Il calcio italiano, dal 2018, anno della prima mancata qualificazione ai mondiali, ha avuto un clamoroso tracollo.
Alcuni sostengono che a poco a poco si stia riprendendo, noi, nel frattempo, abbiamo cercato di analizzare le ragioni della crisi e siamo arrivati alla conclusione che i problemi derivino da questi elementi fondamentali:
- In Nazionale convocano sempre gli stessi calciatori e i giovani non vengono valorizzati
- Gli Arbitri sono poco competenti e quindi non facilitano, come dovrebbero, il sistema.
- Molte società sono in multiproprietà
- In Nazionale convocano sempre gli stessi e non valorizzano i giovani
L’età media della nazionale italiana di calcio nel 2026 si attesta in media intorno ai 26,5 anni, cosa che non giova, perché a ventisei anni, un calciatore non è già più nel pieno delle forze.
Il motivo per cui i commissari tecnici della nazionale italiana tendono a convocare calciatori esperti invece di lanciare i giovani è legato a un problema strutturale del sistema calcio e alla pressione mediatica e di risultato a cui sono sottoposti i club e gli allenatori.
Innanzitutto la pressione del risultato immediato genera spesso una vera e propria “fobia dell’errore” , tanto più forte verso i giocatori giovani, che non vengono perdonati per degli errori che commettono, tanto che spesso assistiamo a panchine “punitive” e a far sì che, soprattutto nei club di Serie A, gli allenatori preferiscano qualcuno con più esperienza, che li metta al sicuro da eventuali errori e critiche.
Inoltre i CT sono soliti a convocare giocatori che giocano regolarmente ad alti livelli e soltanto che le “big”, e così non sperimentano giocatori più giovani e potenzialmente di grande valore, perché considerati “acerbi”.
Basta guardare alla Nazionale giovanile, composta da giovani capaci ma che, giocando in club di categorie più basse, non hanno la possibilità di decollare calcisticamente e di essere convocati nella nazionale maggiore.
A questo problema si aggiunge che molti club italiani ritengono più conveniente acquistare uno straniero “completo” piuttosto che investire sui giovani di proprietà. Detto questo, il danno è fatto!
Per concludere, va detto che in Italia i ragazzi non giocano più nelle piazze o negli oratori, luoghi che storicamente formavano l’istinto e la tecnica dei grandi campioni: il calcio si è spostato interamente nelle scuole calcio a pagamento, dove l’accesso è spesso limitato dalle possibilità economiche delle famiglie, e così, potenziali campioni non riescono a trovare spazio per crescere.
2. Arbitri poco preparati
In Italia il dibattito sugli errori arbitrali e sulla qualità della classe arbitrale è molto acceso. A nostro parere non si può parlare di poca preparazione degli arbitri in senso assoluto, quanto piuttosto di una combinazione di fattori strutturali, culturali e normativi analizzati spesso da addetti ai lavori e media sportivi.
Molte polemiche nascono, infatti, dal fatto che i regolamenti cambiano spesso (ad esempio sul fallo di mano, sul fuorigioco o sull’utilizzo del VAR), lasciando margini di interpretazione molto ampi e difformi tra un arbitro e l’altro.
Il VAR, che è nato per eliminare gli errori arbitrali evidenti, ha creato zone grigie su quando e come l’arbitro in campo debba essere richiamato al monitor, generando confusione tra decisione di campo e revisione al video
In Italia gli arbitri non sono professionisti a tempo pieno nel senso stretto e globale del termine, ma vivono in un sistema di forte pressione mediatica e sociale. Programmi televisivi, social network e commenti continui amplificano ogni singolo episodio, creando un clima di tensione psicologica elevato per i direttori di gara che finiscono per non svolgere serenamente il loro ruolo.
Per concludere, va detto che si registra da anni una difficoltà nel reclutare e trattenere nuovi arbitri nei campionati di base e dilettantistici (un fenomeno comune anche ad altri Paesi europei), il che riduce la base piramidale da cui selezionare i futuri arbitri di vertice.
3 La piaga della multiproprietà
La multiproprietà calcistica in Italia e in Europa genera gravi ripercussioni sull’equità sportiva, sul legame con i tifosi e sulla stabilità dei club coinvolti, producendo molti danni sulla qualità del gioco e sulle dinamiche stesse del sistema clacio.
Riduce le squadre “satellite” a mere succursali o vivai di club principali, togliendo ai sostenitori la possibilità di ambire a traguardi sportivi autonomi.
Crea incertezza sulla regolarità delle competizioni, con il rischio teorico o pratico che club della stessa proprietà si trovino a competere nei medesimi campionati o coppe europee.
I giocatori migliori vengono spesso “girati” o privilegiati in base alle esigenze della società madre anziché alla crescita tecnica della singola squadra satellite.
L’esposizione di fondi d’investimento o proprietà con club multipli può riverberarsi negativamente sui singoli bilanci locali in caso di default della holding principale (come avvenuto in altri contesti internazionali legati a gruppi in difficoltà).
Tutto questo, naturalmente, provoca la reazione dura e dolente delle tifoserie organizzate (come visto a Bari o in altri centri coinvolti), con stadi svuotati e forte frattura tra proprietà e cittadinanza sportiva.
Cosa pensate della nostra analisi? Scrivete alla redazione di ZingarelliNews e apriamo un dibattito!
Michele Mizzi e Robert Ottomano