminile, ma inizialmente non vi diede peso.
“Non capisco…”
Anche questa volta dalla sua gola uscì soltanto un suono soffocato.
“Va tutto bene?”
Arthur parlava con una sicurezza forzata, come se stesse cercando di nascondere la propria agitazione dietro un atteggiamento rassicurante. Oliver si guardò le mani alla ricerca dell’anello. Non lo trovò. Al posto delle proprie braccia vide arti piccoli, privi di peli e dalla pelle chiarissima. Indossava un vestitino bianco di seta e pizzo. Non era più sé stesso. Stava vivendo la vita di qualcun altro. Di una bambina.
“Benvenuta a casa, Eveline”.
La voce calorosa di Arthur pose fine alla visione. Oliver si risvegliò sotto shock, accasciato sulle scale davanti alla porta. Si rialzò faticosamente e, senza soffermarsi troppo su quanto aveva appena visto, aprì lentamente. Ciò che apparve davanti ai suoi occhi lo immobilizzò. La realtà si fece sfocata. Distorta. Mutevole. La sua attenzione si concentrò su un solo elemento.
Nina.
Era di spalle, sospesa al soffitto da un cappio stretto intorno al collo. Avanzava lentamente verso una finestra infranta stringendo un fiammifero tra le dita. Gli occhi di Oliver si riempirono di lacrime. Cominciò a correre. Ma la stanza sembrava non avere fine. Più avanzava, più essa si allungava davanti a lui. Le lacrime scavavano solchi sulle sue guance mentre i suoi piedi colpivano violentemente il parquet, facendo schizzare un liquido trasparente dai riflessi giallastri. Nina posò un piede sul cornicione della finestra. Poi l’altro. Oliver accelerò. Era come se lui corresse normalmente mentre tutto il resto del mondo si muovesse al rallentatore. Finalmente la raggiunse. Ma proprio quando cercò di afferrarla per il braccio, Nina si lasciò cadere, serrando la presa del cappio. Mentre chiudeva gli occhi aspettando la morte che desiderava, Oliver riuscì a raggiungerla. Allungò una mano tra la corda e il suo collo. Giusto in tempo. Nina accese il fiammifero e lo lanciò. La stanza, impregnata di benzina, prese fuoco all’istante. Riaprì gli occhi. Si aspettava il buio. Invece trovò Oliver. Quando si rese conto che era davvero lì, scoppiò in un pianto esausto. Lo guardò negli occhi. E ogni pensiero abbandonò la sua mente, lasciando spazio soltanto allo sguardo colmo di speranza di suo marito. Caddero entrambi a terra. Poi si rialzarono e corsero mano nella mano, senza una meta precisa, attraverso quel luogo intriso di crudeltà e ricordi oscuri. Un tempo lì sorgevano le strade della periferia di New Orleans. Poi furono investiti da luci rosse accecanti. Alzarono lo sguardo. Un elicottero stava atterrando. Ai comandi c’era Murray. Si era licenziato e aveva continuato a indagare sulla scomparsa del suo migliore amico e di Nina. Alla fine era riuscito a localizzarli. Aveva persino telefonato alla residenza fingendosi un agente dell’Interpol. Dall’elicottero scese una scala di corda. Oliver e Nina vi si aggrapparono dopo aver osservato per qualche istante l’alba davanti a loro. Una volta a bordo, si guardarono in silenzio. Mentre l’elicottero virava verso l’orizzonte, la casa che li aveva segnati per sempre diventava un piccolo punto luminoso. Le sue pareti bruciavano insieme alla maledizione che l’aveva imprigionata per anni. Poi scomparve. Un brutto sogno inghiottito dalla nebbia.
Benvenuto a casa
Matteo Mancini