LA CRISI DEL CALCIO ITALIANO: I MOTIVI E LE PROBABILI SOLUZIONI

Era l’11 luglio del 2021, da data della finale di Euro 2020 Italia-Inghilterra.

Quel giorno il popolo dei tifosi italiani era motivato e unito; avevamo sofferto per la pandemia del COVID-19, eravamo stati costretti a rimanere a casa con tante restrizioni: quella finale era molto importante per noi tifosi azzurri.

I nostri desideri furono esauditi quella stessa sera a Wembley e il rigore decisivo parato da Donnarumma fu una liberazione per tutti noi: eravamo tornati a gioire.

Viste le premesse, chi non segue il calcio e sta leggendo il mio articolo magari starà pensando che il mio sarà un racconto entusiastico e positivo sulle glorie della nazionale italiana. E invece no, purtroppo sarà esattamente il contrario….

La vittoria all’europeo aveva fatto ben sperare in un futuro radioso, non solo per la nazionale ma anche per i club di calcio italiani. Invece, dopo quella grande vittoria, ci sono stati continui fallimenti e gravi errori.

Il primo inciampo si è verificato lo scorso settembre durante la partita Italia-Bulgaria, valevole per le qualificazioni ai mondiali in Qatar del 2022. La partita si è conclusa 1-1 e molti hanno creduto che fosse solo un piccolo passo falso, invece quella partita ha decretato l’inizio della crisi.

Come abbiamo detto all’inizio, i problemi non hanno riguardato soltanto la nazionale ma anche per i club italiani: Juventus e Inter sono state eliminate agli ottavi di finale di Champions League, la Lazio è stata battuta dal Porto ai sedicesimi di finale di Europa League e l’Atalanta ai quarti dall’RB Lipsia.

E non è finita qui…

I mesi di Gennaio, Febbraio e Marzo 2022 sono stati costellati di fallimenti: oltre alle eliminazioni delle squadre italiane dalle coppe europee (tranne l’AS Roma, ancora in gara per la Conference League) c’è stato l’annuncio dell’ennesimo fallimento in serie C, quello del Catania Calcio, una delle squadre più gloriose della Sicilia. L’evento non è da sottovalutare, perché è inaccettabile che in Italia le squadre di calcio falliscano così facilmente: sono più di 175 le squadre fallite negli ultimi 32 anni, sicuramente anche a causa delle pessime organizzazioni di categorie come la serie C, che obbliga le società a spendere tanti soldi solo per un’iscrizione al campionato.

Comunque, la più grande delusione del calcio italiano si è verificata lo scorso 24 marzo alle semifinali play-off per le qualificazioni ai prossimi mondiali.

Italia-Macedonia del Nord: chi avesse vinto avrebbe affrontato il Portogallo in finale play-off.

Alcuni si immaginavano già di essere in campo con i giocatori portoghesi, altri addirittura di essere al mondiale (come se Macedonia e Portogallo fossero squadre da sottovalutare), ma l’Italia ha perso 1-0 e per la seconda volta consecutiva non si è qualificata ai mondiali.

Da questa eliminazione è scaturita la rabbia dei tifosi italiani soprattutto contro il CT Roberto Mancini, che non ha convocato Mario Balotelli – ormai rimessosi completamente in forma – e che si è fidato troppo di alcuni giocatori con cui aveva vinto agli europei ma che non sembravano essere del tutto pronti.

Secondo me l’errore della nazionale e delle squadre italiane è stato il gioco tradizionale, basato sulle ripartenze, sulla difesa e sul famoso ‘’catenaccio’’.

Sarebbe necessario un cambio di strategia, come è successo in altri paesi europei come ad esempio in Germania, dove Hans Flick ha completamente rivoluzionato il gioco della nazionale tedesca in seguito al fallimento di Joachim Low al mondiale 2018. Soprattutto è stato importante sfruttare al meglio talenti come il giovane Jamal Musiala, che è stato decisivo per il ritorno della Germania.

Quindi una possibile soluzione alla crisi della Nazionale Italiana potrebbe essere proprio l’impiego dei giovani: gli allenatori non dovrebbero avere paura di metterli in campo, perché è vero che l’esperienza è fondamentale per vincere le partite, ma è anche vero che il futuro è in mano a talenti freschi e non ancora sfruttati.

Purtroppo tanti talenti in Italia non vengono valorizzati, come evidenziato dal giovane centrocampista juventino Nicolò Fagioli: in genere essi non vengono fatti giocare con regolarità nelle squadre in cui sono cresciuti, ma spesso vengono mandati altrove in prestito per “farsi le ossa’’ con il rischio che poi diventino risorse sprecate a causa di un grave infortunio, o perché neanche in quelle squadre vengono fatti giocare costantemente.

Adesso, vista la situazione, sarà difficile per la nazionale ripartire dopo la batosta dell’eliminazione dai mondiali, ma valorizzando le persone giuste e cambiando strategia sono sicuro che i nostri giocatori saranno pronti al futuro e lavoreranno per migliorarsi affinché nella prossima competizione internazionale il cielo torni azzurro.

Stefano Tedesco Quartulli

CALCIO ED ECONOMIA. INVESTCORP – MILAN: AFFARE FATTO?

Bentrovati lettori di Zingarellinews!

In questo periodo si sta molto discutendo sul forte interesse che InvestCorp, un fondo arabo, sta manifestando per l’acquisto del Milan. Se la trattativa andasse a buon fine, non si tratterebbe del primo fondo arabo che si affaccia nel mondo nel calcio; sarebbe, inoltre, una grande svolta per la squadra, attualmente al 1° posto della classifica di Serie A, che potrebbe sognare di ritornare a vincere la famosa coppa dalle grandi orecchie attraverso i grandi investimenti che il fondo farà.

