La scuola che vorrei — e che alla fine vorremmo un po’ tutti — è parecchio diversa da quella che troviamo ogni giorno quando suona la campanella.
Spesso ho l’impressione che i grandi decidano tutto sopra le nostre teste, convinti di sapere cosa sia meglio per noi, senza però avere la minima idea di cosa significhi avere tredici anni oggi, con tutte le pressioni che ci troviamo addosso.
Se potessi cambiare le cose, non lo farei per pigrizia, ma per rendere questo posto un posto dove si cresce davvero, e non una specie di fabbrica dello stress.
La primissima cosa da rivoluzionare è il carico dei compiti a casa.
Ormai il pomeriggio è diventato un secondo turno di scuola, a volte pure peggio della mattina. Passiamo cinque o sei ore seduti ai banchi a cercare di stare concentrati, e quando torniamo a casa ci aspettano altre quattro ore sui libri. Questa cosa distrugge qualsiasi curiosità: studiare diventa solo un obbligo pesante da finire il prima possibile per non prendersi una nota o un brutto voto. Poi c’è il fatto che moltissimi di noi fanno sport a livello agonistico: l’allenamento non è un capriccio, è una parte fondamentale della nostra vita, ma far incastrare tutto è un delirio. Ti ritrovi a cena alle nove di sera, stanco morto, e poi devi rimetterti sui libri fino a tarda notte con gli occhi che ti si chiudono.
Questa non è vita! Avremmo diritto a un po’ di tempo libero per respirare, per stare con gli amici o semplicemente per non fare niente e riposarci un po’.
Un’altra cosa che proprio non mi va giù è la disparità di trattamento che si vede in classe. Non dovrebbero esistere favoritismi tra maschi e femmine, e invece, se dobbiamo essere onesti, a volte si notano tantissimo. C’è questa strana idea per cui le ragazze sono sempre considerate più mature, precise e tranquille, mentre noi ragazzi veniamo visti a prescindere come “i casinisti“ o quelli distratti che non hanno voglia di fare niente. Se una ragazza prende un brutto voto spesso si dice che era ansiosa, se succede a un ragazzo è perché non ha studiato. Questa disparità crea solo un sacco di rabbia e di tensioni tra di noi, oltre a farci perdere la fiducia nei professori. I voti dovrebbero basarsi solo su quello che uno fa sul foglio o all’interrogazione, senza pregiudizi di genere.
C’è poi tutta la parte delle attività fuori dalla classe che è da rifare. Le gite, ad esempio, vengono viste dai professori quasi come un pericolo pubblico da evitare, o come delle camminate infinite dove ascoltiamo una spiegazione noiosa e basta. Noi vorremmo che si facessero due viaggi all’anno, o anche uno solo ma fatto bene, con attività stimolanti, laboratori veri, cose che ti fanno dire “cavolo, questa cosa me la ricorderò per sempre”.
E poi, visto tutto quello che si sente in giro, dovremmo fare molti più progetti contro il bullismo e il cyberbullismo. Ma non la solita ora all’anno in cui ci fanno vedere un video e poi finisce lì. Servono esperti, psicologi, persone giovani che sappiano ascoltarci e parlarci davvero e che ci aiutino a capire il peso delle parole che usiamo sui social o nei corridoi, per creare un ambiente sicuro dove nessuno debba avere paura di venire a scuola.
Anche l’ora di ginnastica va ripensata. Due ore alla settimana sono pochissime e, diciamoci la verità, passiamo tre quarti del tempo a fare pallavolo. Va bene la pallavolo, per carità, ma ci sono mille altri sport che meriterebbero spazio: il basket, l’atletica,anche solo un po’ di preparazione fisica seria o difesa personale. Sarebbe fantastico anche organizzare dei tornei nel pomeriggio tra classi o con le altre scuole del quartiere, per fare gruppo e sfogare un po’ di quell’energia che accumuliamo stando fermi sulle sedie per ore.
Infine, basterebbe poco per farci stare meglio, ad esempio inserire dei giorno di vacanze in più durante l’anno, come fanno molti paesi europei.
Vorremmo, per concludere, che la scuola non fosse un’isola staccata dal mondo. In questo periodo si sente parlare continuamente al telegiornale delle proteste degli studenti nelle scuole superiori di tutta Italia. Noi vorremmo capire cosa succede fuori dalle aule, discutere di politica, di ambiente, di quello che succede nella società.
La scuola dovrebbe insegnarci a diventare cittadini capaci di pensare con la propria testa, non solo a ricordare a memoria delle pagine per l’interrogazione del giorno dopo.
Pasquale di Gennaro e Luigi Grassi