Ma analizziamo meglio la situazione.

Cosa è InvestCorp?

InvestCorp è un fondo arabo fondato in Bahrain nel 1982. Ha diverse sedi in varie parti del mondo: negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Arabia Saudita, in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in India, in Cina e a Singapore. Si occupa principalmente di investimenti alternativi per clienti privati e istituzionali. Il portafoglio di InvestCorp, pensate, comprende oltre 175 investimenti tra cui Gucci e Tiffany & Co. Attualmente la società ha più di 5 mld di dollari di proprietà in gestione, un numero che farà certamente fantasticare i tifosi milanisti.

Tra sogni e utopie, qual è il piano di Investcorp?

Sicuramente InvestCorp ha tutti i numeri per diventare la regina del prossimo calciomercato, non solo a livello nazionale ma anche a livello internazionale. Alcune fonti testimoniano la volontà di InvestCorp, quando sarà proprietario del Milan, di investire oltre 300 mln di budget nel prossimo calciomercato. Una cifra immensa a cui nessuna squadra italiana potrebbe aspirare. Nonostante l’attuale stagione di Serie A sia ancora in corso di svolgimento con il Milan che lotta per un possibile scudetto, a distrarre i tifosi e non solo sono le solite voci di mercato che si sentono a fine stagione che però, dato il forte interesse di InvestCorp, potrebbero diventare realtà: in questi ultimi giorni sono stati “accostati” al Milan talenti come Sebastian Haller, bomber dell’Ajax a 32 gol stagionali e il top player del Real Madrid Marco Asensio, che dopo l’ufficialità del passaggio alla scuderia di Jorge Mendes, importante procuratore sportivo, ha espresso la volontà di cambiare casacca.

Il futuro del Milan

Il rischio è che queste voci possano influenzare le prestazioni degli attuali giocatori – ovviamente incerti sul proprio futuro – sul campo, dove c’è un’accesissima lotta per lo scudetto. Adesso il compito del Milan è di pensare solo ed esclusivamente al presente: c’è uno scudetto da portare a casa per ripagare il grandissimo lavoro di una società come quella del trio Maldini-Gazidis-Massara, che è riuscita a costruire una squadra concentrata su un grande gruppo e che insieme a mister Pioli e al suo staff hanno mostrato, fin qui, di essere superiori a tutti. Mi auguro che il Milan vinca uno scudetto sudato e portato a casa grazie ai sacrifici della squadra, prima che il mondo dei soldi travolga – come spesso accade – quello del calcio anche in casa Milan.

Tommaso Tedesco Quartulli

CICCIO CAPUTO: UN CAMPIONE NATO IN PUGLIA

Francesco Caputo, detto Ciccio, è un calciatore professionista nato ad Altamura il 6 agosto del1987.
Questa è la sua storia.
Francesco entra nel mondo del calcio nel 2003, a soli 16 anni, quando partecipa ad un provino per il Grosseto, superandolo brillantemente. La società, però, pretende che il ragazzo si trasferisca con la
sua famiglia in Toscana spendendo 800 mila euro, una cifra impossibile. Ciccio, quindi, pensa di smettere ancora prima di iniziare, ma Onofrio Colasuonno, suo primo allenatore, gli fa cambiare
idea: lo fa reclutare nelle giovanili del Toritto dal 2003 al 2005 e lo fa poi aggregare nella prima squadra del Toritto in Promozione, con la quale il giovane segnerà 14 reti in 20 partite. Nel frattempo l’Altamura, squadra della sua città, lo nota e lo mette in prima squadra in Eccellenza; qui Ciccio segna 12 reti in 30 partite, che bastano per la chiamata del Noicattaro in serie C2 nel 2007, dove l’altamurano fa la sua prima stagione nel professionismo, segnando 11 gol in 29 partite.
Nel 2008 si realizza il sogno che Francesco aveva sempre desiderato si avverasse fin da bambino: giocare per il Bari! La prima stagione della sua carriera con i biancorossi la gioca in serie B, a 21 anni: superando le aspettative, segna 10 gol in 27 partite, ottenendo anche la promozione in serie A.
Non male, vero?
La stagione successiva viene mandato in prestito agli eterni amici della Salernitana e mentre i biancorossi fanno una bellissima stagione in serie A, lui retrocede in serie C e non viene riscattato dai granata.
Nonostante la deludente stagione, Ciccio non molla: ritorna al Bari e si toglie anche lo sfizio di segnare il suo primo gol nella massima serie contro il Cesena. Nella sessione di mercato invernale il Bari lo cede un’altra volta in prestito, questa volta al Siena, in serie B, con il suo ex allenatore Antonio Conte.
Nell’agosto 2012 Francesco viene iscritto nel registro degli indagati della procura di Bari per frode sportiva e squalificato per calcio scommesse a causa di una partita truccata della stagione 2008-2009.
Ciccio, innocente dell’accaduto, si rifugia ad Altamura e insieme ad alcuni suoi amici produce una birra fatta con il pane di Altamura e chiamata “Pagnotta”, che da allora diventa la sua esultanza: tutte le volte che segna, infatti, alza mignolo e pollice imitando un boccale, portandoli vicino alla bocca per una bella sorsata.
Nella stagione 2012-2013, nonostante l’annuncio della squalifica, Ciccio segna 17 gol in stagione, assicurando al Bari una salvezza tranquilla al decimo posto.
Nel 2017, dopo alterne vicende, viene acquistato dall’Empoli per circa tre milioni di euro e con Alfredo Donnarumma forma una delle coppie d’attacco più forti della storia della serie B e dell’Empoli: i due segnano insieme la bellezza di 49 gol e Ciccio vince il premio di capocannoniere con 26 gol e, ciliegina sulla torta, la promozione in Serie A.
Nel luglio del 2019 passa al Sassuolo, dove arriva terzo nella classifica dei capo cannonieri della serie A, dietro a nomi come Romelu Lukaku e Cristiano Ronaldo.
Nell’estate del 2020 realizza un grande sogno: viene convocato da Roberto Mancini nella Nazionale Italiana, dove esordisce qualche mese dopo contro la Moldavia e segna subito il suo primo gol con la maglia dell’Italia.

Purtroppo la stagione successiva è costellata di infortuni e periodi di fermo: gli 11 gol messi a segno non bastano per la convocazione al campionato europeo, poi vinto proprio dall’Italia.
Dall’estate del 2021 Ciccio milita nella Sampdoria, squadra nella quale aveva già giocato il bareseAntonio Cassano. Come quest’ultimo, anche lui ha cominciato a regalare tante soddisfazioni ai blucerchiati, diventando per i loro tifosi un vero e proprio idolo.
La morale della storia di Ciccio Caputo è che se hai un sogno devi crederci e andare avanti come ha fatto lui, che dai campi fangosi della prima categoria è arrivato alla Nazionale grazie all’impegno e al duro lavoro; Ciccio ha dimostrato che la carriera del calciatore è difficile, impegnativa, faticosa, contrariamente a quanto pensano alcuni; soprattutto quando è arrivato al professionismo, ha dovuto fare i conti con gli allenamenti estenuanti, con l’ansia, con le critiche, con la necessità di mantenere
il livello sempre altro per conservare il titolo guadagnato. Ed è per questo che è amato da tutte le tifoserie, proprio perché è un calciatore non interessato ai soldi e che rappresenta al meglio il modello del vero calciatore professionista.

Stefano Tedesco Quartulli

FIFA WORLD CUP QATAR 2022: I SOGNI DEGLI AZZURRI SI SPENGONO AL 92°

Mancini: “A livello professionale è la più grande delusione della mia vita”

Giovedì 24 marzo si è disputata la partita per le qualificazioni ai mondiali del Qatar tra l’Italia e la Macedonia del Nord nello stadio Renzo Barbera di Palermo. La partita, però, si è trasformata in un incubo: contro tutti i pronostici, la Macedonia del nord ha vinto 1 a 0 sull’Italia, segnando un gol al novantaduesimo minuto.

L’Italia di Mancini scende in campo con una formazione penalizzata dall’assenza di giocatori come Federico Chiesa, Leonardo Spinazzola, Nicolò Zaniolo e Leonardo Bonucci, che sono stati invece protagonisti del precedente europeo, dal quale l’Italia è uscita vincitrice. Proprio per questo motivo il CT è stato costretto a rivedere il suo undici di partenza e a schierare in campo Donnarumma, Emerson, Bastoni, Mancini, Florenzi, Verratti, Jorginho, Barella, Insigne, Immobile e Berardi (4-3-3). A questa formazione Mancini ha chiesto fin da subito “allegria e pazienza”, come lui stesso ha dichiarato nell’intervista pre-partita. Malgrado le sue parole e l’impegno dei giocatori in campo, la rosa dei prescelti non è stata capace di trovare il gol, nonostante i trentadue tiri realizzati, dei quali cinque nello specchio della porta.

Tra le varie occasioni, quella più vicina al gol è senza dubbio quella al 29° minuto di Berardi, che, dopo aver intercettato un pericolosissimo passaggio del portiere macedone verso il terzino sinistro Alioski, spreca un’importantissima opportunità calciando troppo debolmente il pallone che non raggiunge la porta vuota ma è recuperato dal portiere Dimitrievski. Tra le altre occasioni sprecate troviamo anche quella al 37°, nella quale prima Verratti e poi Immobile non trovano il gol a causa di diverse deviazioni da parte della difesa macedone, chiedendo anche un fallo di mano inesistente. Il primo tempo si conclude, quindi, con uno 0-0 che ha visto un’Italia che fin da subito ha cercato di penetrare il muro della difesa sfiorando di poco il gol.

Il secondo tempo si svolge nello stesso modo del primo, con l’Italia che gestisce il possesso palla nella metà campo macedone, ma che non trova ancora la rete. Mancini prova anche a cambiare le carte in tavola attraverso diverse sostituzioni, tra cui quella di Berardi per Joao Pedro. L’attaccante e capitano brasiliano del Cagliari, dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, fa il suo esordio con gli azzurri ma non riesce ad essere decisivo. Arrivati ormai a fine partita, l’arbitro concede 5 minuti di recupero, ma al 92° si realizza l’incubo dei tifosi italiani: su un pallone lungo rilanciato in avanti, l’esterno sinistro Trajkovski controlla e porta avanti la palla, calciando poi con il destro un tiro angolatissimo che Donnarumma non riesce a parare. Si arriva così all’1-0 per la formazione ospite, che preannuncia la vittoria della Macedonia del nord sull’Italia. La formazione di Mancini tenta un’ultima azione, ma la palla finisce fuori, stroncando così l’ultima speranza degli azzurri di raggiungere almeno un pareggio per prolungare la partita ai supplementari. L’arbitro francese Clement Turpin segna la fine della partita attraverso il triplice fischio, confermando così la vittoria dei macedoni, che corrono verso i tremila tifosi presenti a Palermo per festeggiare l’impresa riuscita, lasciando gli azzurri nella disperazione.

Federica Triggiani (Liceo delle Scienze Applicate Margherita Hack)

NOSTALGIE CALCISTICHE #3 Zemanlandia

Bentornati lettori di Zingarellinews!

Siete pronti ad immergervi in una nuova storia? Beh, io sì!

Oggi vi racconterò una storia particolare e che forse alcuni di voi non conoscono. E’ particolare perché fino ad ora ho parlato di stagioni indimenticabili, di squadre, di giocatori e di partite che hanno lasciato un segno nella storia del calcio, ma non ho mai parlato di allenatori.

L’allenatore ha un ruolo fondamentale nel calcio: egli si deve assumere tante responsabilità, perché il rendimento della squadra dipende solo da lui; se la squadra va male la colpa viene sempre scaricata su di lui, se la squadra va bene il primo a ricevere i complimenti è lui.

Bene, fatta questa premessa vi voglio parlare di un allenatore che ha veramente lasciato il segno nel calcio italiano, e non solo: si chiama Zdenek Zeman e questa è la sua storia. 

Raccontarvi la vita e la carriera di Zeman in un articolo sarebbe un suicidio sia per me sia per voi: basta solo ricordare che il 7 novembre dello scorso anno Zdenek ha raggiunto quota 1000 panchine in Italia, particolare dal quale si capisce la sua esperienza. Per questo mi soffermerò su un periodo particolare della sua incredibile esperienza. Tra le tante squadre italiane che ha allenato, infatti, c’è una squadra pugliese dove Zeman ha mostrato tutto il suo potenziale da allenatore e questa squadra è il Foggia.

Un prodigio tra i dilettanti

Prima di parlare della sua meravigliosa esperienza in Puglia, riassumiamo la sua storia dall’inizio. Zeman, come tutti gli altri allenatori, per emergere nel mondo del calcio ha dovuto fare tanta gavetta, iniziando tra i dilettanti. Nato nell’ex Cecoslovacchia, Zdenek si trasferisce in Italia perché a Praga scoppiano tante e periocolose insurrezioni politiche. In Italia c’è suo zio, Čestmír Vycpálek, allenatore della Juventus, due volte campione d’Italia. Sarà lui ad alimentare la passione per il calcio nel giovane nipote. Quest’ultimo comincia la sua carriera da allenatore in varie squadre siciliane che militano in campionati dilettantistici. Nel ’79 ottiene il patentino di allenatore professionista, che gli permette di allenare prima le giovanili del Palermo e poi il Licata in C2, dove vincerà il campionato. Seguono varie esperienze in B, tra cui quella a Messina dove, nonostante l’ottavo posto, la squadra possiede il migliore attacco del campionato con il giovane Totò Schillaci capocannoniere.

“Zemanlandia

Ed è adesso che incomincia la nostra storia, è qui che il prodigio inizia a farsi valere e ad esprimere tutto il suo potenziale. Nel 1989 Zeman viene ingaggiato dalla società pugliese del Foggia, neopromossa in Serie B. Grazie al suo ultra offensivo 4-3-3 e al gioco spumeggiante della squadra, Zeman vince il campionato di Serie B con il miglior attacco del campionato grazie ai gol del trio delle meraviglie, composto da Francesco Baiano, Giuseppe Signori e Roberto Rambaudi: è iniziata “Zemanlandia”.

Zeman vuole sorprendere tutti nella sua prima stagione in Serie A. L’esordio è contro l’Inter, a San Siro, una trasferta difficile ma Zeman non vuole perdere l’opportunità di far vedere a tutti il prodigio che c’è in lui. Il Foggia ottiene un preziosissimo punto che dà il via ad una stagione fantastica e sopra le aspettative: infatti conclude il campionato al nono posto in classifica con 35 punti, sfiorando un’ipotetica qualificazione alla Coppa UEFA. Zeman ha conquistato tutti i tifosi, ma anche i media giornalistici e non solo italiani. 

La stagione successiva non si apre nel migliore dei modi, perché dutante il mercato estivo vengono ceduti i giocatori del “trio delle meraviglie”, quindi Zeman dovrà fare a meno di loro. L’assenza di questi, tuttavia, sembra non sentirsi, infatti il Foggia conclude il campionato all’undicesimo posto in classifica chiudendo la stagione come il secondo miglior attacco del campionato. 

Il ciclo sembra non finire più e nella terza stagione in A, il Foggia di Zeman incanta ancora di più, i tifosi sognano la qualificazione in Coppa UEFA, cosa che sembra quasi fatta. Il sogno, purtroppo, finisce all’ultima giornata di campionato, quando il Foggia di Zdenek viene sconfitto 0-1 dal Napoli che si riprenderà all’ultimo respiro la qualificazione in Europa. I tifosi foggiani dopo la beffa sul campo, ne subiscono un’altra, quando Zeman dirà addio per andare ad allenare la Lazio. 

Certi amori non finiscono…

Dopo i 4 anni a Foggia, Zeman passa per le due squadre della capitale, prima nella Lazio e poi nella Roma. Per la prima volta allena una squadra non italiana, il Fenerbahce, nell’annata 1999-2000. Ritorna in Puglia nel 2004 allenando il Lecce. Dopo l’esperienza in Salento ritorna ad allenare all’estero, a Belgrado, dove le cose non vanno molto bene. Dopo due anni di inattività arriva la chiamata che nessuno si aspetta: Il vecchio presidente del Foggia, Pasquale Casillo, compra la società pugliese e vuole ridare forma al vecchio Foggia dei miracoli. E’ così che Zeman, dopo 23 anni, ritorna ad allenare il Foggia. Il palcoscenico è ben diverso da quello di 23 anni prima, la squadra pugliese milita in Lega Pro e punta ai play-off per una possibile promozione in B. Il campionato si conclude con il Foggia sesto in classifica con il miglior attacco del campionato grazie ai gol di Lorenzo Insigne (oggi capitano del Napoli) e Marco Sau. Zeman, insoddisfatto, lascia Foggia perché deluso dai risultati conseguiti. 

Dopo l’ennesima avventura a Foggia, Zeman viene ingaggiato dal Pescara dove vincerà un campionato stradominato grazie a tre giocatori, oggi titolarissimi nella nazionale italiana, ovvero Ciro Immobile, Marco Verratti e Lorenzo Insigne che, inoltre, aveva già allenato a Foggia.

“Zemanlandia” oggi

Dopo Pescara, Zeman alterna esperienze in serie A (ritorno alla Roma, Cagliari e ritorno a Pescara) e un’esperienza all’estero, in Svizzera, con il Lugano. Dopo l’esonero da Pescara nel 2018, tutti credono che Zeman abbia finito con il mondo del calcio, ma non è così: il 26 giugno 2021, dopo tre anni di inattività, egli firma un contratto che lo riporta ad allenare il Foggia in Serie C. Ha ben 74 anni.

Nonostante abbia dato molto al mondo del calcio, Zeman vuole continuare a stupire tutti e spera di finire la sua carriera regalando ancora gioie ai tifosi foggiani.     

Tommaso Tedesco Quartulli

NOSTALGIE CALCISTICHE #2

La Bari della Meravigliosa Stagione Fallimentare

Una squadra senza soldi ad un passo dalla Serie A

Bentrovati, lettori di Zingarellinews!

Oggi voglio raccontarvi un altro capitolo della Bari, che certamente per alcuni di voi sarà molto interessante e che forse vi farà tornare in mente alcuni momenti passati con l’orgoglio di essere un tifoso barese.

Non sono qui per fare la solita analisi del campionato, assolutamente no: rischierei di diventare  noioso non solo per chi legge, ma anche per me che scrivo. Piuttosto voglio raccontarvi una storia, o meglio una favola, perché questa storia ha un morale, un insegnamento; una storia ricca di emozioni, vittorie e sconfitte, la storia di una squadra senza soldi arrivata ad un passo dal paradiso, ad un passo dalla Serie A.

  1. Inizio della storia

La nostra favola inizia in una calda e afosa estate, cosa che a Bari non è una novità. Ci troviamo nel 2013 e la società biancorossa, dopo la retrocessione in Serie B e lo scandalo del calcioscommesse, (di cui vi ho già raccontato nel mio precedente articolo, che vi invito a leggere se non l’avete ancora fatto) non gode di una buona salute finanziaria. Il presidente Vincenzo Matarrese prova a risollevarne le sorti vendendola, ma non ci riesce. Intanto la società barese ingaggia un nuovo allenatore, Carmine Gautieri (che però, diciotto giorni dopo la sua firma, lascia la panchina biancorossa a causa di motivi familiari) e affida la panchina a Roberto Alberti e Nunzio Zavettieri, due nomi che resteranno nel cuore della tifoseria biancorossa. La squadra comincia la stagione con tanti problemi e parte svantaggiata, perché viene penalizzata di 3 punti ancor prima dell’inizio.

  1. Fallimento dentro e fuori dal campo

La prima vittoria arriva un po’ in ritardo, alla 4° giornata, dopo due pareggi e una sconfitta, dopodiché  il campionato continua con alti e bassi senza che si mostri una chiara idea di gioco. Quando inizia il girone di ritorno si cominciano a vedere i primi veri problemi: la Bari perde due partite consecutivamente contro la Reggina e il Brescia, ma soprattutto perde 4-0 contro il Modena, una vera e propria umiliazione che porta i biancorossi in zona play-out.

Fuori dal campo, dopo le dimissioni del presidente Vinella, i tifosi temono il fallimento e la loro paura diventa realtà quando il 10 marzo 2014 viene dichiarato il fallimento della società, affidata a due curatori fallimentari.

  1. Il miracolo

Ma torniamo in campo: la squadra del duo Alberti-Zavettieri comincia a collezionare vittorie su vittorie, sostenuta dal suo pubblico che insieme ai calciatori non vuole deludere la città,  qualunque sia il futuro del club. La Bari, grazie a sette risultati utili consecutivi, riesce ad uscire dalla zona play-out e finalmente i giocatori possono permettersi di sognare una possibile classificazione ai play-off. Dopo la sconfitta contro il Latina la squadra, costantemente sostenuta dai suoi tifosi sia al San Nicola sia in trasferta, colleziona cinque vittorie consecutive portandosi in piena zona play-off nonostante un ulteriore punto di penalizzazione. Fuori dal campo, i tifosi aspettano una nuova proprietà. Nonostante lo slogan virale “Comprate la Bari” inventato dal centrocampista Sciaudone, le prime due aste risultano deserte. Anche il più ottimista dei tifosi vede l’ombra del calcio dilettantistico da cui dovrebbe ripartire la Bari, ma il 20 maggio accade l’impensabile: al termine della terza asta la squadra biancorossa conosce il suo nuovo proprietario, l’ex arbitro Gianluca Paparesta, che si aggiudica i beni aziendali della società per 4,8 milioni di euro. Nasce così il Football Club Bari 1908. I tifosi sono in festa, il passato è già stato dimenticato, ora si pensa ad un futuro roseo e pieno di emozioni.

  1. “Riprendiamola! Riprendiamola, questa serie A!”

Dieci giorni dopo l’ufficialità della nuova proprietà, la Bari conclude il campionato al 7° posto, in piena zona play-off, al termine di una grande rimonta. Lo spettacolo, però, non finisce qui. La squadra arriva ai play-off senza pressione e con tutta la stima e l’incoraggiamento dei propri tifosi. Il primo ostacolo è il Crotone, squadra contro cui i biancorossi non hanno vinto in nessuna delle due gare in campionato; contro ogni aspettativa, la Bari batte nettamente il Crotone per 3-0 e si qualifica per le semifinali. Il San Nicola è una bolgia: invasioni di campo, i tifosi che abbracciano i giocatori e tanta euforia sugli spalti. I galletti dovranno affrontare il Latina, prima in casa e poi in trasferta. La gara di andata termina in parità, 2-2, con il gol di Ristovski al 90° che gela un San Nicola già certo della vittoria. I tifosi non aspettano altro che la gara di ritorno e vanno in massa a Latina. La partita è da cardiopalma: la Bari passa in vantaggio al 73°, pareggia il Latina su rigore all’81°, raddoppia il Latina all’84°… È finita. Non basta il gol di Galano nei minuti finali, la partita termina 2-2: il Latina va in finale grazie alla sua classificazione in campionato più alta della squadra biancorossa, ma il Bari esce dai play-off senza aver perso nemmeno una delle tre partite. 

  1. Morale della favola

Dopo l’uscita della Bari dai play-off i tifosi baresi, commossi, applaudono e incoraggiano la squadra; i giocatori sono increduli: non avrebbero mai pensato ad una simile festa da parte dei loro sostenitori, soprattutto dopo una “sconfitta”. Questo significa che i tifosi baresi sono speciali, sono i tifosi che qualsiasi squadra vorrebbe avere, sono tifosi che incoraggiano SOPRATTUTTO nei momenti di difficoltà e che sanno apprezzare l’impegno di una squadra che ha sempre saputo ripagare la loro fiducia e il loro sostegno.

Tommaso Tedesco Quartulli

NOSTALGIE CALCISTICHE #1

L’ULTIMA BARI IN SERIE A

Bentrovati, lettori di Zingarellinews!

Oggi voglio rispolverarvi la memoria: lo so che a volte farete finta di non ricordarvi niente e che a volte, invece, vorreste rivivere quei momenti e stare lì, allo stadio, a sentire i cori più belli del mondo da parte di una tifoseria calda e sempre presente anche nei momenti di difficoltà. Oggi, infatti, parte nostalgie calcistiche, ossia gli eventi indimenticabili della storia del calcio.

La prima “nostalgia” riguarderà la squadra della mia città ma anche del mio cuore: il Bari, anzi… la Bari. Attualmente la SSC Bari dei De Laurentiis, pur essendo sempre sostenuta dai suoi stupendi tifosi, non sta attraversando un periodo troppo positivo ed è spesso criticata, perché non riesce a salire di categoria. Ma per un attimo lasciamo stare il presente, mettiamolo da parte e parliamo di cose belle, o quasi: parliamo dell’ultima Bari in Serie A.

Ecco, l’ultima stagione della Bari in Serie A è stata quella del 2010/11. Ma per capire come sono andate le cose torniamo un po’ indietro nel tempo (cercherò di non annoiarvi troppo!).

La Bari di Antonio Conte conclude in vetta la stagione 2008/09 di Serie B e viene promossa in serie A; l’allora presidente Vincenzo Matarrese decide di affidare la panchina a Gian Piero Ventura, che avrà il compito di lottare per la permanenza nella massima serie. Ventura non solo raggiunge gli obiettivi richiesti dalla società, ma supera le aspettative chiudendo la stagione successiva al 10° posto (migliore posizione del Bari in massima serie). In alcuni momenti della stagione la Bari sogna anche un posto in Europa facendo paura a squadre come Inter, Milan e Juventus. Memorabile è la vittoria per 3-1 al San Nicola contro i bianconeri. Il bomber dei biancorossi è ovviamente il brasiliano Paulo Vitor Barreto, con 14 reti segnate in 31 presenze. Il bomber biancorosso, però, non avrà lo stesso rendimento la stagione successiva a causa dei continui infortuni.

E arriviamo alla mitica Stagione 2010/11, appunto quella dell’ultima Bari in serie A.

Ventura, dopo la sorprendente stagione dell’anno precedente, viene riconfermato in panchina dalla società biancorossa. Quest’ultima, durante il mercato estivo, riscatta dai prestiti Almiron e il bomber brasiliano Barreto, ma fa anche importanti cessioni in difesa vendendo il giovane Bonucci alla Juventus (dove poi diventerà capitano) e Ranocchia al Genoa.

I galletti partono bene e nelle prime cinque giornate, quando la Bari vince persino contro la Juventus al San Nicola, conquistano otto punti e arrivano a meno due posizioni dalla vetta. Dopo un buon inizio, però, arriva un periodo buio: nelle successive otto gare i biancorossi racimolano solo un punto e si ritrovano ultimi. Tuttavia il presidente Vincenzo Matarrese continua ad avere fiducia nel tecnico genovese Ventura e anche i tifosi non protestano più di tanto; infatti nelle giornate successive la squadra migliora il suo rendimento, vincendo anche il derby contro il Lecce per 1-0 con gol dell’italiano Stefano Okaka. Purtroppo questo non basta a risalire dalle posizioni più basse basso della classifica.

In Coppa Italia la Bari riesce ad ottenere la qualificazione per gli ottavi di finale battendo prima il Torino e poi il Livorno, ma viene eliminata dal Milan per 3-0. Nel girone di ritorno la musica non cambia: ci sono sempre più bassi che alti e i biancorossi restano sempre in fondo alla classifica. Tutto cambia quando il 2 febbraio del 2011 alcuni ultras della squadra fanno esplodere una bomba carta sotta l’abitazione del presidente Matarrese invocando le dimissioni del tecnico Ventura. Il 9 febbraio Ventura si dimette e la società ingaggia Bortolo Mutti come nuovo allenatore. Con lui i biancorossi si riservano qualche soddisfazione come la vittoria per 2-1 contro il Parma (che al “Tardini” mancava da ben 37 anni) o il pareggio per 1-1 contro il Milan (che sarà poi campione d’Italia). I miglioramenti sono evidenti ma forse è troppo tardi, perché il 23 aprile i galletti perdono 0-1 contro la Sampdoria e sono matematicamente retrocessi in serie B. È finita, le speranze sono finite ma i tifosi sperano almeno nella vittoria del derby contro il Lecce, cosa che però non si verifica: il 15 maggio 2011 allo stadio San Nicola il triplice fischio dell’arbitro Morganti segna la fine della partita Bari Lecce per 0-2. Il Lecce conquista la salvezza e la Bari è matematicamente retrocessa in serie B…

L’ultima giornata si conclude con un netto 4-0 del Bari contro il Bologna, grazie anche alla magnifica tripletta del diciottenne Grandolfo. La brutta immagine che caratterizza questa stagione è quella dell’autogol del difensoreAndrea Masiello contro il Lecce, autogol che, come in seguito dichiarerà lo stesso Masiello, viene realizzato volontariamente in cambio di soldi (il difensore verrà poi arrestato).

Da questo momento la squadra biancorossa alterna alti e bassi, rischiando più volte il fallimento societario, che purtroppo alla fine viene dichiarato nel luglio del 2018, determinando la ripartenza della squadra dalla serie D.

Oggi la Bari dei De Laurentis milita nel girone C della Serie C e ha un obiettivo ben preciso, ossia ritornare in massima serie, nel calcio che conta: un progetto che deve essere ragionato, con i giocatori e gli allenatori giusti, in grado di valorizzare una grande piazza come la sua.

Chi erano gli uomini dell’ultima Bari in Serie A?

Rimanendo in tema di revival, eccovi i protagonisti dell’ultima Bari in Serie A:

In panchina: Gian Piero Ventura (2009-2011) – Bartolo Mutti (2011); il primo non è famoso per la sua bellissima esperienza nella Bari ma è noto, in maniera assolutamente non positiva, ai tifosi italiani per la clamorosa mancata qualificazione ai mondiali del 2018 durante i quali lui era il commissario tecnico;

In porta: Jean-Francois Gillet;

In difesa: Andrea Masiello, Marco Rossi, Kamil Glik;Il primo e l’ultimo giocano ancora, rispettivamente in Serie A con il Genoa e in Serie B con il Benevento;

A centrocampo: Sergio Almiron, Edgar Alvarez, Massimo Donati, Alessandro Gazzi;

In attacco: Barreto, Josè Castillo, Stefano Okaka, Vitaliy Kutuzov, Francesco Grandolfo. Il terzo e l’ultimo giocano rispettivamente nel Basaksehir in Turchia e nel Monopoli in Serie C.

Questi sono stati gli eroi dell’ultima Bari in Serie A, coloro che fino alla fine ci hanno fatto emozionare, ci hanno fatto gioire e arrabbiare, ci hanno fatto passare tante ore chiusi in stanza addolorati dalla sconfitta, ci hanno fatto passare settimane di allegria e di soddisfazioni: emozioni uniche che puoi provare solo tifando questa squadra.

Forza Bari!!!

Tommaso Tedesco Quartulli

IL MODELLO REDBULL

Se vi chiedessero cos’è la Red Bull quasi sicuramente la maggior parte di voi risponderebbe che si tratta di una bibita. Beh, la risposta sarebbe non del tutto sbagliata ma almeno incompleta, perché la Red Bull è “anche” una bibita, ma non è “soltanto” una bibita.
Ma andiamo per gradi: la Red Bull è nata nel 1984 a Salisburgo, in Austria, come azienda produttrice di bevande energetiche; con il tempo è cresciuta, tanto che attualmente conta più di 12000 dipendenti, e ha cominciato a sponsorizzare svariati eventi sportivi diventando addirittura proprietaria di diversi team di automobilismo e motociclismo e di diverse squadre di calcio.
Ed è proprio della sua enorme influenza in quest’ultimo settore che voglio parlarvi.
In campo calcistico la Red Bull ha raggiunto grandi progressi. Le squadre che ha comprato e trasformato sono il RB Lepizig (GERMANIA), il RB Bragantino (BRASILE), il RB Brazil (BRASILE), il FC REDBULL SALZBURG (AUSTRIA), il RB NEW YORK (STATI UNITI) e il RB Liefering (AUSTRIA).
Come si può notare in tutti i nomi delle squadre c’è la scritta Red Bull, una delle tante condizioni che le società calcistiche acquistate devono rispettare quando diventano di proprietà del marchio.
La squadra che ha ottenuto i migliori risultati sia sportivi sia economici è stata senza dubbio il RB Lepizig o RB Lipsia, che è stata comprata nel 2009 ed è dovuta ripartire dalla quinta divisione tedesca (da noi in Italia chiamata “Eccellenza”), arrivando tuttavia alla qualificazione nella “fase a gironi” della Champions League in soli 8 anni. L’obiettivo economico della Red Bull è stato soprattutto quello di investire sui giovani talenti del ‘vivaio’ per poi cederli a cifre dignitose: pensate, per esempio, a Timo Werner, grande talento tedesco, che fino al 2020 ha giocato per il RB Lipsia ed è stato il miglior marcatore della squadra con 95 reti, per poi essere venduto per 64
milioni al Chelsea (anche se adesso con i Blues sta deludendo molto le aspettative).
Un altro esempio può essere quello di un certo Erling Haaland, che nel 2019 giocava nel FC RED BULL SALZBURG e che in quella stagione ha segnato una valanga di gol: in seguito è stato venduto al Borussia Dortmund per 45 milioni di euro. Al contrario di Werner , Haaland ha segnato 5 gol nella partita d’esordio con il Dortmund e ultimamente ha realizzato 56 gol in 57 partite con il club tedesco; tra qualche anno sarà sicuramente il giocatore più forte al mondo e il suo valore attuale di mercato è di 150 milioni di euro.
Abbiamo detto che, quando una società calcistica viene comprata dalla Red Bull, deve sottostare a certe condizioni e accettare certi cambiamenti. Oltre all’aggiunta della sigla RB nel nome, le altre modifiche sono:

IL LOGO

I COLORI della squadra (che diventano bianco, rosso e giallo anche se non erano quelli tipici della squadra).

LA MAGLIA

LO STADIO (per esempio lo stadio dell’RB Lipsia è diventato la Red Bull Arena).

IL BUDGET FINANZIARIO

I primi quattro cambiamenti costituiscono degli enormi svantaggi: cambiare l’immagine, i caratteri formali di una squadra, quelli in cui tutti i tifosi si riconoscono, è come interrompere un percorso comune che nel tempo ha determinato il reciproco riconoscimento dei tifosi, l’idea comune, la storia
comune della squadra. Non a caso per molte società comprate dalla RED BULL ci sono state contestazioni da parte dei tifosi, soprattutto del RB Lipsia. Anche se poi ci sono squadre che sono grate alla RED BULL per essere state salvate dalla rovina: il FC RED BULL Salzburg, per esempio, si trovava sull’orlo del fallimento ma, dopo essere stata acquistata dalla Red Bull, si è ripresa e negli ultimi anni sta vincendo con continuità nel campionato austriaco.
Il quinto cambiamento è un vantaggio importante per le società, perché la Red Bull è una grande azienda e ha molti capitali: da una parte investe un patrimonio per le sue squadre per farle crescere, dall’altra ne riceve un ritorno moltiplicato in pubblicità, perché il calcio è lo sport più seguito e amato nel mondo; la diffusione della sua immagine, oltre quella nota della bevanda energetica, ha come conseguenza l’incremento di consumatori, di entrate, di orizzonti commerciali, di nuovi progetti di investimento.
Tuttavia nell’attività della Red Bull ci sono luci e ombre. Basti pensare che non solo i tifosi del RB Lipsia hanno contestano la Red Bull, ma lo hanno fatto e continuano a farlo anche tutti gli altri tifosi tedeschi, che odiano il RB Lipsia, poiché lo accusano di essere salito ai massini livelli non per i propri meriti ma soltanto grazie ai capitali in esso investiti.
Addirittura il 18 gennaio del 2020 la Union Berlino, che aveva appuntamento in una trasferta alla Red Bull Arena, ha organizzato una marcia funebre contro il RB Lipsia. In quel momento, infatti, l’RB Lipsia era capolista in Bundesliga (la massima serie tedesca) e i tifosi berlinesi non volevano che il Lipsia fosse primo in classifica: per questo andarono da Berlino a Lipsia come in una marcia funebre e innalzando striscioni che riportavano la scritta “Il calcio sta morendo a Lipsia”.
E ancora, il 13 maggio 2021 a Berlino tutti i tifosi della Germania, tranne quelli del Lipsia, hanno esultato per la vittoria del Dortmund come se ciascuna delle proprie squadre avesse vinto il massimo trofeo del campionato tedesco. Come mai? Perché il Dortmund ha sbaragliato il Lipsia per 4 a 1. Ciò vuol dire che il RB Lipsia, dalla sua fondazione a oggi, non ha vinto nessun titolo a livello nazionale, con grande gioia della maggior parte dei tedeschi, convinti che il calcio “vero” che non muore mai.
Tifare per una squadra che ha raggiunto alti livelli solo con i soldi, dunque, non è soddisfacente e addirittura può renderti emarginato; infatti, intelligentemente e strategicamente, la Red Bull compra società che sono a rischio fallimento, o di basso livello, o con una tifoseria poco calda.
Nonostante gli ingenti capitali messi a disposizione, non tutti i progetti della Red Bull nel calcio sono andati a buon fine, come nel caso un del Red Bull Ghana, con sede a Sogakope.
Il club ghanese è stato fondato dalla Red Bull nel 2008 ed è stato abolito già nel 2014.
L’obiettivo della Red Bull era quello di sviluppare un potenziale calcistico in Ghana contando sulle accademie, quindi sui giovani. I risultati non sono stati eccelsi, né economicamente, né sportivamente, perché la squadra non possedeva una buona accademia nè veri talenti.
Perciò, nel 2014 la Red Bull ha sciolto il club, che si è fuso con il Feyenoord Ghana per formare l’attuale West African Football Academy SC.

Stefano Tedesco Quartulli